{"id":1642,"date":"2015-11-24T12:22:16","date_gmt":"2015-11-24T10:22:16","guid":{"rendered":"https:\/\/fiaf.net\/regioni\/lazio\/?p=1642"},"modified":"2015-11-24T12:22:16","modified_gmt":"2015-11-24T10:22:16","slug":"storie-sovietiche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fiaf.net\/lazio\/storie-sovietiche\/","title":{"rendered":"Storie sovietiche"},"content":{"rendered":"<p>STORIE SOVIETICHE<br \/>\nTre mostre apriranno contemporaneamente al pubblico il 4 dicembre presso la Galleria del Cembalo, e proseguiranno fino al 13 febbraio per raccontare quasi un secolo di arte, di storia, di fotografia.<br \/>\nTre storie per tre voci soliste. Tre storie indipendenti, ma unite idealmente, per raccontare nell\u2019arco di 85 anni, dal 1930 al 2015, la storia immensa dell\u2019Unione Sovietica, nel suo farsi e disfarsi, tra illusioni, propaganda, disillusioni, memoria.<br \/>\nApre la trilogia Rozalija Rabinovi\u010d (Kiev, 1895 \u2013 Mosca, 1988), pittrice, allieva del VChUTEMAS e interprete originalissima della propaganda negli anni \u201930 nel segno di Stalin. Segue Sergei Vasiliev (\u010celjabinsk, 1937), nome di riferimento del fotogiornalismo oltre cortina, premiato cinque volte al World Press Photo, e autore di un intenso ritratto della vita quotidiana negli anni del primo \u201cdisgelo\u201d, tra i carcerati e la follia dei loro tatuaggi, e i corpi morbidi e immacolati delle donne nella sauna e nelle fasi pi\u00f9 emozionanti del parto in acqua. Chiudono le immagini compostissime di Danila Tkachenko (Mosca, 1989), enfant prodige della fotografia russa, che ha ritratto le zone off limits, militari e industriali, dell\u2019ex Urss, simbolo della guerra fredda e della pi\u00f9 ambiziosa tecnocrazia di regime.<br \/>\nA distanza di quarant\u2019anni uno dall\u2019altro, e in assoluta autonomia artistica, Rozalija Rabinovi\u010d, Sergei Vasiliev e Danila Tkachenko si passano il testimone per narrare le stagioni di un paese straordinario e della sua ideologia, che mai come oggi torna a guardare indietro nel tempo.<br \/>\nStella Rossa. Rozalija Rabinovi\u010d e l\u2019arte della propaganda<br \/>\na cura di Michele Bonuomo e Laura Leonelli<br \/>\nRozalija Rabinovi\u010d (Kiev, 1895 \u2013 Mosca, 1988) \u00e8 una delle pi\u00f9 originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. Una selezione di una quarantina di disegni, realizzati dal 1930 al 1938, giunge a Roma e racconta, sotto la luce fiammeggiante della stella rossa, miti, simboli e protagonisti dell\u2019era staliniana, nel passaggio dall\u2019epoca pi\u00f9 rivoluzionaria delle avanguardie al pieno sviluppo del realismo sovietico. Nei colori primari del rosso e del nero, e in una profusione \u201csacra\u201d di oro, la Rabinovi\u010d dipinge un mondo in costruzione e Stroim! (costruiamo) \u00e8 la parola d\u2019ordine che riecheggia tra ciminiere, treni in corsa, scavatrici, dirigibili, aerei in volo tra le guglie del Cremlino.<br \/>\nNel progetto di creazione di un mondo dal \u201cradioso avvenire\u201d tutti sono coinvolti: i padri della patria, le giovani leve, e gli eroi, dagli operai alle kolchoziane, dagli aviatori alle nuove donne sovietiche. In una scenografia grandiosa, in un\u2019esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all\u2019altro dell\u2019Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civilt\u00e0 delle macchine, uniscono in sole sette ore Mosca e Leningrado.<br \/>\nA cantare quest\u2019epopea di muscoli e ingranaggi \u00e8 una donna minuta, timida, sorella di Isaac Rabinovi\u010d, uno dei pi\u00f9 importanti scenografi del Bolshoi. Insieme studiano a Kiev negli atelier di Alexander Murashko e di Alexandra Exter. Insieme arrivano a Mosca sull\u2019onda della Rivoluzione. E a Mosca Rosalia si iscrive alla classe di pittura di Robert Falk nella prestigiosa scuola del VChUTEMAS. Sotto l\u2019ala del fratello, che la protegge ma le fa ombra, la Rabinovi\u010d realizza una serie di disegni per tessuti, pannelli di propaganda, pubblicit\u00e0 per i magazzini GUM, e ancora bozzetti per diplomi e onorificenze di partito. Nel 1933 entra come insegnante nella \u201cCasa centrale dell\u2019educazione artistica per i bambini\u201d. Nel 1937 le opere dei suoi allievi sono esposte all\u2019Expo di Parigi e nel 1939 alla World\u2019s Fair di New York. Dopo la guerra, nel 1948, partecipa alla costruzione del Palazzo dei Soviet. Dagli anni \u201950 insegna nell\u2019atelier di pittura per bambini presso la \u201cCasa dell\u2019Architettura di Mosca\u201d. Dopo la morte di Stalin, si dedica a temi pi\u00f9 sentimentali e intimisti. Scompare il rosso ed emerge una tavolozza di colori tenui e delicati.<br \/>\nAlla fine dello Stalinismo, il materiale di propaganda viene nascosto dall\u2019artista nella sua abitazione, presso la komunalka al n.17 di Ulitsa Staraya, a Mosca, dove la Rabinovi\u010d ha vissuto dal 1929 al giorno della sua scomparsa, il 4 febbraio 1988, a 92 anni. Soltanto dopo la sua morte, i disegni degli anni \u201930, affidati a un nipote, sono tornati fortunosamente alla luce.<br \/>\nNel chiuso dell\u2019URSS. Lo sguardo \u201cdentro\u201d di Sergei Vasiliev<br \/>\na cura di Francesco Bigazzi<br \/>\nHa guardato dentro, senza esitazione. Dentro una banja, la sauna russa, raccontando l\u2019intimit\u00e0 gioiosa di un gruppo di donne. Dentro una piscina, seguendo l\u2019emozione di un parto in acqua e i volteggi leggeri di ragazze sirene. E dentro un carcere, l\u00e0 dove i detenuti mostrano con orgoglio il corpo tatuato. Sergei Vasiliev, nato nel 1937 a \u010celjabinsk, cittadina ai piedi degli Urali, \u00e8 uno dei pi\u00f9 famosi fotogiornalisti dell\u2019era sovietica, con trent\u2019anni di lavoro presso il quotidiano locale, e una lunga frequentazione delle prigioni in qualit\u00e0 di guardia carceraria. Dal 1948 ha affiancato Danzig Baldaev nella catalogazione dei tatuaggi e nella decifrazione, quasi un geroglifico, del loro significato, spesso diretto contro le autorit\u00e0.<br \/>\nOgni disegno parla di uccisioni, furti, spaccio. Ogni simbolo \u00e8 un grado militare per riconoscere capi e sottomessi. Ma accanto alle schiene, le braccia, le gambe, il petto, interamente ricoperti di raffigurazioni sacre e profane \u2013 dalla chiesa di San Basilio alla triade santa di Marx, Engels e Lenin, da San Michele e il drago ad Alexander Nevsky \u2013 Vasiliev ha sfiorato con il suo obiettivo anche la pelle femminile, morbidissima e bianca come una distesa di neve. La scena \u00e8 di nuovo un luogo chiuso, non una cella di prigione ma una sauna in una mattina d\u2019inverno. Fuori il termometro segna molti gradi sotto lo zero, dentro \u00e8 il calore di corpi nudi e floridi nello splendore della giovinezza. Nessun imbarazzo alla vista del fotografo. Tutto naturale, sensuale, il sudore che scivola sulla pelle, risate, confidenza, e infine l\u2019acqua che rinfresca i corpi. Ancora un passo e le donne entrano in acqua, chi con il figlio appena nato, chi nuotando come in mare aperto. Siamo agli inizi degli anni \u201970. Sei anni prima, nel 1964, \u010celjabinsk registra la prima catastrofe nucleare, una delle pi\u00f9 devastanti, pari a Cernobyl. Nessuno ne sa nulla. Il vento questa volta soffia a est e spinge le radiazioni oltre gli Urali. A ovest, invece, giungono nel 1977 e nel 1981 queste immagini di infinita bellezza, ed entrambi i reportage, Banja e Nascita, vengono premiati al World Press Photo. Alla caduta dell\u2019Urss, appaiono le fotografie dei tatuaggi, oggi pubblicate nei volumi Russian Criminal Tattoo, editi da Fuel. Sulla pelle, unica propriet\u00e0 privata nei tempi sovietici, i russi hanno scritto la loro storia, tra violenza, protesta, e infinita bellezza.<br \/>\nDanila Tkachenko. Restricted Areas<br \/>\na cura di Davide Monteleone<br \/>\nSono stati i simboli dell\u2019utopia e oggi sono le rovine di una potenza che voleva conquistare il mondo, dal sottosuolo allo spazio. Per tre anni Danila Tkachenko (Mosca, 1989), giovanissimo e straordinario talento della fotografia russa, in linea con le istanze pi\u00f9 internazionali e contemporanee, ha viaggiato il suo paese, dal Kazakistan alla Bulgaria, al Circolo Polare Artico, alla ricerca di quelle restricted areas, che dalla seconda guerra mondiale alla caduta dell\u2019Urss, sono rimaste segrete, mute persino sulle carte geografiche. Un dato biografico avvia questo imponente lavoro di documentazione. La nonna di Danila vive a \u010celjabinsk, a pochi chilometri da un\u2019altra citt\u00e0, identica nel nome, ma chiusa ed invisibile fino al 1994: \u010celjabinsk-40.<br \/>\n\u00c8 qui che viene creata la prima bomba nucleare sovietica, ed \u00e8 in quest\u2019area che nel 1964 avviene una delle pi\u00f9 spaventose catastrofi nucleari della storia, pari a Chernobyl. Tutto sotto silenzio. Quello stesso silenzio, quella stessa coltre di mistero e terrore, che nelle fotografie di Tkachenko si trasforma nel bianco immacolato della neve. Cosa rimane di un impero che ha sacrificato ogni ricchezza e milioni di vite in nome della tecnocrazia? La risposta di un ragazzo nato nell\u2019anno della caduta del Muro e a pochi mesi dalla fine dell\u2019Unione Sovietica sono queste splendide immagini, che nel 2015 hanno entusiasmato le giurie dei premi European Publishers Award for Photography, 30 under 30 Magnum Photos, Emerging Photographer Fund Grant, Foam Talent, CENTER Choise Awards, e lacritique.org Award.<br \/>\nNella cornice di un lunghissimo inverno ideologico, appaiono i laboratori in rovina di una cittadella scientifica al Polo Nord, specializzata nelle ricerche biologiche, quindi la carcassa di un aeroplano, il famoso VVA14 a decollo verticale, prodotto in due soli esemplari, e ancora un\u2019antenna parabolica per le comunicazioni interplanetarie; e di nuovo gli edifici ormai vuoti di una citt\u00e0 dove venivano prodotti i missili, chiusa definitivamente nel 1992, e accanto, in scala minima, una semplice asta di ferro nella tundra ghiacciata a indicare il luogo dove, a chilometri in profondit\u00e0, sono esplose bombe potentissime. In ultimo, come se il gelo della guerra fredda e della minaccia atomica avesse imprigionato ogni vita, emerge dalla neve il monumento ai lavoratori di una stazione nucleare. Ogni cosa \u00e8 abbandonata. Del progresso e della fede cieca nelle sue conquiste non restano che rovine su fondo bianco. E questo, spiega il fotografo, vale per qualsiasi ideologia e a qualsiasi latitudine.<br \/>\nDanila Tkachenko \u00e8 nato a Mosca nel 1989. Dopo un lungo viaggio in India si appassiona alla fotografia e si iscrive alla Scuola di fotografia e arti multimediali Rodchenko, a Mosca. Il suo primo lavoro, Escape, dedicato agli eremiti nella natura selvatica russa, riceve il plauso delle giurie internazionali e viene pubblicato nel 2014 in un volume edito da Peperoni Books. Nel 2015 esce il volume Restricted Areas, edito in Italia da Peliti Associati, promotore del premio European Publishers Book Award.<br \/>\n<a href=\"https:\/\/fiaf.net\/regioni\/lazio\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/Comunicato-Storie-Sovietiche.pdf\">Scarica QUI il Comunicato Stampa<\/a><br \/>\n<a href=\"https:\/\/fiaf.net\/regioni\/lazio\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/Vasiliev-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-1649\" alt=\"Vasiliev-2\" src=\"https:\/\/fiaf.net\/regioni\/lazio\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/Vasiliev-2-712x1024.jpg\" width=\"712\" height=\"1024\" srcset=\"https:\/\/fiaf.net\/lazio\/wp-content\/uploads\/sites\/13\/2015\/11\/Vasiliev-2-712x1024.jpg 712w, https:\/\/fiaf.net\/lazio\/wp-content\/uploads\/sites\/13\/2015\/11\/Vasiliev-2-209x300.jpg 209w, https:\/\/fiaf.net\/lazio\/wp-content\/uploads\/sites\/13\/2015\/11\/Vasiliev-2-768x1104.jpg 768w, 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