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“Presente infinito” di Armando Perna

L’incuria. Fronde ed erbe spontanee sfiorano il cemento di una costruzione non finita su cui troneggia la carcassa di un’auto, opera di mani senza scrupoli. Impossibile immaginare come sia stata incastrata in quel modo, come in attesa che la natura faccia il suo corso e la inglobi a futuro spettro nascosto. E ancora un’altra auto, stessa fine, dopo l’asportazione degli pneumatici, sul tetto di una casa, all’apparenza abbandonata, nel mezzo di una verde collina. Lamiere e ancora lamiere e ruggine, tanta. Quella che il tempo di improvvisare un cantiere e abbandonarlo ha permesso che fiorisse. Intorno alberi e fichi d’India. Il terreno cede, frana sulla strada sottostante.
Borghi prosperi e importanti in epoca medievale, aggrediti dai terremoti e abbandonati fino a diventare inabitabili. Calabria, terra di bellezza offuscata dalla criminalità che si appella anche alla benedizione cristiana. Per parlare di ambiente e dunque di futuro è necessario continuare la ricerca di immagini che ci fanno sobbalzare anche senza la necessità di effetti spettacolari o di immagini patinate. Qui è tutto nudo e crudo. Armando Perna non lo decora, non lo interpreta e questo è il suo atto artistico. Mappa il territorio calabrese e così pare di capirlo meglio. Paesaggi incompiuti per mano umana e per la natura che fa il suo corso. Un senso di instabilità li accompagna e un’idea di attesa che non trova rimedio. Spesso l’unica scelta sembra l’abbandono perché l’unica attesa proficua sarebbe la cura, unica impossibile soluzione. Quando si percorrono certe vie incombe il possibile cliché della bellezza che si accompagna alla fragilità ma non è certamente questo il caso. “Presente infinito”, la ricerca di Armando Perna, è iniziata nel 2011 con il racconto dell’impatto delle infrastrutture sul paesaggio, in particolare della Salerno – Reggio Calabria, ribattezzata nel 2016, al termine dei lavori di ammodernamento “Autostrada del Mediterraneo”. L’autore afferma “Il progetto nato sul carattere di isolamento della Calabria, dovuto in particolare all’arretratezza del sistema infrastrutturale e alle caratteristiche orografiche, nel tempo si è evoluto come una riflessione sui processi di arretramento che nel corso dei secoli hanno spinto le comunità calabresi a rifugiarsi nelle aree interne dell’Aspromonte, e che hanno determinato la creazione di un universo fisico e mentale del tutto legato alla montagna, nonostante i 780 km di coste di cui gode la Calabria. Il nucleo centrale del lavoro ruota attorno al concetto di instabilità, che è instabilità del terreno, instabilità dell’economia, caratterizzata da un regime di sussistenza, e che si traduce più in generale nella precarietà della vita delle comunità calabresi.”
Perna, ad un’indagine fotografica ha affiancato una ricerca storiografica sulle catastrofi naturali: frane, alluvioni, terremoti. Questo percorso gli ha permesso di rintracciare un elemento comune nel ripetersi dei fenomeni naturali, il vivere nel trauma che caratterizza l’essenza dell’essere calabrese. Una condizione di precarietà strutturale che si trasferisce nel rapporto con la vita. Ed ecco che si presenta puntuale il concetto di degrado che in fotografia può essere addirittura ricercato per la diabolica ‘bellezza’ che, sempre fotograficamente, contiene. Emerge invece l’accortezza di non addomesticare la visione, ma di restituirla nella sua oggettività, seppure seguendo un insieme coerente di riflessioni che inevitabilmente ci chiedono l’attenzione su quanto l’ambiente influenzi non solo il nostro benessere fisico, ma anche psicologico.
Piera Cavalieri

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