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“Supernatura” di Annamaria Belloni

La natura, quella che scriviamo con la N maiuscola, per Annamaria Belloni è la Supernatura, l’immensità, non dominata dall’uomo.
Se le cose si conoscono solo quando sono perdute, come scrive il filosofo Timothy Morton,  sul nuovo pensiero ecologico, si rende comprensibile quel tratto che accomuna le arti contemporanee: un sentimento dell’assenza, della perdita, come se l’aver valorizzato i luoghi, la loro flora e fauna, solo in base al potenziale economico ci avesse impedito di custodirne una bellezza diversa.
L’autrice, per alcuni scatti, sceglie la fusione del soggetto con l’ambiente, una suggestione potente, che ricorre nella storia della fotografia. Francesca Woodmann, nei suoi autoscatti, nascondeva il proprio corpo nudo nell’acqua di un fiume, tra i grovigli delle radici di un albero, o lo confondeva tra le crepe del terreno arso e anche Arno Raphael Minkkinenn ha sempre messo in scena un suo speciale contatto con la natura. La poetica non è la stessa, ma si possono rintracciare delle affinità che Annamaria Belloni, sembra ribadire, con la sua personale interpretazione: gli umani sono collegati, in una sorta di rete dove tutte le forme vive sono interconnesse comprese quelle inanimate. In questo caso non si tratta di autoritratti e i soggetti spesso sono donne o ragazze o vegetazione. Sono riprese di spalle, come la donna in una stanza da letto che davanti a sé un muro mentre la natura fa il suo corso e le ramificazioni avanzano. Ed è un’altra donna che troviamo nella casa diroccata, dove l’edera sta prendendo campo e le foglie le coprono il volto. Non è una ricerca introspettiva, non è sull’umano che dobbiamo concentrarci o per lo meno non solo sull’umano. Le due ragazze, con le stesse trecce, si volgono all’orizzonte della natura che le circonda, lasciandoci immaginare il loro sguardo che si apre, come simbolo della loro giovane età. Contiene una particolare forza l’immagine della pianta, una di quelle da ornamento, che costretta in un vaso sembra ribellarsi ed espandersi nello spazio. “La natura si sta quindi riprendendo i propri spazi, entrando negli ambienti cittadini e nelle nostre case…” dice l’autrice nel suo racconto fotografico che a tratti si fa visionario.
La potenza di Supernatura trasmette quel senso di costrizione a cui abbiamo obbligata la natura stessa  e che si sente sotto la superficie di queste immagini. È come se là sotto ci fosse un mondo intrappolato che scappa urlando, chiamandoci a stare nel mondo in modo più illuminato. L’autrice si concentra sul verde, sulle piante, considerate, in modo imprudente, come se fossero inanimate eppure noi dipendiamo dalle piante e non viceversa, questo potrebbe essere il pensiero successivo insieme all’obiettivo di diventarne custodi amorevoli.  Un tratto che colpisce in questo racconto fotografico, è la vegetazione all’opera, che non è immobile come ci sembra, ma avanza con una lentezza che non riusciamo a percepire e, anche in ambienti avari di nutrimento, si adatta con quel poco che ha e prosegue, suscitando a ben pensarci una sorta di tenerezza, che può offrici spunti di immaginazione e speranza per creare nuovi punti di vista meno antropocentrici.

Piera Cavalieri

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