Memorie – Lab. Di Cult 213

Racconti ed immagini dal Laboratorio 213
LAB Di Cult 213 FIAF Memorie
Quando fra i Soci della Associazione Fotografica Frosinone abbiamo dato vita al Lab Di Cult 213 FIAF Memorie, pensavamo ad un laboratorio che potesse darci la possibilità di esplorare le numerose ipotesi di svolgimento del tema che qui da noi, fra Ciociaria e Terra di Lavoro, che sono l’ossatura della provincia di Frosinone, se ne trovano in abbondanza e ognuno di noi possiede per proprie esperienze, e questo senza tralasciare la memoria di quanto è appartenuto e appartiene al nostro vissuto quotidiano.
Di conseguenza era stato facile pensare e scrivere nel concept del nostro Laboratorio che la nostra provincia è stata la culla del monachesimo benedettino, faro della civiltà europea, che la Ciociaria e la Terra di Lavoro sono state anche terra di papi, di santi, di imperatori, di briganti, di musicisti, di scrittori e di grandi personaggi che hanno fatto la storia della fotografia e del cinema. Una terra industriosa che nel 1800 fra Isola del Liri, Sora e Arpino si era dedicata con successo all’industria cartaria e tessile. Una terra, in particolare l’area sud della provincia, che è stata teatro dei tragici eventi della seconda guerra mondiale che hanno portato alla completa distruzione della abbazia di Montecassino insieme alla città di Cassino, città martire.
Nel frattempo, però, al nostro gruppo si sono aggiunti altri amici da Roma e dalla sua provincia, e persino dalla Sardegna. Così, sotto la guida saggia e costante di Silvano Bicocchi che ci ha fatto da tutor per tutto il percorso laboratoriale, ci siamo dovuti mettere all’opera anche online e il concept di partenza del nostro Laboratorio si è arricchito di altre memorie di esperienze vissute altrove che abbiamo condiviso nei numerosi incontri che si sono svolti anche online dal 18 dicembre 2024 in avanti.
Possiamo affermare che per tutti noi questa nostra prima esperienza laboratoriale è stata soprattutto una esperienza formativa importante perché, in particolare, ci ha dato la possibilità di lavorare, costruire insieme e condividere percorsi sociali, culturali e umani, anche personali; insomma, ci ha consentito di fare squadra. Una squadra dove ciascuno di noi ha potuto esprimere apertamente il proprio pensiero e lavorare in sintonia con gli altri. Sicuramente una esperienza da rinnovare per dare vita a nuovi progetti e a nuove collaborazioni.
Antonio Corvaia ESFIAP, Nicola Sacco AFI, Generoso Struzziero
Selezione Opere Autori:
LICINO GOFFREDO – GABRIELE CATALLO
Licinio Goffredo Clinio Elpidio Refice (Patrica, 12 febbraio 1883 – Rio de Janeiro, 11 settembre 1954) è stato un compositore italiano, tra i massimi riformatori della musica sacra all’interno del movimento suscitato da papa Pio X.
Compì gli studi ecclesiastici nel Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, e in seguito, attratto da viva passione per la musica, dopo studi preparatori col maestro Boezi, entrò al Liceo di Santa Cecilia, studiandovi l’organo col Renzi e la composizione con Stanislao Falchi. Si diplomò nel 1910. Nello stesso anno passò a insegnare armonia, composizione religiosa e lettura musicale critica alla Pontificia Scuola di musica sacra. L’anno dopo fu chiamato a dirigere la Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore, al cui ufficio attese fino alla morte. Le sue composizioni seguirono dapprima una linea rigorosamente tradizionale, mantenendosi fedeli all’oratorio da poco rinnovato da Lorenzo Perosi; poi un ricco, robusto e libero temperamento musicale, tendenze artistiche appassionate lo avviarono dalla sacra rappresentazione dell’opera, pur religiosa e contenuta in una atmosfera di mistico ardore; tendenze che già rivelavano le sue prime composizioni lirico sinfoniche. Caratteristica della sua arte è una certa eccitazione che imprime alle composizioni anche sacre, specialmente alle Messe che egli considerava come dei “microdrammi”. Fu proprio il temperamento che, sebbene sacerdote, lo portò a comporre opere liriche a tema sacro. Tuttavia, occorre riconoscere, che Refice non recriminò mai sul proprio status, sentendosi fino in fondo un autore di musica sacra.
Morì a Rio, mentre dirigeva l’opera Santa Cecilia.
Questo mio progetto vuole essere un gesto di gratitudine verso il compositore Licinio Refice, da cui prende il nome il Conservatorio di Musica in cui lavoro. In questo percorso ho voluto presentare, dapprima, il paese in cui è nato il M° Licinio Refice, Patrica-Fr (immagine n° 1), la sua casa natale (immagine n° 2), mentre dirige (immagine n° 3), alcune testimonianze dell’epoca che ne evidenziano il successo artistico (immagine n. 4) e il luogo in cui è sepolto (immagine n° 5). Successivamente, ho voluto omaggiare il M° Daniele Paris (immagine n° 6), la persona che ha voluto fortemente un Conservatorio di Musica a Frosinone, intitolandolo al M° Licinio Refice, riconoscendone la grandezza e i meriti musicali. Seguendo questo “fil rouge” temporale, ho voluto rappresentare il Conservatorio così com’è oggi (immagine n. 7 e 8) che, non perdendo di vista la “ricchezza” ereditata dal passato (immagine n. 9) si proietta verso il futuro (immagine n. 10 e 11), promuovendo la musica, l’“arte delle Muse”, quale emozione che ci insegna ad ascoltare e ascoltarci.
“1958” MEMORIA DI UNO STAZZO – GIOVANNI MARIA MURRALI
Negli anni 2003/2004 andai a ripercorrere i luoghi dove ero nato e dove avevo vissuto fino all’età di sei anni: uno stazzo Gallurese, nel nord-est della Sardegna. Ormai dagli anni ’80/90 gli stazzi erano stati abbandonati in massa, e sapevo che non avrei trovato altro che pochi segni, perlopiù mal conservati. Delle vigne, dei frutteti e degli orti non restava più alcuna traccia; delle infrastrutture era rimasto solo quel poco che bastava a testimoniare, in una memoria postuma, la passata gloria. Oggi, riprendendo in mano questo viaggio fotografico, mi rendo conto di aver documentato “la memoria della memoria”, ovvero che, a distanza di vent’anni, di ciò che fotografai non è rimasto quasi più nulla. Al posto dello stazzo, su tutta la sua estensione, sono state costruite una dozzina di villette di campagna, anche con piscina.
Lo Stazzo Gallurese è stato il fulcro della vita agropastorale per centinaia di anni. Con il termine “Stazzo” ci si riferisce all’intera proprietà. Essa includeva: la dimora del proprietario e un importante appezzamento di terreno. Queste proprietà nascevano principalmente in aperta campagna ed erano il fulcro della vita rurale. La civiltà degli stazzi era autarchica: i pastori-agricoltori che li abitavano erano del tutto autosufficienti e vivevano del raccolto e di pastorizia. Un insieme di Stazzi formava la “Cussogghja”, un’entità geografica e sociale unita da vincoli molto forti di amicizia e collaborazione. Ciascuna “Cussogghja” faceva capo a una chiesa campestre, punto di incontro e di riferimento per la comunità. (Definizione di stazzo tratto da: Homes in Sardinia).
NIENTE E COSI’ SIA – GIUSEPPINA NATALE
Queste povere foto, riprese dal “cassetto”, che non ho potuto attualizzare ed implementare con “ prese dirette “, vogliono essere un ADDIO, molto sofferto, ad un popolo gentile, quasi allegro nonostante tutto, un popolo profondamente legato alla comunità con i suoi riti e le sue tradizioni, un popolo che potrei dire “ libero “ ( un tempo i palestinesi erano i più istruiti e i più laici del Medioriente ) nonostante il doppio servaggio di Hamas e Israele, il primo conseguenza del secondo. In questi due anni di catastrofe – seconda NAKBA, purtroppo ultima e definitiva, quasi quotidianamente i ricordi mi hanno portata ai giorni trascorsi con alcuni di loro, quasi quotidianamente ho sentito in me il peso e il silenzio dell’ immane ingiustizia perpetrata contro i Palestinesi, non solo da Israele, ma da tutto il cosiddetto occidente civilizzato.
NOTE AGGIUNTIVE
Nel 2001, anno della seconda intifada, ho fatto un viaggio nei territori occupati di Gaza e Cisgiordania con l’ Associazione della Pace, nel 2013-14 sono tornata nella stessa area, questa volta in Libano – periferia di Tiro – nel campo profughi palestinese di Bourj el Shemal, per un’ esperienza di volontariato, al seguito di una piccola onlus, Ulaia-Arte Sud”. Sono stata per parecchi giorni, più volte, e ho avuto modo di conoscere, frequentare, amare, un popolo accogliente, intelligente, intimamente attaccato al sogno di uscire dall’apartheid e avere finalmente una terra ed uno stato…un popolo che ha “inciso nel DNA” la sua origine palestinese e il mito del ritorno, avendoli, per generazioni, succhiati con il latte materno. Inutile ricordare che nessuno di questi profughi ha mai conosciuto la Palestina, essendo eredi, degli eredi, degli eredi, di antenati scacciati dalle loro case nel ‘48 e nel ‘67.
Tutto il resto è NIENTE…..
MONTECASSINO 12 MAGGIO 1944 – NICOLA SACCO
Un episodio tra i tanti della Seconda Guerra Mondiale che drammaticamente ha segnato il corso della storia della mia città e allo stesso modo della nostra Patria. Protagonisti sono cinque soldati polacchi del 2°Corpo, di stanza nell’inferno della linea a ridosso dell’abbazia di Montecassino, il cui sacrificio assieme ai loro commilitoni, contribuì ad espugnarla dalle forze nemiche tedesche.
Attraverso un sentiero appositamente costruito chiamato Cavendish Road, i cinque soldati a bordo di un carro Sherman incapparono in una mina che ne provocò la morte, sorte che toccò ad altri moltissimi soldati polacchi durante le fasi delle battaglie che seguirono. In loro memoria quel carro armato è rimasto nello stesso luogo e nella stessa direzione di quel tragico 12 maggio 1944 ed è diventato un monumento a ricordo del loro sacrificio e alla memoria di tutti gli eroici polacchi sepolti in un sacrario a ridosso dell’abbazia insieme al loro capo, il generale Anders.
Testimoni di quei terribili giorni restano anche quei sentieri e quelle fredde pietre che si macchiarono del sangue di uomini di un’altra nazione, immolati per la nostra libertà.
IL RAGAZZO VENUTO DAL BRASILE – UGO REA
Con questo lavoro intendo ripercorrere tanti passaggi importanti della mia vita: momenti di vero vissuto che hanno definito il percorso di un bambino partito dal Brasile, con una valigia piena di speranze, e che in Italia è diventato uomo.
Questa mia storia ha avuto inizio quando ancora non c’ero: infatti, negli anni ’50 mio padre (originario di Arpino) salutò famiglia e fidanzata e partì da solo per il Brasile, alla ricerca di quella fortuna che nel Bel Paese latitava. Una volta stabilitosi in Sudamerica, egli decise di richiamare a sé la sua compagna (mia futura madre); per facilitare il ricongiungimento, però, quest’ultima diventò prima sua moglie: la distanza impose lo svolgimento di un matrimonio “per procura” – formula ormai desueta ma all’epoca diffusa – reso possibile grazie al supporto del mio zio paterno. Tutto andò per il meglio e, così, i miei genitori poterono ritrovarsi e diventare una vera e propria famiglia, coronando il loro amore con l’arrivo di due figli maschi. Tutto in Brasile procedeva di buon grado ed eravamo ormai pienamente integrati: arrivarono per me le prime amicizie, giunte soprattutto grazie alla scuola ed alle prime esperienze sportive. Ma, come spesso accade, a volte il destino riserva anche spiacevoli ed improvvise evenienze: fu così che mio padre si ammalò e poco dopo salì al cielo, lasciando soli moglie e figli, appena adolescenti, in una terra ormai conosciuta ma pur sempre straniera. La mancanza di legami extra-familiari spinse purtroppo mia madre alla decisione di ritornare in Italia, per cercare riparo tra le braccia di quegli affetti prima abbandonati: avevo 14 anni quando siamo saliti su una nave che impiegò quasi venti giorni per riportarci in quella che divenne la nostra nuova casa. La città di Arpino ci accolse e divenne scenario di un nuovo inizio: nuovi amici e tante esperienze mi portarono all’ingresso verso la vita adulta, varcata attraverso lo svolgimento del servizio militare, la conoscenza della mia futura moglie e poi l’inizio del lavoro stabile come istitutore. Così anch’io, divenuto ormai “uomo”, ho avuto la fortuna di creare una mia famiglia, sposandomi e ricevendo il dono di due bellissimi figli, che ho visto nascere, crescere e diventare adulti a loro volta. Ad oggi, il mio più grande sogno rimane quello di poter condurre la mia famiglia nel visitare quello che è stato il mio luogo natio: sarebbe la perfetta chiusura di quel cerchio che ha visto quel ragazzino con la valigia affrontare la vita a testa alta ed arrivare finalmente a coronare un percorso lungo e bellissimo.
TEAM LAB. DI CULT 213
Antonio Corvaia ESFIAP, Coordinatore
Nicola Sacco AFI, Generoso Struzziero, CollaboratorI
























































