Animatore Culturale

Non basta fotografare bene – di Daniela Calafato

Animazione culturale.

« Il realismo non basta: deve esserci una visione »
Robert Frank

 

Non basta fotografare bene.

Quante volte, davanti alla possibilità di costruire un portfolio, abbiamo pensato:

 « Non ho idee »

E quante volte, invece, un’idea l’abbiamo trovata, abbiamo realizzato buone fotografie, costruito una sequenza corretta e portato a casa il nostro “compitino”?

Forse la domanda più scomoda viene dopo:

In ciò che abbiamo fotografato quanto c’è di noi, veramente?

Non si tratta, necessariamente, di raccontare qualcosa di intimo. Si tratta di capire se dietro quelle immagini esista un pensiero personale e se siamo riusciti a trovare una forma capace di renderlo visibile.

Origami di Alessandro Fruzzetti parte da un tema sul quale sembra difficile poter aggiungere ancora qualcosa: la memoria di un padre che non c’è più.

Ed è proprio per questo che vale la pena fermarsi a guardarlo.

Una fotografia, un padre

 

Figura 1. Foto di Alessandro Fruzzetti_Origami

 

 

Il padre di Alessandro muore cinque anni prima della nascita del progetto.

Tra le fotografie dell’archivio familiare ce n’è una, realizzata nell’anno in cui Alessandro è nato. Il tempo ne ha alterato i colori facendola virare verso il magenta.

Fruzzetti non corregge quella trasformazione. La assume come parte della storia.

Suddivide l’immagine in una griglia e, attraverso nove tavole, comincia progressivamente a scomporla. Alcuni tasselli vengono sostituiti da fotografie familiari, luoghi e frammenti di memoria; altri diventano scuri, altri ancora rimangono bianchi, come pagine non scritte.

 

Figura 3 -Foto di Alessandro Fruzzetti_Origami

 

Il volto ed il corpo del padre perdono, gradualmente, la loro integrità.

Non è soltanto un espediente grafico.

La griglia introduce ordine, ripetizione, misura. Ma ciò che contiene è instabile: appare, scompare, viene sostituito, lascia dei vuoti. È proprio questa tensione, tra rigore della struttura e frammentarietà del ricordo,uno degli elementi più efficaci del progetto.

Fruzzetti non tenta di completare ciò che la memoria non restituisce.

Lascia che anche la mancanza abbia il proprio spazio.

Quello che la memoria decide di conservare.

Alessandro mi ha raccontato un episodio, apparentemente marginale.

Suo padre desiderava molto che giocasse a calcio. Alessandro, invece, il calcio non lo amava affatto.

Eppure, oggi, stadi e campi da calcio sono tra i luoghi che, più intensamente, gli ricordano suo padre.

È un dettaglio che dice molto sulla memoria: non sempre conserva ciò che avremmo scelto. Talvolta proprio qualcosa che ci divideva da una persona diventa, dopo la sua assenza, uno dei legami più forti con lei.

E allora il progetto smette di essere soltanto ricostruzione del passato e diventa interrogazione del rapporto.

Figura 6 – Foto di Alessandro Fruzzetti_Origami

 

Fotografiamo le persone che amiamo perché le conosciamo, oppure fotografarle può essere un modo per scoprire che non le conosciamo mai completamente?

Osservare Origami nel suo insieme permette di comprenderne un altro aspetto fondamentale: le singole immagini non sono il progetto.

È la relazione costruita tra loro a produrre significato.

Tavola dopo tavola, alla fotografia paterna si sovrappongono e si sostituiscono altri frammenti. La ripetizione della griglia garantisce continuità visiva, mentre le variazioni al suo interno fanno avanzare il racconto.

Anche il colore assume una funzione precisa.

Il magenta nasce dal deterioramento della vecchia fotografia del padre. Alessandro parte proprio da quella dominante e, quando decide di fotografare se stesso, nello stesso luogo, quarantacinque anni dopo, introduce il verde, suo complementare.

Progressivamente la presenza del padre si frammenta, mentre quella del figlio emerge.

Non si tratta, però, di una sostituzione.

Il movimento che attraversa le nove tavole sembra, piuttosto, condurre dalla memoria del padre alla ricomposizione del figlio, attraverso quella memoria.

Figura 9 – Foto di Alessandro Fruzzetti_Origami

 

Il colore, quindi, non abbellisce il progetto: struttura una relazione. Così, come la griglia non è una semplice soluzione compositiva e i vuoti non sono spazi da riempire. Ogni elemento assume una funzione all’interno dello stesso sistema visivo.

Origami

Anche il titolo permette di entrare più profondamente nel lavoro.

Un foglio, una volta piegato, conserva la traccia di ciò che gli è accaduto. Non torna più, perfettamente, alla propria condizione originaria; attraverso quelle pieghe, però, può assumere una forma nuova.

La metafora diventa ancora più significativa, quando Fruzzetti decide di portare la piega dentro l’opera.

I singoli elementi vengono realmente piegati e fissati al supporto. La superficie acquista rilievo, produce ombre, cambia a seconda della luce e del punto dal quale viene osservata.

L’origami, quindi, non rimane soltanto nel titolo o nell’idea: diventa materia.

Ed è una scelta editoriale ed espositiva importante. Fruzzetti non considera la stampa, come il semplice momento finale, nel quale mostrare fotografie, già compiute. Anche supporto, piega, disposizione e successione delle tavole partecipano alla costruzione del significato.

Forma e contenuto procedono insieme.

 

Per chi fotografa, Origami offre, forse, la riflessione più interessante: avere un tema non significa ancora avere un progetto.

Possiamo ottenere ottime immagini della stessa persona, dello stesso luogo o dello stesso argomento, senza riuscire a costruire un linguaggio capace di tenerle insieme.

In Origami, invece, fotografia d’archivio, griglia, frammentazione, vuoti, colore, progressione delle tavole e piegatura materiale delle stampe rispondono alla stessa idea.

La forma nasce insieme al progetto. Ed è forse questa la differenza tra illustrare un tema e costruire un’opera.

Ma è già stato fotografato tutto?

Padri, figli, memoria, perdita, archivio familiare: quante volte sono stati fotografati?

Eppure Origami mette in crisi una frase che ricorre spesso fra fotografi: «È già stato fatto tutto.»

L’originalità non consiste necessariamente nell’affrontare un argomento nuovo. Può risiedere nel modo in cui mettiamo in relazione esperienza, pensiero e linguaggio.

Fruzzetti non rende personale Origami perché racconta suo padre, ma perché trova una forma che appartiene a quel rapporto e al proprio modo di attraversarne la memoria.

 

Per questo:

l’autorialità non nasce, necessariamente, dall’eccezionalità del soggetto; nasce dalla profondità dello sguardo, dall’impegno nella progettazione e dalla capacità di trovare una forma coerente per esprimere ciò che abbiamo, realmente, da dire.

E allora, possiamo tornare alla domanda dalla quale siamo partiti.

Forse il problema non è avere abbastanza idee. E neppure essere abbastanza creativi.

Prima di chiederci quale sarà il prossimo soggetto, potremmo guardare il lavoro che abbiamo davanti e domandarci:

In ciò che abbiamo fotografato quanto c’è di noi, veramente?

Daniela Calafato

CARPE DIEM – Sestri Levante (GE)

 

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