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Giulia Magnani "Aral", dai tavoli di lettura di Portfolio.

Là dove un tempo c’era il quarto lago più grande al mondo

oggi restano solo due lingue d’acqua limpida,

 strette su una terra graffiata da solchi secchi di sale.

Una natura violata

solo deformata può ricordare l’ombra di se stessa.

 Si galleggia sospesi nella malinconica bellezza di ciò che è stato e non è più

e di ciò che è e fra poco non sarà.

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9 commenti

  1. L’azzurro tenue del cielo addolcisce l’arido paesaggio esotico del lago salato di Aral. La narrazione tematica di Giulia Magnani rappresenta il dramma ambientale dovuto alla scomparsa del quarto lago più grande del mondo avvenuta per mano dell’uomo. Tutte le immagini ci appaiono viste attraverso un vetro vergato da rivoli d’acqua che genera complessità strutturale nella visione e conferisce emozionalità alle fotografie. La giovane autrice interpreta la realtà surreale che attraversa e rappresenta un ideale percorso alla ricerca di quel poco che è rimasto dell’immenso lago. L’ambiente in cui la natura ferita è dominante presenta i segni di una antropizzazione precaria che nei dittici e nel trittico accendono misteriose metafore. Nell’opera si avverte l’atmosfera straniante dello spirito d’avventura che ha animato l’autrice e il bisogno di accendere la coscienza collettiva verso la grande ferita inferta all’ecosistema che ha creato un nuovo deserto dove pochi anni fa c’era un grande lago pescoso.

    1. Immagini scarne , ancorchè inquietanti , quelle di Giulia Magnani, a testimonianza di un ennesimo scempio perpetrato dall’uomo sull’ambiente. Un lavoro lucidamente e rabbiosamente accusatorio che merita una riflessione profonda sulla follia dell’uomo.

  2. Questi malinconici paesaggi raccontano uno dei drammi contemporanei di cui l’uomo è parte in causa. Lavoro molto interessante per il tema trattato e i rivoli d’acqua conferiscono quell’alone misterioso che ci costringe a mettere a fuoco e a riflettere.

  3. Affascinanti nella loro desolazione, le immagini esprimono il significato del “grande vuoto” avvertibile sia in senso fisico e geografico che metaforico ed emotivo. Spingersi fino là e addentrarsi in storie che appartengono a luoghi e culture storiche lontane oltre che rappresentare un atto di coraggio implica un coinvolgimento encomiabile in problematiche che ci toccano tutti profondamente. L’apparente casualità delle riprese enfatizza infine il senso di stupore e inadeguatezza che si può percepire davanti a una catastrofe…

  4. Cercherò d’entrare in questo lavoro lievemente, adagiando pian piano gli infradito sulla bianca sabbia, evitando di restare soggiogato dall’azzurro cristallino del cielo indossando occhiali da sole con lenti a specchio. Timoroso e consapevole allo stesso tempo. Avendo a che fare con una fotografia di tipo concettuale porto con me anche una sentenza lapidaria di wikipedia che pesa poco: “ trattasi di un’espressione artistica in cui i concetti e le idee espresse siano più importanti del risultato estetico e percettivo dell’opera stessa”. Sintesi perfetta che fa pandan con il paio di rayban a goccia, una reflex di marca con zaino griffata, l’aria condizionata del fuori strada e la bottiglietta di plastica dell’acqua minerale. Turismo fotografico. Lido di volano anni settanta, stessa situazione visiva delle foto sopra esposte. Mia zia Ale ci portava al mare con la seicento, poi fotografava quello che capitava con l’afga istamatic. Ghirri passò da quelle parti insieme a Celati per “paesaggio italiano”, tutto non fu mai più come prima, specialmente in fotografia. Ale la zia aveva capito che non contava più se la foto era venuta bene, ma il saper trovare le parole giuste per far sembrare pregi i suoi errori, e noi eravamo tutti innocentemente felici.

  5. Mi sento di dissentire con Maurizio Tieghi riguardo al suo giudizio sul lavoro di Giulia :trattasi sicuramente più di un’opera di denuncia la sua che non concettuale e sicuramente distante dal turismo fotografico evocato da Maurizio. Poi sicuramente i colori e le atmosfere delle foto di Giulia richiamano alla mente le suggestioni di Ghirri ma questo non mi pare un elemento sminuente, anzi….con buona pace della zia Ale

  6. Porto innanzitutto i cari saluti da parte della zia Concettu Ale. Adoro quando una persona dissente, ancor di più quanto si fa con riferimento a delle mie parole, lo trovo anche adatto per vivacizzare il blog forse un tantino sbilanciato verso il mi piace-bella faccina sorridente. Nel frattempo c’è stato anche un fruttuoso (verso il mielato) scambio di mail dalla brava autrice verso il sottoscritto, e viceversa. Queste considerazioni che attraversano la fotografia dovrebbero invece essere pubbliche, per renderne partecipi anche gli altri naviganti del web. Se nel precedente intervento avevo usato mie parole per creare delle immagini fotografiche, ma solo per chi possiede quella precisa memoria storica, ora userò un’immagine fotografia per esprimere delle parole da leggere come critica fotografica. Prendere un mappamondo, porlo sull’atlante geografico in precedenza aperto sulla pagina del Lago Aral, recuperare dalla scatola delle statuine un paio di pecorine e posarle, adagiate su di un fianco come morte, sul Lago. Infine metterci anche la pagina del mensile dove nel titolo del servizio si parla della catastrofe. Scattare, rigorosamente tramite smartphone, ottenendone una singola foto che racconta da sola tutto il dramma. Anche questo l’ha già fatto Ghirri molto tempo prima. Il portfolio di Giulia, similarmente ad altri pubblicati sul sito di Fotoit, contiene a mio parere immagini troppo ripetitive, che finiscono per assomigliarsi togliendo tensione narrativa a chi le guarda. Le fotografie color fiordaliso mi sembrano fatte dall’interno di un autoveicolo, puntando la fotocamera verso il lunotto posteriore, la situazione genera due sensazioni: l’abbandono da parte dell’autrice del lago, l’introdurre tra la fotografa e il luogo dello scempio umano di un filtro (il vetro semitrasparente) di non contaminazione.

  7. Giulia ci presenta immagini fascinose ma che ci lasciano anche un senso di disagio.
    Una riflessione su quanto stà succedendo e spesso noi non vediamo.
    Siamo abbagliati, confusi e i cambiamenti, alcune volte disastrosi, della natura sono opera nostra, ma non ce ne accorgiamo.
    Quel vetro dietro al quale ha scattato, lo vedo come sinonimo delle barriere che abbiamo davanti agli occhi e ci impediscono di vedere con chiarezza i nostri comportamenti, accorgerci dei difetti e cercare di correggerli in tempo.
    Orietta Bay

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