Quando il tempo diventa il vero autore – di Daniela Calafato
“La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza una macchina fotografica.”
Dorothea Lange
Ci sono fotografie che colpiscono per la loro bellezza e altre che, silenziosamente, continuano a lavorare dentro di noi, molto tempo dopo averle osservate. È ciò che accade davanti a Leaving and Waving, il progetto di Deanna Dikeman.
Non è una ricerca costruita su luoghi straordinari o eventi eccezionali. È il racconto di un gesto quotidiano, ripetuto con una fedeltà disarmante, fino a trasformarsi in una delle più intense riflessioni fotografiche sul tempo, sulla memoria e sugli affetti.
Nel 1991, ogni volta che lasciava la casa dei genitori, Deanna Dikeman scattava una fotografia dal finestrino dell’automobile mentre loro la salutavano.
Sempre lo stesso gesto. Ha continuato a farlo per ventisette anni.

All’inizio il progetto sembra raccontare un semplice arrivederci. Ma, fotografia dopo fotografia, accade qualcosa che nessun fotografo avrebbe potuto costruire artificialmente:
I capelli diventano bianchi.
I corpi cambiano.
Le stagioni si alternano.
Le espressioni si fanno diverse.
Anche il modo di salutarsi cambia.

Poi, un giorno, davanti alla casa rimane soltanto la madre.

Infine, l’ultima immagine: il vialetto è vuoto

La fotografia che non cerca l’eccezionalità
Osservata singolarmente, una fotografia di questa serie potrebbe sembrare quasi ordinaria.
Una villetta.
Un vialetto.
Una madre che sorride e alza la mano.
Sul fondo, il padre, più distante, quasi sotto il portico.
Nulla di spettacolare.
Eppure ogni dettaglio partecipa alla costruzione del racconto.
Il punto di vista è quello dell’automobile in partenza. Non osserviamo la scena come spettatori: siamo seduti al posto di guida, diventiamo la figlia che riparte. Il parabrezza coincide con l’obiettivo fotografico.
La madre occupa il primo piano, luminosa, accogliente, quasi a voler trattenere ancora per un istante quel legame. Il padre rimane più arretrato, discreto, fedele ad un diverso modo di manifestare l’affetto. Anche la casa, apparentemente semplice sfondo, assume progressivamente il ruolo di terzo protagonista: resta immobile mentre tutto il resto cambia.
La forza di questa fotografia, però, non risiede nella composizione o nella qualità tecnica. Risiede nella sua ripetizione. Ogni immagine acquista significato grazie alla precedente e prepara la successiva. È la sequenza a trasformare fotografie apparentemente semplici in una narrazione universale. Leaving and Waving insegna una lezione preziosa.
Molti fotografi cercano immagini straordinarie.
Deanna Dikeman ha scelto di fotografare ostinatamente la normalità. Ha rinunciato alla varietà per ottenere profondità. Ha capito che il vero soggetto non era il saluto, era il tempo. È proprio il trascorrere degli anni a modificare il significato delle fotografie. Lo stesso gesto evolve da un semplice arrivederci fino a trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in un addio. Ed è probabilmente questa la ragione per cui riesce a emozionare con tanta intensità
Una riflessione per noi fotografi.
Per chi costruisce un portfolio, Leaving and Waving rappresenta una lezione di straordinaria attualità. Viviamo in un’epoca in cui siamo portati a cercare continuamente immagini nuove, spettacolari, perfette. Eppure questo lavoro dimostra il contrario. Una grande fotografia non nasce necessariamente dall’eccezionalità del soggetto. Nasce dalla profondità dello sguardo. La fotografia contemporanea ci ricorda sempre più spesso che il valore di un progetto non dipende dalla singola immagine, ma dalla capacità di costruire un pensiero fotografico, coerente nel tempo. Non è la fotografia perfetta a rimanere nella memoria. È quella che continua a generare domande. Per questo motivo i progetti di lunga durata, possiedono una forza unica: permettono al tempo di diventare parte integrante dell’opera. Non raccontano soltanto ciò che vediamo, ma ciò che la vita modifica, lentamente, davanti ai nostri occhi. Guardando Leaving and Waving si comprende che Deanna Dikeman non ha semplicemente documentato i saluti ai propri genitori. Ha fotografato ciò che nessuno può fermare, il trascorrere del tempo. Ed è forse questa la più grande lezione che il suo lavoro consegna a ciascuno di noi. La fotografia non serve soltanto a conservare un ricordo. Può diventare uno strumento per comprendere la vita mentre accade.
Forse, allora, la domanda più importante che questo lavoro lascia a ogni fotografo non è “che cosa fotografare?”, ma un’altra, molto più difficile: Se il tempo è il vero autore di questa storia, quale frammento della nostra quotidianità stiamo trascurando, senza accorgerci che proprio lì, nell’infraordinario, potrebbe nascondersi il progetto più importante della nostra vita fotografica?
Daniela Calafato




Mi ricorda la scena del film “Smoke”, il tabaccaio fotografava lo stesso angolo di strada ogni giorno alla stessa ora, tutte uguali ma tutte diverse: “Qualche volta la stessa gente, qualche volta differente. Qualche volta quelli differenti diventano uguali, e la stessa gente scompare. La terra gira intorno al sole, e ogni giorno la luce del sole colpisce la terra da un’angolazione differente (…) Il tempo mantiene sempre il suo ritmo.”
Il tempo stratifica nelle rocce e nella terra le tracce delle forme di vita che lo hanno attraversato; la fotografia ci aiuta a conservare gli strati della nostra storia. Io mi appassiono a guardare le imagini storiche dei fotografi del mio territorio, documenti di vita quotidiana che aiutano a capire la nostra storia.
(Fonte: Riccardo Perini – https://www.riccardoperini.it/film-smoke/)
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(Fonte: Riccardo Perini – https://www.riccardoperini.it/film-smoke/)
Grazie Carla, per questa bellissima riflessione e per il richiamo a Smoke, che trovo davvero pertinente.
Forse è proprio questo uno dei poteri più profondi della fotografia: fermare ciò che, mentre accade, ci sembra ordinario e che solo il tempo ci rivela essere irripetibile.
Le fotografie di Deanna Dikeman raccontano, esattamente questo: per anni lo stesso gesto, lo stesso saluto, quasi la stessa inquadratura. Eppure, immagine dopo immagine, tutto cambia. I corpi, i volti, le stagioni, le presenze. Fino a quando ciò che era sempre stato lì non c’è più.
Forse fotografiamo anche per questo: perché sappiamo, più o meno consapevolmente, che ciò che oggi ci appare ordinario, un giorno potrebbe diventare ciò che più vorremmo poter rivedere.
Grazie davvero per aver aggiunto questa ulteriore prospettiva alla riflessione.
Grazie Daniela per questo tuo articolo in cui con delicatezza, così come l’autrice Deanna Dikeman, racconti il suo lavoro così forte.
Grazie Sara, apprezzo tanto il tuo commento. Credo che, la forza del lavoro di Deanna Dikeman, stia proprio nella sua capacità di raccontare qualcosa di profondamente doloroso, senza mai alzare la voce. Con gesti semplici, ripetuti nel tempo, ci conduce, quasi inconsapevolmente, verso il tema dell’assenza e del distacco.
Ho cercato di avvicinarmi al suo lavoro con la stessa delicatezza, perché ci sono fotografie che non hanno bisogno di essere spiegate troppo: chiedono soprattutto il tempo e il silenzio necessari per essere sentite.
Grazie per aver colto questo aspetto.
Trovo questa disamina eccezionale, cosi come lo è stato il lavoro fotografico della Dikeman. Forse perché non è nato inizialmente come progetto fotografico ma lo è diventato nel tempo, unendo idea, progettualità, impatto emotivo. O forse nessuna di queste, perché le immagini, da sole hanno costruito una narrazione continua che poi sono diventate un progetto fotografico. Le domande ci sono, e ognuno può dare tante risposte.
Grazie Ilaria, hai colto un aspetto che ha affascinato molto anche me. Forse la straordinarietà di questo lavoro sta proprio, nel fatto che, il progetto non sia nato, già consapevole di ciò che sarebbe diventato.
Un gesto semplice, quasi rituale, ripetuto negli anni ha accumulato senso, insieme al tempo. E a un certo punto, quelle singole fotografie hanno smesso di essere, soltanto, ricordi familiari e, messe una accanto all’altra, hanno cominciato a raccontare qualcosa di molto più grande e universale: il passare del tempo, l’amore, l’invecchiamento, il distacco, l’assenza.
E trovo bellissima la domanda che, implicitamente, poni: siamo sempre noi fotografi a costruire un progetto o, qualche volta, è il progetto che lentamente si rivela a noi?
Forse non serve trovare una risposta definitiva. Come dici tu, le domande ci sono, ed è proprio quando una fotografia continua a generarne, che dimostra tutta la sua forza.
Grazie per questa riflessione, che aggiunge un ulteriore livello di lettura al lavoro della Dikeman.
Sono solo parzialmente d’accordo con l’ottima entusiastica recensione sul lavoro di Deanna Dikeman per mano della bravissima Daniela Calafato. Ma questo ha poca importanza. Tengo invece a rammentare che la critica, già da Barthes e Sontag, è fortemente scissa sulla fotografia “intimistica”, cui la presente serie-racconto lungo 27 anni indubbiamente appartiene. E questo anche dopo l’avvento del fenomeno Nan Goldin, che rispetto alla Dikeman di questo portfolio, a quanto pare il più rilevante della sua produzione, è però altra cosa. La Goldin infatti, attraverso l’autobiografismo, in cui è al tempo stesso fotografa e fotografata – per così dire ma nemmeno tanto vittima e carnefice – si mette totalmente in gioco e da buona attivista registra e sviscera, e certamente interpreta, fenomeni sociali, uscendo pertanto dal ristretto canone personalistico e trasformandosi in testimone del suo tempo. Va aggiunto che il rischio “predatorio” (v. Sontag), finalizzato al successo, legato al conseguente cannibalismo del mercato, in questo genere fotografico è sempre dietro l’angolo. Lo stesso da cui Barthes invece protegge ad esempio l’immagine della madre, figura centrale da cui prende avvio il suo discorso sulla fotografia, che decide di non esibire in quanto fatto del tutto personale, potremmo dire non trasferibile. Premesso ovviamente (anzi, post-messo) che ognuno/a, con la fotocamere (ma anche senza), fa ciò che meglio o peggio crede. Sappiamo tuttavia che il discorso, come al solito, è molto più complesso. Per dirla alla Camporesi/Stein, più complesso più complesso più complesso.
Grazie Giuliano per questo commento così articolato e, soprattutto, per aver allargato la riflessione oltre il singolo lavoro di Deanna Dikeman. Il richiamo a Barthes, Sontag e Nan Goldin introduce infatti una questione fondamentale: quando una fotografia, che nasce dall’intimità personale, riesce a trascendere il privato e diventare esperienza condivisa? E dove, invece, rimane il confine, oltre il quale l’esposizione dell’intimità può diventare appropriazione?
Concordo sul fatto che Goldin e Dikeman occupino territori, profondamente, diversi. In Goldin l’autobiografia diventa testimonianza sociale, politica e generazionale: l’autrice appartiene allo stesso mondo che fotografa, lo attraversa e vi si espone personalmente. In Leaving and Waving, invece, la dimensione rimane volutamente domestica e familiare. Ma è proprio qui che, personalmente, trovo uno degli elementi più interessanti del lavoro della Dikeman: un gesto assolutamente privato e apparentemente insignificante – salutare i genitori prima di ripartire – attraverso la ripetizione e il tempo finisce per perdere parte della propria specificità biografica e diventare riconoscibile anche nell’esperienza degli altri.
Naturalmente, rimane aperta la questione posta da Sontag sul carattere potenzialmente “predatorio” dell’atto fotografico e, ancora di più, quella suggerita da Barthes sul diritto di alcune immagini a restare nel territorio dell’intimità e della memoria personale. Sono interrogativi che credo non possano avere una risposta definitiva e che oggi, forse, dovremmo porci ancora più frequentemente.
La mia lettura della Dikeman nasce proprio da qui: non dalla volontà di stabilire un valore assoluto del suo lavoro, ma da ciò che quelle immagini hanno provocato in me come osservatrice e fotografa. Ed è molto interessante che possano generare in altri una lettura differente, persino critica.
Perché forse un lavoro fotografico davvero vivo non è quello sul quale siamo tutti d’accordo, ma quello che continua a interrogarci anche dopo aver smesso di guardarlo.
Grazie quindi per aver aggiunto complessità alla discussione: quel “più complesso, più complesso” mi sembra, in fondo, un ottimo modo per continuare a parlare di fotografia.
Complimenti Daniela , la lettura del tuo articolo, cosi attento al racconto dell’ autrice, mi ha portata ad una riflessione sul mondo dell’ immagine e della fotografia che permea la nostra vita e sulla percezione del tempo , troppo spesso sincronizzato col ritmo frenetico della quotidianità.
Oggigiorno milioni di fotografie passano rapidissime davanti ai nostri occhi sui dispositivi digitali che fanno ormai parte della nostra anatomia ; fotografie create anche artificialmente per attrarre attenzione ma senza incidere sul nostro pensiero profondo , nate per essere effimere e volatili . Viviamo nell’ era delle immagini che indirizzano le nostre scelte ma non stimolano la riflessione.
Ovviamente, a mio parere, tra immagine e fotografia c’è un oceano di differenza che lascio valutare, ma è proprio questo che credo manchi ai nostri giorni: la consapevolezza che compiamo ogni giorno ritualità o gesti di cui perderemo la memoria perchè non li vediamo più…..
Il saluto della Dickman, sempre lo stesso, è una”icona familiare” raccolta nel tempo di cui non solo si è fatta memoria ma si è fatto un percorso tracciato negli anni ,un ricordo vissuto,un sentimento narrato.
Il progetto fotografico si è sviluppato con il ritmo della vita naturale: il tempo e gli anni che passano, i protagonisti che si estinguono ma quel saluto immortalato per anni rimane , anche nella sua assenza, in quell’ immagine del vialetto vuoto e silenzioso come ultimo atto della storia fotografica.
Non sono che una dilettante, più incantata dalle emozioni che dall’ analisi degli autori, ma ho voluto partecipare all’ invito di Daniela ringraziandola ancora per aver stimolato, con il suo scritto, questo percorso di riflessione .
Grazie Costanza, la tua non è affatto una riflessione “da dilettante”: hai toccato un punto che considero centrale. Viviamo immersi in un flusso incessante di immagini, viste e subito dimenticate, mentre la fotografia può ancora avere la capacità opposta: farci fermare, trattenere ciò che rischiamo di non vedere più e restituirgli significato.
Trovo molto bella la tua definizione del saluto della Dikeman come “icona familiare”. Un gesto quotidiano, apparentemente insignificante, che attraverso la ripetizione diventa memoria, racconto e infine testimonianza del tempo. E proprio il vialetto vuoto, dell’ultima fotografia, rende ancora più potente tutto ciò che lo ha preceduto: l’assenza ci costringe improvvisamente a vedere il valore di quella presenza che, per anni, sembrava scontata.
Forse è anche questo che questo lavoro ci ricorda come fotografi: imparare a riconoscere ciò che merita di essere guardato prima che diventi memoria.
Grazie davvero, Costanza, per aver accolto il mio invito alla riflessione e averlo arricchito con la tua sensibilità.
Grazie Daniela, per questo post che permette di porre all’attenzione il fascino dell’Opera Concettuale che è altra cosa dall’immagine concettuale.
Ho tentato di presentare cos’è l’opera concettuale in una serata FIAF che puoi vedere a questo link : https://www.youtube.com/watch?v=H-WavFjZYHw
L’immagine concettuale è sempre esistita da quando l’uomo si esprime con immagini (pittoriche o fotografiche che siano). Basta inserire un simbolo nell’icona per generare un’immagine concettuale, bella o brutta che sia.
L’opera concettuale nasce dal cambio di paradigma dato da Marcel Duchamp al concetto d’opera col “ready made” dove veniva dato un diverso concetto di opera con l’occultamento dell’autore. Come puoi vedere nella mia trattazione, è negli anni ’60 che il nuovo pensiero di Duchamp trova applicazione nell’arte e nella fotografia.
In fotografia, come ha mostrato Franco Vaccari, l’opera concettuale trova un’applicazione formidabile. Si possono ottenere immagini attraverso l’ideazione da parte del fotografo di una ritualità che le genera; nella Biennale del 1972 lui ottenne centinaia di immagini, legate tra loro da un legame concettuale, senza scattare una foto.
Sono immagini che nascono legate da un concept, stabilito anticipatamente, di vario tipo che conferisce all’opera un senso, in molti casi è trascurata la qualità formale delle immagini (vedi Smoke dove il fotografo scattava guardando l’orologio non in macchina). Nel lavoro presentato di Deanna Dikeman il concept che giustifica le immagini e dona senso all’opera è che ogni immagine rappresenta il momento della partenza, anno dopo anno (non il momento migliore per ottenere una bella immagine). L’opera se letta nel suo concept è densa di significati, se invece letta senza tenere conto del concept potrebbe essere vista come un giochino come spesso accade nella considerazione delle opere concettuali.
Grazie Silvano, il tuo intervento aggiunge una chiave di lettura fondamentale, chiarendo bene la distinzione tra immagine concettuale e opera concettuale.
Il riferimento a Duchamp e a Franco Vaccari sposta, infatti, l’attenzione dalla singola fotografia all’idea, alla regola che genera e tiene insieme l’opera. Ed è così che, trovo particolarmente interessante rileggere “Leaving and Waving”: isolati dalla serie, alcuni scatti della Dikeman potrebbero apparire semplici fotografie familiari; acquistano, invece, senso attraverso la ritualità che li unisce, quel preciso momento della partenza, ripetuto anno dopo anno. Non il momento fotograficamente migliore, ma quello necessario al progetto.
E qui, per me, entra qualcosa di ancora più potente: il tempo. La regola rimane la stessa, mentre i corpi cambiano, i genitori invecchiano, la presenza diventa assenza, fino al vialetto vuoto.
Forse è proprio nell’incontro tra rigore della ripetizione e imprevedibilità della vita che, quest’opera trova gran parte della sua forza.
Grazie, anche, per aver condiviso il tuo approfondimento: offre strumenti preziosi per andare oltre la semplice valutazione estetica delle singole fotografie e comprendere perché, davanti a un’opera concettuale, dobbiamo prima di tutto chiederci quale sia l’idea che la rende opera. Grazie ancora.
Grazie a Daniela che grazie al suo articolo ci offre una riflessione potente e toccante sul valore più profondo della fotografia, andando oltre la ricerca di immagini spettacolari o eccezionali. Attraverso l’analisi del progetto “Leaving and Waving” di Deanna Dikeman, mette infatti in luce come la forza della fotografia risieda non tanto nell’istantanea singola, ma nella sequenza e nella profondità dello sguardo che racconta il tempo e il mutamento. L’autrice sottolinea l’importanza di cogliere la normalità e la quotidianità, spesso trascurate, come il terreno più autentico e ricco per un racconto fotografico significativo.
In un’epoca dominata dalla ricerca dell’immediatezza e della novità, questa visione invita i fotografi a rallentare, a costruire storie coerenti e durature che riflettano il passare del tempo e le sue trasformazioni invisibili. La domanda finale, che stimola a riscoprire l’importanza di ciò che consideriamo ordinario, diventa una sfida preziosa per ogni fotografo: guardare con più attenzione ciò che viviamo ogni giorno, perché proprio lì può nascondersi un progetto dal valore unico e personale.
In sintesi, l’articolo celebra la fotografia come strumento di comprensione della vita stessa, non solo come conservazione del ricordo, ma come indagine profonda e continua del nostro quotidiano. Brava Daniela, come al solito un ottimo lavoro.
Grazie Vic, hai colto pienamente il senso della riflessione, che volevo condividere: rallentare lo sguardo e tornare a riconoscere il valore di ciò che, proprio perché quotidiano, rischiamo di non vedere più.
Mi piace molto il tuo riferimento alla fotografia, non soltanto come conservazione del ricordo, ma come strumento per comprendere la vita e le sue trasformazioni. È forse questa una delle lezioni più profonde che ci lascia il lavoro della Dikeman.
Ma voglio ringraziarti, soprattutto, per il tempo e l’attenzione che, ancora una volta, dedichi ai miei lavori. Leggere, soffermarsi, riflettere e poi condividere il proprio pensiero è un dono prezioso, che non considero mai scontato.
Grazie davvero, Vic.
Daniela , con il suo articolo. ci offre una riflessione potente e toccante sul valore più profondo della fotografia, andando oltre la ricerca di immagini spettacolari o eccezionali. Attraverso l’analisi del progetto “Leaving and Waving” di Deanna Dikeman, mette infatti in luce come la forza della fotografia risieda non tanto nell’istantanea singola, ma nella sequenza e nella profondità dello sguardo che racconta il tempo e il mutamento. L’autrice sottolinea l’importanza di cogliere la normalità e la quotidianità, spesso trascurate, come il terreno più autentico e ricco per un racconto fotografico significativo.
In un’epoca dominata dalla ricerca dell’immediatezza e della novità, questa visione invita i fotografi a rallentare, a costruire storie coerenti e durature che riflettano il passare del tempo e le sue trasformazioni invisibili. La domanda finale, che stimola a riscoprire l’importanza di ciò che consideriamo ordinario, diventa una sfida preziosa per ogni fotografo: guardare con più attenzione ciò che viviamo ogni giorno, perché proprio lì può nascondersi un progetto dal valore unico e personale.
In sintesi, l’articolo celebra la fotografia come strumento di comprensione della vita stessa, non solo come conservazione del ricordo, ma come indagine profonda e continua del nostro quotidiano. Brava Daniela, come al solito un ottimo lavoro.
Adoro l’intimità’ di questo lavoro e la delicatezza con cui e’ stato concepito.
Penso Daniela che tu abbia colto in pieno il messaggio di questo progetto intimistico, che e’ divenuto concettuale nel momento in cui Deanna Dikeman ha deciso di fotografare i suoi genitori ogni volta che li andava a trovare quando arrivava e quando ripartiva.
In realta’ il fulcro intorno al quale ruota il suo lavoro e’ lo scorrere del tempo che lei individua in quell’atto ripetitivo di ritrarre i suoi genitori sempre nella stessa circostanza, a intervalli piu’ o meno regolari.
L’invecchiamento graduale nel tempo fino alla scomparsa prima dell’uno e poi dell’altro, porta quindi all’assenza fisica anche se attraverso l’assenza si percepisce che il tempo trasforma ma non cancella.
Il garage chiuso, senza alcuna figura davanti , con cui termina il progetto a mio avviso non e’ la fine ma e’ in divenire come una sospensione, lascia adito a piu’ interpretazioni.
Grazie Paola, le tue parole mi fanno, particolarmente, piacere perché arrivano da una fotografa brava e sensibile, capace di andare oltre ciò che un’immagine semplicemente mostra.
Condivido assolutamente la tua lettura del tempo come vero fulcro del lavoro della Dikeman: un tempo che trasforma, sottrae le presenze, ma non riesce a cancellarle.
E trovo bellissima la tua interpretazione dell’ultima fotografia. Quel garage chiuso e vuoto non rappresenta necessariamente una fine: è piuttosto una sospensione. Le figure non ci sono più, eppure continuiamo quasi a percepirle davanti a noi. Forse è proprio questa assenza, così piena di memoria, a rendere l’ultima immagine tanto potente.
Grazie Paola per esserti soffermata con tanta attenzione e sensibilità sul mio articolo.
E’ stato molto bello condividere le varie opinioni, grazie ancora Daniela per avercene dato la possibilità’ … a presto per nuovi entusiasmanti incontri.
Grazie cara Daniela, un bellissimo articolo e una considerazione molto importante alla quale ci si arriva con il tempo (a volte penso che la chiave di tutto sia proprio il tempo perché ricorre sempre nelle riflessioni), facendo dei percorsi personali di studio e sperimentazione, lavorando su progetti (che non finiscono mai) e non su foto singole. Affinare lo “sguardo” e trovare il proprio è un percorso, lungo e stupendo, per chi vuole di più di una semplice foto Wow! Che lascia il tempo che trova e non propone domande e neanche emoziona o commuove.
Grazie Daniela, cara amica. Forse hai ragione: la chiave di tutto è proprio il tempo. Il tempo che serve per studiare, sperimentare, sbagliare, costruire progetti e, soprattutto, affinare quello sguardo personale che, nessuno può insegnarci fino in fondo, perchè è un difficile percorso personale.
Condivido, profondamente, ciò che scrivi sulla fotografia “Wow”: può sorprenderci per un istante, ma una fotografia che resta è quella che continua a parlarci dopo, che pone domande, che riesce a toccare qualcosa dentro di noi. E forse anche i progetti, come dici tu, non finiscono mai davvero: cambiamo noi e cambia il nostro modo di leggerli e di fotografare.
Grazie per le tue parole, ma soprattutto grazie per il confronto che da tempo condividiamo. ❤️
Leggendo l’articolo mi viene in mente la frase del Petrarca “La vita fugge et non s’arresta una hora” (Sonetto 272 del Canzoniere).
La Dikeman ha seguito lo scorrere del tempo puntando l’obiettivo sugli affetti familiari e constatando il lento decadere dei suoi cari. Alla fine restano i luoghi che continuano a narrare storie di vita ed a fare memoria, quella eterna.
Non ci sono filtri, è la cruda realtà ma è l’esperienza di ciascuno di noi.
Grazie Federica, il riferimento a Petrarca è bellissimo e aggiunge un’ulteriore profondità alla lettura del lavoro della Dikeman. “La vita fugge et non s’arresta una hora” sembra quasi accompagnare, immagine dopo immagine, l’intero progetto.
Mi colpisce, molto, anche ciò che scrivi sui luoghi. Alla fine i genitori scompaiono dall’inquadratura, ma la casa, il vialetto, il garage restano e diventano custodi silenziosi di ciò che è stato. L’assenza non cancella la storia: in qualche modo la rende ancora più visibile.
Ed è vero, non ci sono filtri né artifici: c’è la vita nella sua inevitabile trasformazione. Forse è proprio per questo che un racconto così intimo finisce per appartenere a tutti noi.
Grazie Federica: il tuo sguardo, con la sensibilità e la cultura che ti appartengono, arricchisce davvero questa riflessione.
Straordinaria narrazione, del tempo …
È questo, forse, uno degli aspetti più profondi della fotografia: non fermare semplicemente un istante, ma rendere visibile il passaggio degli anni. Quelle immagini, apparentemente identiche, finiscono così per raccontare molto più di un saluto: raccontano l’assenza che arriva lentamente, la memoria e il legame tra le persone.
Brava Daniela <3
Grazie Geppino, hai colto un punto che trovo fondamentale: la fotografia non ferma il tempo, ma può renderne visibile il passaggio.
Ed è proprio la ripetizione di immagini, apparentemente simili, a permetterci di percepire ciò che, vivendo, quasi non vediamo: i corpi che cambiano, gli anni che trascorrono, fino a quando una presenza diventa memoria.
Grazie davvero, per il tuo commento e per la sensibilità fotografica con cui guardi le immagini, mi fa tantissimo piacere. ❤️
Daniela, ti ringrazio perché non conoscevo l’ autrice e questo suo lavoro, che da novizio trovo particolare quanto affascinante. Al Livorno Photoday di febbraio, mi fermai ad ascoltare Isabella, che era al tavolo delle “fanzine”. E una partecipante presentò una fanzine, con foto tutte uguali, scattate dalla sua finestra alla finestra di fronte, dove si intravedeva l’interno del salotto di un appartamento e la vita quotidiana della famiglia che lo abitava. Mese dopo mese, dopo mese. Isabella definì quel lavoro “delizioso”. Mi rimase impresso e pensai proprio le stesse cose che ho letto nei commenti precedenti. Un luogo e una serie di fotografie scattate nel tempo, che ne diventano testimone e documento permanente. Quando si sfoglia il classico album dei ricordi, le reazioni sono più o meno sempre le stesse: si vede il parente giovane, quello che era bambino e ora è adulto ecc., quelli che sono degli “scatti ricordo” sono a tutti gli effetti un documento del tempo che passa, però le foto sono sempre in contesti diversi. Qui invece, come ne già citato film Smoke, o nella fanzine a cui facevo riferimento, il luogo è sempre lo stesso e questo amplifica le emozioni in chi guarda e ancora più chi quei momenti li ha vissuti.
Bellissimo.
Grazie Alessandro, l’esempio della fanzine che racconti è davvero pertinente e mi ha fatto tornare in mente un lavoro di Andrea Angelini, lettore della FIAF, visto alcuni anni fa, anch’esso legato allo scorrere del tempo e all’osservazione attraverso una finestra.
Hai colto un aspetto importante: quando il luogo e l’inquadratura rimangono sostanzialmente gli stessi, è proprio ciò che cambia al loro interno a diventare più evidente. Il tempo non viene soltanto raccontato: diventa visibile per differenza, fotografia dopo fotografia. parliamo, proprio, di fotografia concettuale.
Credo, anche, che il tuo racconto confermi quanto sia importante guardare e conoscere molti lavori fotografici, anche molto diversi dai nostri. Ogni portfolio, osservato con attenzione, amplia il nostro bagaglio e affina la capacità di leggere le immagini, comprenderne le relazioni e riconoscere le scelte che trasformano una serie di fotografie in un progetto.
E, in fondo, continuare a educare lo sguardo è parte essenziale del nostro essere fotografi. Grazie Alessandro per aver condiviso questa esperienza e di esserci sempre!
Un episodio di qualche anno fa.
Sono invitato a casa di un carissimo amico che festeggia l’ingresso in famiglia della sua primogenita.
Arrivo e mi accorgo che sono presenti tutti i parenti, risalendo anche di un paio di generazioni.
All’improvviso la nonna della neonata lancia l’idea”:
“CI SIAMO TUTTI, PERCHE’ NON FACCIAMO UNA BELLA FOTO DI FAMIGLIA”?
Essendo l’unico estraneo mi viene assegnato il ruolo di fotografo. La macchina è poco più di una instamatic, ma non ha importanza-
Mentre scatto penso a quante occasioni del genere vengono perdute perché non viene colta l’importanza di un atto quasi rituale del voler fermare il tempo cristallizzandolo in una immagine che possa essere paragonata ad altre che consentano di fare piccole/grandi scoperte (cfr il citato film “Smoke”) ed apprezzare variazioni che altrimenti andrebbero perdute.
“TEMPUS FUGIT” ma un click può fermarlo, aiutandoci a capire di più.
Grazie Marco, il tuo racconto restituisce perfettamente il senso di ciò che stiamo condividendo. Quella fotografia di famiglia, nata quasi per caso e senza alcuna pretesa fotografica, con il passare degli anni è probabilmente diventata sempre più preziosa.
Spesso, siamo attratti da ciò che riteniamo eccezionale e dimentichiamo di fotografare la vita mentre, semplicemente, accade: una famiglia riunita, un gesto abituale, un volto, una presenza. Eppure sono proprio questi momenti ordinari che il tempo trasforma in qualcosa di irripetibile.
Hai ragione: “Tempus fugit”, e forse la fotografia non può davvero fermarlo, ma può conservarne una traccia e, a distanza di anni, aiutarci a comprendere, quanto valore ci fosse in ciò che, allora ci sembrava normale.
Grazie Marco per aver condiviso questo ricordo e, soprattutto, per la sensibilità con cui continui ad accompagnare le nostre riflessioni. Ti abbraccio con tanto affetto. ❤️
Se la genesi di Leaving and Weaving, come ci racconta la stessa Dikeman, fu a sé stante rispetto al maxi progetto di simile natura al quale lavorava, che dire del concettuale che la sottende? Il primato dell’idea, il concept, starebbe in sostanza in quell’accorgersi, sembra più di tre lustri dopo, dell’importanza di quegli scatti per la loro coerenza narrativa. Viene però da chiedersi come sia possibile che una fotografa già riconosciuta che maneggiava la materia dell’intimismo famigliare dovesse aspettare tutti quegli anni per rendersene conto. Tale versione regge poco e da parte dell’autrice aver sottolineato l’estemporaneità della faccenda finisce per produrre l’effetto opposto. Probabilmente Dikeman già dai primi scatti aveva chiara l’ idea, ma trattandosi dei suoi genitori, sebbene informati e complici, avvertiva qualche imbarazzo.
Questo “memento mori” (ancora Sontag) reiterato per 27 anni e la riconducibilità, come si diceva in altro commento, al discorso del predatorio e della non trasferibilità dell’intimo, francamente un po’ disturba. Anche se non dovrebbe, oggi che siamo completamente travolti e sommersi dalla “furia delle immagini” (Fontcuberta), come già la stessa Sontag prediceva assieme al loro effetto alla lunga “anestetizzante”.
Ma dobbiamo anche dire che con questa serie-racconto siamo all’interno di quello spazio concettuale che include un tipo di realismo che solo la fotografia, con i suoi limiti, ci può consegnare, per giunta con quella normalità quotidiana e semplicità formale scelta dall’autrice (il riferimento all’infra-ordinario non è casuale). Leaving and Waving è infatti l’evidenza che quelle persone sono esistite, in quel luogo, in quel tempo e con quella relazione. Insomma quel ça a été barthesiano, che certo concettualismo non “retinico”, che si spinge persino verso l’astrattismo senza curarsi del fatto che l’astrattismo in fotografia non può esistere, colloca – a mio avviso sbagliando – ormai nel Giurassico.
Ottimo lavoro divulgativo, grazie.
Secondo me, ogni momento della giornata e della vita , nostra e altrui, é potenzialmente interessante, ma va visto e documentato nel lungo periodo ,come insegna l’ autrice.
Grazie al suo lavoro ha dato a quelle immagini ed ai suoi genitori, una sorta di vita eterna proprio perché ha fotografato un gesto così semplice e scontato, che tutti facciamo quasi automaticamente decine di volte al giorno, ma che visto in un contesto di progetto autoriale,ha un peso emotivo enorme.
Grazie.
Grazie Gianluca. Mi piace molto la tua riflessione sulla sorta di “vita eterna” che la Dikeman è riuscita a consegnare ai suoi genitori attraverso la fotografia.
È sorprendente come un gesto così semplice, quasi automatico come un saluto, possa acquistare un peso emotivo enorme, quando viene osservato nel tempo e diventa parte di una visione autoriale.
Forse è anche un invito per noi fotografi a non cercare sempre lontano ciò che merita di essere raccontato.
Grazie davvero per il tuo contributo.