Quando il tempo diventa il vero autore – di Daniela Calafato
“La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza una macchina fotografica.”
Dorothea Lange
Ci sono fotografie che colpiscono per la loro bellezza e altre che, silenziosamente, continuano a lavorare dentro di noi, molto tempo dopo averle osservate. È ciò che accade davanti a Leaving and Waving, il progetto di Deanna Dikeman.
Non è una ricerca costruita su luoghi straordinari o eventi eccezionali. È il racconto di un gesto quotidiano, ripetuto con una fedeltà disarmante, fino a trasformarsi in una delle più intense riflessioni fotografiche sul tempo, sulla memoria e sugli affetti.
Nel 1991, ogni volta che lasciava la casa dei genitori, Deanna Dikeman scattava una fotografia dal finestrino dell’automobile mentre loro la salutavano.
Sempre lo stesso gesto. Ha continuato a farlo per ventisette anni.

All’inizio il progetto sembra raccontare un semplice arrivederci. Ma, fotografia dopo fotografia, accade qualcosa che nessun fotografo avrebbe potuto costruire artificialmente:
I capelli diventano bianchi.
I corpi cambiano.
Le stagioni si alternano.
Le espressioni si fanno diverse.
Anche il modo di salutarsi cambia.

Poi, un giorno, davanti alla casa rimane soltanto la madre.

Infine, l’ultima immagine: il vialetto è vuoto

La fotografia che non cerca l’eccezionalità
Osservata singolarmente, una fotografia di questa serie potrebbe sembrare quasi ordinaria.
Una villetta.
Un vialetto.
Una madre che sorride e alza la mano.
Sul fondo, il padre, più distante, quasi sotto il portico.
Nulla di spettacolare.
Eppure ogni dettaglio partecipa alla costruzione del racconto.
Il punto di vista è quello dell’automobile in partenza. Non osserviamo la scena come spettatori: siamo seduti al posto di guida, diventiamo la figlia che riparte. Il parabrezza coincide con l’obiettivo fotografico.
La madre occupa il primo piano, luminosa, accogliente, quasi a voler trattenere ancora per un istante quel legame. Il padre rimane più arretrato, discreto, fedele ad un diverso modo di manifestare l’affetto. Anche la casa, apparentemente semplice sfondo, assume progressivamente il ruolo di terzo protagonista: resta immobile mentre tutto il resto cambia.
La forza di questa fotografia, però, non risiede nella composizione o nella qualità tecnica. Risiede nella sua ripetizione. Ogni immagine acquista significato grazie alla precedente e prepara la successiva. È la sequenza a trasformare fotografie apparentemente semplici in una narrazione universale. Leaving and Waving insegna una lezione preziosa.
Molti fotografi cercano immagini straordinarie.
Deanna Dikeman ha scelto di fotografare ostinatamente la normalità. Ha rinunciato alla varietà per ottenere profondità. Ha capito che il vero soggetto non era il saluto, era il tempo. È proprio il trascorrere degli anni a modificare il significato delle fotografie. Lo stesso gesto evolve da un semplice arrivederci fino a trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in un addio. Ed è probabilmente questa la ragione per cui riesce a emozionare con tanta intensità
Una riflessione per noi fotografi.
Per chi costruisce un portfolio, Leaving and Waving rappresenta una lezione di straordinaria attualità. Viviamo in un’epoca in cui siamo portati a cercare continuamente immagini nuove, spettacolari, perfette. Eppure questo lavoro dimostra il contrario. Una grande fotografia non nasce necessariamente dall’eccezionalità del soggetto. Nasce dalla profondità dello sguardo. La fotografia contemporanea ci ricorda sempre più spesso che il valore di un progetto non dipende dalla singola immagine, ma dalla capacità di costruire un pensiero fotografico, coerente nel tempo. Non è la fotografia perfetta a rimanere nella memoria. È quella che continua a generare domande. Per questo motivo i progetti di lunga durata, possiedono una forza unica: permettono al tempo di diventare parte integrante dell’opera. Non raccontano soltanto ciò che vediamo, ma ciò che la vita modifica, lentamente, davanti ai nostri occhi. Guardando Leaving and Waving si comprende che Deanna Dikeman non ha semplicemente documentato i saluti ai propri genitori. Ha fotografato ciò che nessuno può fermare, il trascorrere del tempo. Ed è forse questa la più grande lezione che il suo lavoro consegna a ciascuno di noi. La fotografia non serve soltanto a conservare un ricordo. Può diventare uno strumento per comprendere la vita mentre accade.
Forse, allora, la domanda più importante che questo lavoro lascia a ogni fotografo non è “che cosa fotografare?”, ma un’altra, molto più difficile: Se il tempo è il vero autore di questa storia, quale frammento della nostra quotidianità stiamo trascurando, senza accorgerci che proprio lì, nell’infraordinario, potrebbe nascondersi il progetto più importante della nostra vita fotografica?
Daniela Calafato



