Eventi di studio della fotografia

Il disegno fotogenico – 1° parte di Enrico Maddalena

Il disegno fotogenico – prima parte

di Enrico Maddalena

William Henry Fox Talbot non era un buon disegnatore. Ricco e colto nobile inglese, viaggiava molto e si aiutava con una camera ottica per produrre schizzi dei luoghi visitati.

Nel 1833, in vacanza sul lago di Como, ebbe l’idea di cercare un metodo che gli permettesse di registrare automaticamente le immagini prodotte dalla sua camera ottica. Tornato in Inghilterra, iniziò subito a fare esperimenti. Ricalcando le orme di Wegdwood, utilizzava carte da lettera che sensibilizzava immergendole in una soluzione di sale da cucina e successivamente di nitrato d’argento. Si produceva una reazione che faceva precipitare nelle fibre della carta del cloruro d’argento. Ricalcando le orme di Wegdwood, metteva queste carte a contatto con foglie, piume, pizzi. Esponeva il tutto al sole ottenendone delle immagini chiare su sfondo scuro. In pratica registrava l’ombra di quegli oggetti.

Ed una delle mie

Chiamò quelle immagini “sciadografie”, dal greco skia cioè ombra. Utilizzò anche il termine di “disegno fotogenico”. Talbot è l’inventore del processo negativo-positivo perché rendeva trasparenti queste prove con cera o olio e le poneva a contatto con un’altra carta al cloruro riesponendo di nuovo il tutto al sole. Tale processo gli fu possibile perché aveva trovato il modo di stabilizzare le sue immagini mediante una soluzione concentrata di sale da cucina o di cloruro di potassio. Durante i suoi esperimenti si accorse infatti che se utilizzava una soluzione debole di cloruro di sodio con una forte di nitrato d’argento, otteneva una maggiore sensibilità e viceversa. Sbagliando così volontariamente le proporzioni delle due sostanze (il primo pensiero sarebbe quello di far avvenire la reazione in proporzioni stechiometriche, ma è proprio non rispettando le regole che si perviene a nuove scoperte).

La casa della tenuta di Lacock Abbey di Talbot. Disegno fotogenico.

Incoraggiato dai risultati, passò a registrare le immagini prodotte dalla camera oscura. Usava piccole camere oscure, costruite dal falegname della sua tenuta a Lacock Abbey, fornite di lenti di grande diametro. Ne disseminava molte nella sua tenuta e dopo una mezz’ora andava a riprenderle. La moglie usava chiamarle “trappole per topi”.

Per Talbot tutto ciò era un gioco, tanto che abbandonò gli esperimenti per occuparsi di archeologia. Li riprese in tutta fretta quando seppe delle analoghe ricerche di Daguerre ed iniziò una lotta contro il tempo per aggiudicarsi la paternità di una invenzione di cui intese la straordinaria portata.

Era il gioco che facevo da bambino con le carte che mi regalava mio padre. Solo che ora dovevo sensibilizzarle io come gli antichi pionieri. Mi sono procurato del nitrato d’argento presso un negozio che ad Avezzano rifornisce i laboratori di analisi degli ospedali. Si tratta di una sostanza piuttosto costosa tanto che il prezzo non è in catalogo perché varia col prezzo dell’argento e va determinato al momento. Dovevo quindi farne buon uso ed evitare ogni inutile spreco. Dovevo però sperimentare, visto che sui testi di storia si parla dei procedimenti ma non c’è nessun accenno di tipo quantitativo sulle concentrazioni delle soluzioni. Meglio così, perché avrei dovuto affrontare le stesse difficoltà dei proto fotografi. Così ho iniziato a sperimentare con diverse diluizioni fino a trovare quelle ottimali. Ho quindi prodotto delle sciadografie utilizzando le “erbacce” del mio giardino.

Ma non vedevo l’ora di sperimentare con la camera obscura. Il problema è che non conoscevo la sensibilità di queste mie carte. Oggi è tutto molto facile: le pellicole hanno la loro sensibilità ISO impressa sulla confezione e gli esposimetri automatici delle digitali fanno tutto loro. Alle origini della fotografia non è stato così e bisognava procedere per tentativi. Ho un antico trattato in francese sul calcolo dell’esposizione e mi son reso conto di quanto ciò che oggi è semplice fosse invece un tempo complicato.

Ho quindi sensibilizzato un cartoncino e l’ho inserito nello chassis della mia macchina di legno. L’ho poggiata sul muretto del patio d’ingresso, puntandola sul moretto di confine (è stata la mia prova con la camera obscura; l’eliografia è successiva). Ma vi riporto ciò che scrissi sul diario quel giorno, così che riviviate anche voi quell’atmosfera:

“Oggi la giornata non è delle migliori: il cielo è coperto ed i contrasti sono bassi. Ma non ho saputo resistere. Ho ritagliato un rettangolo di 13 x 14 cm e l’ho immerso in una soluzione debole di sale da cucina. L’ho asciugato con il phon. Per ripetere fedelmente il procedimento di Talbot, ho preso una candela (non vi racconto cosa mi ha detto mia moglie quando mi ha visto salire le scale con la candela accesa…) ed al suo debole lume ho passato sulla carta qualche pennellata di una soluzione di nitrato d’argento, tornando ad asciugare il tutto col phon. Ho quindi inserito la carta nello chassis. Ho posizionato la macchina sul terrazzino, ho messo a fuoco, notando la posizione del riferimento, ho estratto il modulo col vetro smerigliato e vi ho sostituito lo chassis, facendo coincidere il suo riferimento di messa a fuoco con il primo. Ho alzato il volet. Dopo un’ora ed un quarto ho ritirato il tutto. Ho sbirciato alla luce della solita condela e, perbacco, qualcosa si vedeva!” Distinguevo, anche se a fatica, il muretto di confine, il tetto col fumaiolo, il melo! L’emozione è forte”.

26 gennaio 2007: la mia prima prova con la camera obscura.
La stessa scena scattata con la digitale

Ho postato l’immagine sul forum della Nital e mi ha colpito il commento di Mauro, soprattutto la fine: “Caro Enrico, in quest’epoca dominata dalla tecnologia, dalla ricerca di sensori sempre più grandi e densi di pixel, di automatismi e servomeccanismi… fa davvero piacere immaginare qualcuno, te in questo caso, intento a rispolverare la sapienza originale degli inizi, i primi tentatiti dell’uomo di asservire la luce ai suoi scopi, di catturare il tempo… a ricordare che alla base di tutto, alla fine, c’è l’uomo, la sua manualità, la sua voglia di scoprire e di sperimentare. Quella foto raggrinzita e appena leggibile, è una delle più belle e suggestive che abbia visto negli ultimi tempi.”

Prova del 1° febbraio 2007
Controtipo positivo
Il cloruro d’argento è blu sensibile, mentre è cieco agli altri colori, come dimostra l’esposizione della carta in pieno sole sotto i tre filtri.
 

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7 commenti

  1. Sono grato a Enrico Maddalena che accetta amichevolmente questa lenta pubblicazione dei suoi contributi. Ma nella dilatazione del tempo c’è il respiro del conoscere perché occorre ricordare i precedenti e con la passione che lui trasmette si ricordano con piacere (o si vanno a rileggere selezionando Cerca).

  2. che bello !! la Sciadografia non conoscevo questo metodo che produce immagine senza macchina fotografica stupefacente, cavolo che emozione deve essere quando la forza della luce imprime le prime forme sulla carta trattata; davvero mi rendo conto di quanto questo gioco mi dia stupore e meraviglia . Ringrazio Enrico,riesce ad arricchire la mia conoscenza con parole dirette e semplici. (Mi sa che provero’ a giocare )

  3. Quella di Enrico Maddalena è la sperimentazione, la curiosità positiva che ha portato l’uomo alle grandi scoperte fondamentali: il fuoco, il pane, la bussola, la vela, la stampa, … fino alla fotografia.
    Scoperte che ora appaiono scontate, ma che invece sono conquiste che hanno mutato in positivo la vita dell’uomo.
    Ai nostri tempi gli scopritori sono scienziati; un tempo erano alchimisti, cioè ricercatori senza un corso di studi preordinato e specifico (non è il caso di Enrico); tuttologi (nel senso positivo del termine), perché desiderosi di acquisire lo scibile del loro tempo (in passato questo era possibile).
    Quello che anima Enrico nelle sue ricerche è il bisogno di comprendere fino in fondo “come funziona”, “perché”; e provare, padroneggiando fino agli aspetti più complessi, la stupefacente sensazione del veder comparire dal nulla, coi mezzi approssimativi e privi di riferimenti dei pionieri, l’immagine fotografica nella bacinella del rivelatore, nella penombra della camera oscura.
    Un’esperienza che solo chi ha provato può comprendere nelle sue implicazioni fascinose e formative.
    Enrico Maddalena è un personaggio talmente positivo che se non ci fosse bisognerebbe inventare.
    Grazie, Enrico.

  4. Ancora una volta Enrico con la sua passione e la sua competenza ci ha reso partecipi dell’emozione che devono avere provato i pionieri della fotografia nel muovere i primi passi nella storia. Ed è importante che Enrico sperimenti e provi a riprodurre quelle antiche tecniche relazionando con dovizia di particolari ed entusiasmo. Grazie Enrico

  5. Eh certo se si continua così (ri)finisco in camera oscura, in quale luogo e come è misterioso come quella. Un richiamo della foresta, chissà vai a sapere. Però è sempre buona cosa per gli “elettronici” fotografi approssimarsi, capire no se non provando dal vivo e senza alcun manuale anche a volerlo impossibile a farsi, che cos’è l’anima della camera oscura, tout court ovviamente. Come quei primi esploratori e tutti quanti, pure adesso, conservano il gusto per le cose buone.

  6. Grazie Enrico, con questo tuo post mi permetti di completare il mio percorso a ritroso, di tornare agli albori effettivi della fotografia sostituendo la mia carta sensibile “moderna” e standard con un prodotto autocostruito e più corrispondente a quel periodo, logicamente passando dalla tua mezz’ora di scatto a circa 8 ore (mi ricorda qualcuno). Sei sempre una fonte d’ispirazione. Attendo con ansia i prossimi post.

  7. Invidia. E’ la sensazione principale che provo difronte a chi ha la possibilità ma soprattutto la capacità di creare la magia fotografica da oggetti elementari.
    Posso solo augurarmi di riuscire un giorno ad esorcizzare i comodissimi pixel e Mbyte con l’aiuto di semplici attrezzi e qualche intruglio, seguendo le preziose alchimie di Enrico, tentando di ricreare qualche incantesimo.

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