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Ex Caserma Monte Cimone – di Daniele Iurissevich

Ex Caserma Monte Cimone – di Daniele Iurissevich

 
Opera letta ai tavoli di portfolio di Trieste Fotografia 2013.
 

La Caserma “Monte Cimone” di Banne, abbandonata a se stessa dagli anni 90, é diventata preda del tempo, delle intemperie e degli uomini. Perché le tracce del passaggio dell’uomo, postumo alla chiusura della caserma, é evidente nei numerosi graffiti che coprono le pareti fatiscenti dei numerosi blocchi sparsi in un’area enorme dove la vegetazione ormai si è riconquistata i suoi spazi.

Il portfolio vuole articolarsi come un’esplorazione di corridoi spesso lugubri, oscuri, sferzati di tanto in tanto dai raggi di un sole primaverile che si fa strada tra gli infissi pericolanti e i vetri rotti. Luce che illumina delle stanze ormai vuote ma che conservano il fascino delle tracce di un tempo che fu, amalgamate con i segni del presente: scritte e murales destinati a non essere guardati, ma spettatori dello scorrere del tempo in un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato.

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4 commenti

  1. “Ex Caserma Monte Cimone” di Daniele Iuressevich è un’opera animata da un’idea narrativa tematica, per la visione soggettiva con la quale l’autore ha rappresentato gli spazi di questa grande struttura abbandonata.
    Gli edifici dismessi sono un tema molto caro ai giovani fotografi (tra i quali primeggiano le fabbriche e gli ospedali psichiatrici), è per questo che, dopo “Metamorfosi” Masa Lancner, presentiamo l’opera di questo giovane autore friulano.
    L’interpretazione da lui data è orientata verso la rappresentazione dello stato ambientale dell’ex caserma che però non può definirsi documentazione perché priva di un progetto scientifico di impostazione concettuale della ricerca fotografica. E’ per questo che l’ho letta come narrativa tematica.
    La vacanza identitaria di uno stabile in stato di abbandono presenta una forte potenzialità artistica perché l’autore è libero di attribuire ad esso un nuovo senso (leggibile nell’idea centrale della sua opera), oppure trasmettere il fascino del non senso (caro al surrealismo) che è sempre latente negli oggetti trovati.
    I giovani fotografi entrano in questi mondi dal tempo sospeso (perché in essi si è fermata ogni trama esistenziale) e vivono uno spaesamento insieme al sentimento dell’esplorare un ignoto chiuso tra delle mura. Molte volte l’esperienza è così forte che a loro essa può bastare per giustificare l’opera; data la giovane età dell’autore ritengo che ciò sia comprensibile e bello.

  2. Il contesto fa molto “american style” nella rappresentazione visti i numerosi progetti sul suolo americano e dalle trasmissioni televisive che spesso paragonano il presente al passato parlando del futuro.
    Le foto sono ben realizzate e sono forti di alcuni spunti che si rifanno alla grafica dell’impossibile di Echer, anche in Italia ci sono molti posti abbandonati, “nascosti” alla vista e “dimenticati” perchè scomodi, si potrebbe quasi iniziare un nuovo progetto che parla proprio di questi luoghi che fanno la gioia dei giovani e concretizzano paure site nell’inconscio rappresentate da angoli scuri, muri scrostati, prospettive spinte che si rifanno ai triller e horror della storia del cinema.
    Forse avrei amplificato alcuni scatti trasformandoli in bianco e nero dai forti contrasti, in ogni caso complimenti.

  3. Ambienti si abbandonati ma per certi versi vivi, non più vivi per gli scopi x i quali erano stati progettati ma che vivono un altra realtà. Realtà di abbandono, certo, ma di nuova vita probabilmente per altre vite, magari non considerate degne della nostra stima 🙁 solitamente utilizzati come ricoveri occasionali di clochards, o semplicemente come ambienti ad uso “sperimentale” x certi artisti di strada. Ottima gestione delle luci che rendono anche negli angoli delle ombre, finestre vive, quasi beffarde nella 3 e 4, Escher approverebbe molto la 8 e nelle altre una fierezza visiva nel dimostrare in pieno il secondo principio della termodinamica 🙂

  4. Buongiorno a tutti. Ho letto con piacere (mea culpa, appena oggi) i commenti al mio portfolio che il gentilissimo sig. Bicocchi ha pubblicato sul sito.
    Vorrei dare alcune precisazioni per contestualizzare l’opera:
    questo portfolio era il progetto di fine corso di Fotografia Avanzata del Circolo Fotografico Fincantieri-Wartsila di Trieste, diretto da Fulvio Merlak.
    E’ il primo portfolio in assoluto della mia personale storia fotografica. Non mi sono ispirato a nulla perché non conoscevo nulla. Ciò che ha guidato il mio occhio e il mio dito sullo scatto è stato un semplice desiderio sfrenato di fotografare. Ma fotografare cosa? E dove? A Trieste e nei suoi dintorni non mancano spunti e la Caserma Abbandonata come tutti i luoghi abbandonati, come ha ben detto il sig. Bicocchi, sono degli obiettivi “classici” dei neofiti perché, principalmente offrono pathos ma senza la “complicazione” (chiamiamola così) del momento decisivo. Quei corridoi sono ancora lì, così come li ho fotografati… più o meno. In realtà la caserma è stata vittima di un incendio pochi mesi dopo la mia incursione, quindi ciò che ho fermato sul CMOS della mia macchina ora non esiste più. Romantico come pensiero. Certo non mancano riprese dei meandri della caserma (se ne trovano su Youtube), ma personalmente sono malignamente soddisfatto di essere stato lì a fotografare. In un certo senso ho recuperato ciò che mancava: il momento decisivo. Certo, molto dilatato nel tempo.
    Un grande saluto a tutti, al sig. Bicocchi e al sig. Mazzoli che al TriestePortoflio lessero questa opera come se mi avessero letto la mano e in un certo senso leggere un portfolio penso sia proprio questo.

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