ArchivioDai tavoli di portfolio

A.M.N.E.S.I.A., per non dimenticare – di Ragozzino Paride

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La malattia di Alzheimer ha più volte sfiorato la mia vita per motivi professionali.   Da tempo, però, sentivo l’esigenza di affacciarmi nel pozzo di solitudine   in   cui annega   chi   ne soffre.

Conoscere i volontari dell’associazione A.M.N.E.S.I.A. me ne ha regalato la possibilità.
Li ho seguiti per circa un anno, cercando di fissare negli scatti ciò che visto.
La fragilità, il senso di vuoto che accompagna le persone ammalate di Alzheimer.  Perché l’eterno   presente è, per loro, la sola possibilità di vivere rimasta.
Ho scelto quindi di fissare i luoghi, gli sguardi persi e le attese smarrite.
Per non dimenticare.

Ragozzino Paride

 

A.M.N.E.S.I.A., per non dimenticare

di Ragozzino Paride

 

 

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3 commenti

  1. “A.M.N.E.S.A.”, di Paride Regozzino, è un’opera narrativa tematica per l’interpretazione soggettiva di un’attività terapeutica volta alla cura dell’Alzheimer.
    Essa è una delle numerose opere che ho letto sul tavolo di Portfolio Italia di Napoli, durante il 71° Congresso FIAF.
    L’opera si compone di immagini fortemente simboliche che rappresentano varie espressioni, nella condizione individuale e collettiva, della persona sofferente di quella penosa malattia che colpisce la funzionalità della mente.
    Il portfolio è strutturato secondo una semplice trama che dalla conversazione di gruppo si compie nell’esercizio pratico di un disegno; è efficace la serie finale che affianca al ritratto della persona al proprio disegno.
    E’ notevole lo spirito empatico che l’autore ha manifestato nelle proprie immagini, mettendoci a contatto con i segni del dramma personale, con frammenti ambientati ed espressivi ritratti.
    Complimenti a Paride Regozzino per la quantità di informazioni e sentimenti che ha comunicato in queste poche immagini.

  2. Tema delicato, quello dell’Alzheimer, e difficile da trattare fotograficamente. Avendo recentemente prodotto un reportage su un reparto di riabilitazione fisica e neurologica, penso di avere idea delle difficoltà interiori che Paride ha dovuto affrontare nello svolgere il suo progetto. La malattia, soprattutto in casi come questo, è un’esperienza estrema che mette alla prova, oltre che il fisico, la condizione psicologica del paziente e dei suoi cari. Sapere di essere in lotta, una lotta perdente in partenza, con una malattia come l’Alzheimer, con tutto ciò che essa comporta, è sicuramente un’esperienza devastante per tutti. Credo che anche il fotografo si trovi in una condizione di disagio nel riprendere gli atti della vita quotidiana di queste persone perché c’è il concreto pericolo di essere vissuti come invadenti. E’ difficile per i pazienti capire i motivi che spingono un fotografo a riprenderli, anche perché la fotografia è comunicazione e in quanto tale ha bisogno di un destinatario e quindi di essere vista. Ecco allora il disagio di sapere che la tua sofferenza sarà esposta allo sguardo di molti. La malattia e il dolore che ne deriva sono esperienze molto intime e personali, difficili da condividere con gli altri, soprattutto con estranei. Paride ha rivolto il suo obiettivo verso queste persone con sensibilità, senza forzature stilistiche alla ricerca del sensazionale e questo va a suo merito. La solitudine, lo smarrimento di fronte alla perdita progressiva delle proprie capacità cognitive, la memoria in primo luogo, direi anche l’angoscia emergono con delicatezza, ma con fermezza dalle immagini di quei volti. I disegni rappresentano chiaramente la regressione mentale dei pazienti a uno stato quasi pre-infantile.

    1. E’ molto importante questo commento che entra nel mondo dei sentimenti che il fotografo vive nel rappresentare queste realtà sofferte.
      E’ bello mostrare quanta umanità e cuore ci vuole per realizzare opere come questa.
      Solo chi si cimenta lo può scoprire, la pratica fotografica porta a misurarsi sempre con la realtà concreta delle cose.

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