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Memorie – Lab. Di Cult 239 – Veneto

Racconti ed immagini dal Laboratorio 239

 

Il laboratorio fotografico Veneto si è rivelato un’esperienza estremamente stimolante, sia per i partecipanti sia per i tutor coinvolti. È stato un percorso di scambio continuo, in cui competenze, sensibilità e visioni fotografiche diverse si sono intrecciate, generando un arricchimento non solo tecnico, ma anche sociale e culturale. Il laboratorio ha offerto un contesto fertile in cui confrontarsi apertamente, condividere punti di vista e costruire insieme un linguaggio visivo più consapevole, favorendo allo stesso tempo lo sviluppo di una maggiore consapevolezza progettuale.

Il percorso si è articolato in più fasi, svolte principalmente online.
La prima fase, dedicata all’analisi del tema, ha previsto la visione e il commento di lavori di fotografi affermati e di progetti provenienti da diverse realtà, con il supporto di esperti esterni che hanno fornito ulteriori strumenti di lettura e approfondimento critico. Questo momento iniziale ha posto le basi per una riflessione approfondita sulla costruzione dell’immagine e sulla sua capacità narrativa.

È seguita poi la fase di progettazione e pianificazione, durante la quale i partecipanti hanno iniziato a dare forma alle proprie idee, sperimentando approcci differenti e lavorando con maggiore consapevolezza alla realizzazione dei propri portfolio fotografici. Qui si è consolidato un percorso di crescita personale che ha portato a un’evoluzione del linguaggio e della visione fotografica di ciascuno.

La fase di revisione e confronto sull’avanzamento dei lavori ha rappresentato un momento cruciale: un dialogo aperto e continuo che ha permesso di affinare i progetti attraverso suggerimenti, critiche costruttive e nuove intuizioni. Ogni autore ha potuto chiarire le proprie intenzioni narrative e consolidare la struttura del proprio portfolio.

La fase conclusiva ha portato alla definizione e rifinitura dei lavori, completati grazie a un ultimo ciclo di valutazioni condivise e riflessioni collettive, che ha ulteriormente rafforzato le capacità progettuali dei partecipanti.

Il percorso si è infine chiuso con una giornata in presenza, che ha rappresentato non solo l’occasione per finalizzare le attività, ma anche un momento prezioso dal punto di vista umano: un incontro diretto che ha permesso di vedere i lavori dal vivo, condividere l’esperienza in modo ancora più autentico e celebrare insieme il cammino svolto.

 

Chiara Didoné

 

Selezione Opere Autori:

 

MEMORIA DEI SEGNI – MASSIMO BOLOGNINI

Uno dei percorsi tra le Dolomiti di Fassa è caratterizzato da particolari  testimonianze visive lasciate dai pastori delle vallate. Dipinti e scritte che emergono dalle rocce bianche di stretti sentieri impervi, che raccontano pezzi vita degli uomini che qui abitavano.

I pastori che, nel tempo, percorrevano i ripidi pendii  della montagna  per condurre agli alti pascoli estivi i loro greggi, vivevano stagioni di stenti e solitudine. Quel  bisogno di calore e conforto è stato colmato grazie alla fantasia e un po’ di ingegno.

Hanno cominciato a dipingere le bianche rocce dei sentieri per raccontare storie, pensieri, sogni. Dalla metà del ‘700 in poi questi “segni” si sono succeduti e mantenuti nel tempo fino a qualche decennio fa.

Il mio è un  “cammino a ritroso”  nel tempo, indirizzato alla ricerca della memoria più intima di quegli uomini di montagna. Il loro percorso non si è perduto nel tempo, ma riaffermato grazie ai “segni” di memoria che hanno lasciato:

– Le scritte sono la mente, il pensiero, la parola,

– I disegni sono il cuore, gli affetti, i sogni di ciascuno,

– I sentieri sono i percorsi della quotidianità del loro mondo.

Per il bisogno, tutto umano, di comunicare sé stessi.

 

MEMORIE – GIOACCHINO PAGANO

L’apprendimento, la ricerca del piacere, il dolore: hanno tutte come presupposto la memoria. Apprendiamo per imitazione di qualcosa che abbiamo visto o vissuto direttamente, ricerchiamo quelle sensazioni di cui abbiamo esperienza per riprovarle o rifuggirle, rappresentiamo la nostra realtà in base alle nostre esperienze e in base a come il nostro sistema ha deciso di conservarle. La memoria si sa non è né fedele né infinita. Per questo nel corso della storia l’essere umano ha iniziato ad avere la necessità di immagazzinarla: dalla scrittura, al disegno, alla fotografia, oggetti, fino ad arrivare alla digitalizzazione in hard disk e adesso alla dematerializzazione in forma di sistemi cloud. La nostra memoria è uscita dall’etere delle nostre imprecise connessioni neuronali, è passata attraverso la sua precisa materializzazione fisica e adesso in una nuova eterea forma digitale. Ma siamo certi che solo perché non vediamo una stanza piena di oggetti, le cose che conserviamo non siano da qualche parte di fisico? E se lo sospettiamo, abbiamo contezza di cosa e quanto sia questo luogo fisico?

 

LA LUCE CHE RESTA – ELISABETTA ROAN

La luce che resta
Questo progetto nasce dal desiderio di restituire uno sguardo:
quello che da bambina ho rivolto a mio padre, fotografo.
Attraverso una lettera intima, accompagnata da fotografie
d’archivio e frammenti di memoria visiva, racconto il mio
vissuto in quella casa-studio che ha segnato la nostra vita familiare.
Durante il processo creativo, ho riscoperto immagini
dimenticate: ho sfogliato vecchi album, toccato negativi,
riaperto scatole di memoria. In questo gesto di ricerca ho
sentito affiorare una parte di me che credevo perduta — ed è
così che, passo dopo passo, mi sono ritrovata.
Il lavoro si muove tra ciò che è stato, ciò che resta e ciò che resterà.
È un dialogo silenzioso con mio padre, fatto di gesti osservati,
attese, luci rosse in camera oscura e momenti vissuti più con
gli occhi che con le parole.
È la storia di un’infanzia cresciuta tra negativi, matrimoni,
stampe calde appena uscite dalla rotativa.
Ma soprattutto, è la mia maniera per fermare nel tempo la
bellezza di un legame fatto anche di assenze, silenzi e sguardi
mai detti.

 

UNA VITA IN VALIGIA – MARCO SIMONETTO

Fin da bambino ho frequentato la casa dei nonni materni, Francesco e Rosina trascorrendo molto tempo della mia infanzia.

Nella loro casa ho avuto modo di apprezzare l’amore reciproco ed ascoltare aneddoti divertenti e  tristi della loro vita.

Durante i lavori di ristrutturazione della loro casa, dove ora abito, ho ritrovato una vecchia valigia con foto ed agende nelle quali mio nonno appuntava piccoli fatti di vita quotidiana. Mentre guardavo le immagini e leggevo i suoi scritti, mi sono tornati alla mente ricordi preziosi.

 

IL PREZZO DELLA CONVENIENZA – FABIO XOTTA

In quest’era digitale, dove l’e-commerce regna sovrano e le persone desiderano avere la libertà di fare acquisti anche la domenica, assistiamo ad un fenomeno inarrestabile che sta silenziosamente ridisegnando i nostri paesi: la progressiva scomparsa dei negozi di quartiere. Questi luoghi, uno dopo l’altro, abbassano definitivamente le loro serrande, trasformandosi in fantasmi di un passato non così lontano.

La chiusura di queste attività non è solo una questione economica; è una perdita che si propaga su più livelli, intaccando la socialità, l’identità e la vitalità dei nostri paesi. Con ogni serranda abbassata, perdiamo non solo un punto vendita, ma anche un luogo di incontro, un punto dove si scambiavano chiacchiere, consigli e sorrisi.  I negozi erano spesso punti di riferimento che contribuivano a creare un senso di appartenenza. La loro assenza impoverisce il panorama urbano, rendendolo meno umano. Si riducono le opportunità di interazione sociale, la fiducia tra vicini si affievolisce e, per le persone con limitata possibilità di movimento, la comodità di avere servizi essenziali a portata di mano scompare.

Mentre osserviamo queste vetrine vuote e questi spazi un tempo brulicanti di vita, sorge spontanea una domanda: cosa perdiamo realmente quando un negozio di quartiere chiude per sempre?

 

COORDINATORE LABORATORIO 239 : CHIARA DIDONE’
COLLABORATORI : NAZZARENO BERTON – FEDERICO BEVILACQUA – SERGIO CARLESSO – ANTONIO CUNICO – ELEONORA DE MARTIN

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