1826-2026, UNA STORIA LUNGA DUE SECOLI – 3° Puntata: La fotografia pittorialista tra artificio e natura
Saggistica Di Cult - Storia e pensiero sulla fotografia
La diatriba fra Robinson e Emerson
La “fotografia di ispirazione pittorica” si è affermata anche grazie alla divulgazione di libri come quello di Henry Peach Robinson, L’effetto pittorico in fotografia (1869), in cui si sostiene che la fotografia artistica è “un intreccio tra arte, natura, verità e bellezza e una giusta dose di inganno in camera oscura” (Hacking, 2013, p.160). Robinson utilizza il metodo della stampa combinata appreso da Oscar Gustave Rejlander, metodo “che permette al fotografo di rappresentare oggetti su piani diversi correttamente a fuoco, di mantenere il vero rapporto tra le varie distanze sia in senso atmosferico che lineare, e grazie al quale l’immagine può essere divisa in porzioni separate per l’esecuzione, cioè le parti che poi saranno stampate insieme su un’unica carta” (Robinson in Valtorta, 2008, p.67).
Il riferimento obbligato è la famosa fotografia di Robinson, Spegnersi (Fading Away), realizzata nel 1858 grazie al montaggio di cinque diversi negativi. La fotografia descrive gli ultimi istanti di vita di una giovane donna vegliata dalla madre e dalla sorella, con la figura del padre in secondo piano che volge le spalle e guarda dalla finestra il mondo esterno. La posa delle persone accuratamente studiata contribuisce a creare una “composizione armoniosa”, che vuole rappresentare “una morte dolce e bella” (Bate, 2018, pp.48-49).

Su posizioni antitetiche, in aperta polemica con Robinson, troviamo Peter Henry Emerson, che nel 1889 pubblica il manuale Naturalistic Photography for Students of the Art. Il fotografo di origine cubana e naturalizzato inglese, con una solida formazione scientifica, è convinto che il mezzo fotografico in quanto tale sia in grado di produrre opere di grande bellezza ed espressività, senza interventi manipolatori.
Diversamente da Robinson che scatta fotografie con una nitidezza uniforme su tutto il campo dell’immagine, Emerson arriva ad elaborare un’estetica della visione basata sulla “messa a fuoco selettiva, al pari dell’occhio umano, per rispecchiare la visione soggettiva dell’individuo” (Bate, 2018, p.53). Nella sua opera Life and Landscape on the Norfolk Broads del 1886 fotografa le condizioni e lo stile di vita dei lavoratori della terra, con un approccio naturalista che risente dell’influenza della pittura impressionista.

Le posizioni culturali e stilistiche di Robinson ed Emerson rappresentano le due polarità attorno alle quali ruota l’estetica pittorialista: l’artificialità dell’immagine costruita in studio opposta alla rappresentazione della terra e del lavoro, il montaggio e la finzione fotografica antitetici alla “vera osservazione della natura” fondata su presupposti scientifici, la nitidezza uniforme della fotografia a cui si contrappone la messa a fuoco selettiva.
In realtà, queste impostazioni fanno emergere la sostanziale ambivalenza della fotografia pittorialista, proprio perché aspira a ottenere “l’effetto artistico” per due strade diverse, mediante il montaggio fotografico (la stampa combinata di Robinson) o attraverso le riprese dal vero (la fotografia naturalistica di Emerson).


“Il conflitto fra artificio e natura” (Dorfles in Marra, 2012, p.281) anticipa già quello che sarà un tema ricorrente nella storia delle arti visive del Novecento, e quindi della fotografia: l’antinomia tra finzione e realtà. A questo dilemma il movimento pittorialista non ha dato mai risposte definitive e la tendenza prevalente è stata quella di “fondere e mescolare le due alternative in vari modi” (Bate, 2018, p.54).
Come vedremo nelle prossime puntate, nel corso del Novecento si manifesterà una forte reazione all’estetica della soggettività e della finzione con l’affermarsi della straight photography e soprattutto della fotografia documentaria. Ma l’intreccio tra realtà e finzione si riproporrà quale linguaggio trasversale a molti protagonisti della storia fotografica negli ultimi decenni del Novecento, quando – come un eterno pendolo – a occupare la scena del “fotografico” sarà ancora “il continuo gioco fra natura e artificio, proposto dalle diverse poetiche di fine secolo” (Marra, 2012, p.282). Lo ritroveremo già nell’opera di Helmut Newton che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ridefinirà i canoni della fotografia di moda, ma anche nelle opere di autori nati nel secondo dopoguerra quali Cindy Sherman, David LaChapelle, Philip-Lorca diCorcia, Roger Ballen, Hiroshi Sugimoto, sino ad altri più giovani, come lo statunitense Gregory Crewdson e il cinese Li Wei.
Lorenzo Ranzato AFIAP
Riferimenti bibliografici:
Bate D. (2018), La fotografia d’arte, (ed. originale 2015), Einaudi;
Hacking J. (a cura di) (2023), Fotografia la storia completa, Atlante;
Marra C. (2012), Fotografia e pittura nel Novecento (e oltre), Mondadori.
Valtorta R. (2008), Il pensiero dei fotografi. Un percorso nella storia della fotografia dalle origini a oggi, Mondadori.


