1826-2026, UNA STORIA LUNGA DUE SECOLI – 1° PARTE – di Lorenzo Ranzato.
Saggistica Di Cult - Storia e pensiero sulla fotografia
Presentazione.
Gli anni 2026-27 sono un’importante ricorrenza per la fotografia, perché celebrano i due secoli di storia dalla sua nascita. Risale infatti a quegli anni la più antica immagine fotografica realizzata dall’inventore francese Joseph Nicéphore Niépce: si tratta della famosa eliografia su lastra di peltro al bitume di Giudea, che rappresenta una veduta scattata da una finestra di Le Gras, la sua casa-laboratorio nel villaggio di Saint-Loup-de-Varennes.
Per questo motivo abbiamo deciso di rivisitare alcuni snodi critici della storia della fotografia, con l’obiettivo di delineare una sorta di mappa mentale per orientare il lettore nell’intricata giungla delle molteplici manifestazioni del “fotografico”, ovvero le diverse idee della fotografia che hanno preso forma soprattutto nel corso del Novecento.
Lungo questo percorso rileggeremo, anche se in modo non sistematico, alcuni episodi più significativi del fenomeno fotografico e la storia dei principali movimenti, che si sono succeduti in questi due secoli nei diversi contesti culturali e geografici dell’Europa e degli Stati Uniti.
Proprio in omaggio a questa ricorrenza, l’idea di intraprendere un cammino attraverso le vicende della storia della fotografia ci sembra oggi quanto mai opportuna, soprattutto in presenza di un contesto visivo contemporaneo oltremodo complesso, dove il rapporto privilegiato con il reale (anche quando fosse l’immaginazione a plasmarlo) sembra messo in discussione non tanto dalla consolidata presenza del sistema digitale, quanto dall’irruente ascesa dell’Intelligenza artificiale.
Lorenzo Ranzato AFIAP
La fotografia, “laboratorio di linguaggi”

La duplice natura della fotografia tra tecnica ed estetica
Il tema delle origini della fotografia ci consente di affrontare una serie di questioni che verranno riprese nel corso del nostro racconto.
A questo proposito, un riferimento importante è costituito dal testo Il pensiero dei fotografi (2008) di Roberta Valtorta, un’antologia che raccoglie “le diverse idee della fotografia” ed è corredata da una serie di commenti critici, che ci accompagnano agevolmente lungo la storia del pensiero fotografico dalle origini fino ai giorni nostri.
L’invenzione della fotografia si colloca nella prima metà dell’Ottocento in piena cultura positivista. Negli anni in cui Louis Daguerre in Francia mette a punto il dagherrotipo ed Henry Fox Talbot in Inghilterra il calotipo, vengono scritti il fondamentale testo di Auguste Compte, Cours de philosophie positive (1830-1842) e quello di John Stuart Mill, Sistema di logica deduttiva e induttiva(1843). Presentata ufficialmente nel 1839 sia a Parigi sia a Londra a distanza di breve tempo, la fotografia riscuote un immediato successo e si diffonde in Europa e negli Stati Uniti “suscitando tra gli artisti e gli intellettuali sentimenti e punti di vista diversi”. Se Edgard Allan Poe ne sottolinea la capacità “di riprodurre con perfetta fedeltà il reale visibile e la sua funzione ancillare rispetto alle arti e alle scienze”, Charles Baudelaire nella sua invettiva del 1859 ne stronca completamente ogni ambizione artistica con la frase lapidaria: “l’industria fotografica è il rifugio di tutti i pittori mancati” (Valtorta, 2008, pp. 15-26).
Ed è proprio il confronto con le tradizionali arti figurative e in particolare con la pittura che accende il dibattito nella seconda metà dell’Ottocento tra fotografi, artisti, letterati e critici d’arte sul ruolo che la fotografia debba svolgere all’interno della nascente società industriale. Il nodo cruciale da sciogliere è se essa debba rimanere circoscritta nell’ambito della tecnica come riproduzione del visibile o se invece possa aspirare a ritagliarsi uno spazio autonomo all’interno del variegato mondo della produzione artistica.
Per rispondere a questo dilemma ci è utile la lettura del saggio Che cos’è la fotografia di Claudio Marra (2017). Il suo ragionamento muove dal fatto che la fotografia non sia tanto un mezzo meccanico, quanto un sistema complesso costituito da “hardware e software”: cioè da una componente tecnologica (l’apparato ottico e chimico nel passato, quello elettronico oggi) e da una componente logico-concettuale costituita da “un’insieme di elementi, funzioni e concetti che concorrono a determinare l’identità culturale della pratica fotografica” (Marra, 2017, pp.12-16).
Le sue origini tecniche (la camera obscura, usata a partire dal Rinascimento da scienziati e pittori come strumento per la prospettiva e il disegno) e i luoghi di presentazione nel 1839 (l’Accadémie des Sciences di Parigi e la Royal Istitution di Londra) fanno pensare alla fotografia come a un semplice dispositivo di ripresa in grado di riprodurre fedelmente la realtà.
Per contro, la storia e le scelte dei tre pionieri, Niépce, Daguerre e Talbot, già fanno intravvedere la coesistenza di sapere tecnico e valori estetici. Ne sono testimonianza, ad esempio, sul versante francese la collaborazione tra l’inventore Niépce e l’artista-scenografo Daguerre e sul versante inglese il nome calotipia che Talbot dà alla propria invenzione e il titolo del suo libro, The Pencil of Nature (1844-1846), che fa esplicito riferimento al disegno e alla pittura.

In realtà, l’identità culturale della fotografia è suffragata da riflessioni come quelle contenute negli scritti del filosofo Walter Benjamin, del critico cinematografico francese André Bazin e di John Berger, un teorico dei nostri tempi. Si tratta di riflessioni scritte in epoche successive e che appartengono al mondo dell’arte visiva moderna: l’immagine fotografica può evocare un senso di annichilimento vitale provocato dallo scorrere del tempo o l’illusione di sconfiggere la morte, segnalare la persistenza del ricordo nei ritratti dove il soggetto non è più presente oppure diventare una sorta di specchio della “memoria”, che prima della fotografia era esercitata dalla mente (Marra, 2017, pp.16-17).
Già da queste considerazioni possiamo prendere atto che la fotografia presenta una duplice natura, che la colloca “all’incrocio tra scienza ed arte” (Marra, 2017, p.28).
Un rapido sguardo su due secoli di storia
Seguendo la ricostruzione di Marra, possiamo distinguere due fasi di sviluppo, una collocabile nella seconda metà dell’Ottocento e l’altra nel Novecento.
Nel corso dell’Ottocento la fotografia si afferma più nell’ambito tecnico che in quello artistico. Sul versante estetico-culturale fatica a ritagliarsi uno spazio autonomo e per vedere riconosciuta la propria artisticità è costretta a inseguire le forme e i modi della pittura espressi dal movimento pittorialista. Al contrario, l’identità tecnica è in grado di assumere un ruolo predominante, grazie a significative conquiste in ambito scientifico, dove sono richiesti “criteri di oggettività, di misurazione, di prova e di certificazione obiettiva che il credo positivista esigeva”.
Senza dubbio la microscopia e l’astronomia sono i campi più rilevanti di invenzione e scoperta. Un altro interessante ambito di ricerca fa riferimento agli studi di fenomeni del reale inaccessibili alle nostre capacità percettive: spettacolari appaiono le cronografiedel movimento dei corpi di Marey e Muybridge, che inventano dispositivi fotografici capaci di analizzare le fasi del moto degli animali e degli esseri umani (Marra, 2017, pp.28-32).

Come vedremo più avanti, l’estetica novecentesca si sviluppa in opposizione ai canoni ottocenteschi per effetto sia della rivoluzione delle Avanguardie storiche sia della decisiva trasformazione dell’idea stessa di arte realizzata da Marcel Duchamp. La sua invenzione del ready-made è una geniale operazione di stampo dadaista che postula il rifiuto dell’arte tradizionalmente intesa e consiste nell’estrapolare dal contesto reale un oggetto comune che, grazie alla selezione operata dall’artista, diventa esso stesso opera d’arte.
Da questo punto in avanti, in campo fotografico tenderanno ad assumere un ruolo sempre più rilevante “l’esibizione diretta del reale” e “il ridimensionamento dell’autorialità” ovvero le due principali caratteristiche che sono alla base della rivoluzione duchampiana e che in un altro contesto storico Baudelaire aveva criticato come non-arte.
Nel corso del Novecento la fotografia si trasformerà in un autentico “laboratorio di linguaggi”. Un cambio di paradigma determinante avverrà con la svolta concettuale degli anni ’60 e ’70 come reazione ai modelli incardinati, ad esempio, sulla bellezza formale dei pittorialisti o il momento decisivo à la Cartier-Bresson. Questa nuova forma di linguaggio si proporrà come strumento di indagine capace di registrare idee e concetti attraverso forme espressive diverse basate, ad esempio, sulla serialità e sulla traccia.
Infine, la moda e la pubblicità apriranno nuovi scenari, dove ricerca artistica e industria culturale si contaminano reciprocamente e consentiranno alla fotografia di acquisire una crescente centralità in tutti i processi di produzione artistica, dalle istallazioni ai video, dalle performance ai social media, definendo i contorni di una nuova “estetica mediale” (Marra, 2017, pp.33-35).
In questo modo il medium fotografico potrà dispiegare tutte le potenzialità e inaugurare nel corso degli anni ’80 la nuova stagione del pluralismo fotografico, in un impetuoso accavallarsi di nuove idee, visioni e interpretazioni del mondo.

Lorenzo Ranzato AFIAP
Riferimenti bibliografici:
Bazin A. (1973), Che cos’è il cinema, (ed. originale 1958), Garzanti Editore;
Benjamin W. (1966), L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, (ed. originale 1955), Einaudi;
Berger J. (2014), Capire la fotografia, (ed. originale 2013), Contrasto;
Marra C. (2017), Che cos’è la fotografia, Carrocci;
Valtorta R. (2008), Il pensiero dei fotografi. Un percorso nella storia della fotografia dalle origini a oggi, Mondadori.



