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La camera obscura di Teofilo Celani

LA CAMERA OBSCURA

La camera obscura è un ambiente impermeabile alla luce (una stanza senza finestre o una scatola); su uno dei lati di questo ambiente viene praticato un foro dal quale la luce proietta, sulla parete opposta a quella del foro, l’immagine capovolta di ciò che si trova all’esterno.

E’ lo strumento ottico più semplice tra quelli esistenti ed è alla base di tutti gli apparecchi fotografici.

Il filosofo campano Giovan Battista Della Porta (1535-1615) ha, per primo, riferito in modo sistematico, sulla camera oscura come strumento di ausilio ai pittori.

L’aggiuntivo in questione consentiva di proiettare all’interno di una stanza opportunamente oscurata, l’immagine di ciò che si trovava all’esterno. Una lente collocata nel foro ne aumentava la nitidezza (camera ottica). Uno specchio concavo, posto nel mezzo del locale, consentiva di raddrizzare l’immagine e rifletterla su di una tela posta di fronte.

Il sistema di base per il funzionamento della camera obscura era noto fin dai tempi antichi.

Questa magia naturale aveva già interessato Aristotele e, dopo di lui, il matematico arabo Alhazan Ibn Al-Haitham, lo scenziato olandese Reinerus Gemma Frisius, lo stesso Leonardo. Ma fu Della Porta che ne suggerì l’uso ai pittori (in particolare a quelli che non possedevano le capacità riproduttive), nella sua opera ‘Magiae naturalis sive de miracoli rerum naturalium’ (1558). L’Autore si occupò anche di chiarire come fare, attraverso l’uso di una lente e di uno specchio concavo, a raddrizzare l’immagine.

Uno scudo a specchio compare nel dipinto di Caravaggio Conversione della Maddalena ed è altresì presente, unitamente ad un altro specchio grande rettangolare, nel verbale di pignoramento mobiliare subito dal Merisi il 26 agosto 1605. Con queste superfici riflettenti l’Artista lombardo deviava sul soggetto/modello da ritrarre la luce proveniente dalla finestra (o, secondo altra tesi, da un buco praticato sul soffitto). Talune fonti seicentesche ipotizzano, addirittura, che le pareti della stanza fossero intonacate di nero. Dalla fine del ‘900 diversi storici dell’arte hanno avanzato l’ipotesi che Caravaggio utilizzasse particolari strumenti ottici in grado di proiettare sulla tela l’immagine dei modelli in posa. Così come un recente campo di indagine tratta dell’uso, da parte del pittore lombardo, di materiali fotosensibili e fluorescenti quali arsenico, magnesio, iodio e sali di mercurio.

Monsignor Daniele Barbaro, nel 1568, descrisse la possibilità di riprodurre la prospettiva in scala, proiettando, in una stanza scura, le immagini esterne illuminate dalla luce del sole, praticando un foro in un infisso e ponendo su di esso una lente. Monsignor Barbaro, inoltre, anticipava il concetto della messa a fuoco, consigliando di porre lo schermo alla giusta distanza per ottenere la maggiore nitidezza. Scriveva l’alto prelato nel saggio La Pratica della perspettiva opera molto utile a pittori, a scultori et a architetti: “Se vuoi   vedere come la natura pone le cose digradate…..farai un buco nello scuro d’una finestra della stanza di dove vuoi vedere, tanto grande quanto è il vetro d’un occhiale. Et piglia un occhiale da vecchio…..et incassa questo vetro nel bucco assaggiato. Serra poi tutte le finestre, et le porte della stanza, si che non vi sia luce alcuna, se non quella, che viene dal vetro, piglia poi un foglio di carta, et ponlo incontra il vetro tanto discosto, che tu veda minutamente sopra ‘l foglio tutto quello che è fuori di casa, il che si fa in una determinata distanza più distintamente, il che troverai accostando, overo discostando il foglio al vetro, finché ritrovi il sito conveniente”.

Dalla camera oscura stabile, descritta da Della Porta si passò a dispositivi mobili, meglio adatti alla ripresa di paesaggi. Il pittore Hans Hauer ne fece utilizzare, a Norimberga, una portatile ai suoi allievi.

A fine seicento si diffusero dei modelli dotati di visore esterno, come documentato da Johannes Zahn nel saggio Oculus Artificialis teledioptricus (figura n. 1 e n. 2).

Gli storici dell’arte hanno cercato nella camera oscura indizi interpretativi sul realismo pittorico di Caravaggio, di Johannes Vermeer, sulla visione prospettica del pittore olandese Gaspar van Wittel (Gaspare Vanvitelli), sul vedutismo di Antonio Canal detto Il Canaletto e di suo nipote Bernardo Bellotto. Uno dei maggiori biografi di Canaletto, Anton Maria Zanetti riferisce nel 1771 “dell’uso giudizioso della camera ottica” da parte del pittore vedutista. Secondo gli storici dell’arte Bernardo Bellotto aveva raggiunto una tale abilità, nell’imitare le vedute dello zio, da confondere anche gli intenditori. La cosa non fu gradita dal Canaletto che interruppe bruscamente la collaborazione artistica con il nipote. Anche Bernardo Bellotto (che taluni chiamavano ‘il giovane Canaletto’) faceva uso della camera ottica.

Terisio Pignatti, storico contemporaneo, riferisce di come il Canaletto, come tecnica grafica, si servisse, probabilmente, di uno schizzo di massima che l’artista definiva ‘scaraboto’. Successivamente questa traccia veniva ridisegnata in sezioni (bande o parti, come le definiva l’autore). Da queste sezioni ricostruiva, in studio, il disegno generale ed il successivo dipinto. Pignatti suppone che lo ‘scaraboto’ fosse eseguito con l’ausilio della camera ottica, cioè una camera oscura munita di lente. Si ritiene che talune deformazioni prospettiche siano da attribuire all’uso di lenti grandangolari o teleobbiettivi corti. Nel dipinto ‘Piazza San Marco verso la Torre dell’Orologio’, la Torre è rappresentata molto più vicina al primo piano di quanto sia in realtà. Uno schiacciamento tale di prospettiva si ottiene solo attraverso la visione con teleobbiettivo. (figura n. 3 ). Come il dipinto ‘La Piazzetta verso sud’ ha i piani prospettici allungati tipici della visione grandangolare (figura n. 4).

La camera oscura probabilmente appartenuta a Canaletto è attualmente esposta al museo Correr di Venezia (figura n. 5); così come quella appartenuta al pittore Joshua  Reynolds è esposta a Londra presso la Science and Society Picture Library.

L’interesse per l’uso della camera oscura in pittura ne ha, tra l’altro, determinato l’inserimento nella Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (figura n. 6).

Così come nel ritratto allegorico dell’artista tedesco Joachimus Franciscus Beich (1744) compare in primo piano una camera ottica, divenuta, nel frattempo, uno degli strumenti più utilizzati in pittura.

Dalla pittura l’uso della ‘scatola magica’ si diffuse nell’ambito dell’architettura e poi in quello della fotografia; ma questa è già un’altra storia.

Teofilo Celani
 

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8 commenti

  1. Credevo di saperla lunga sulla storia della camera obscura, l’articolo di Celani mi ha arricchito molto sull’argomento. Grazie! Michele Ghigo

  2. articolo molto approfondito e interessante per farci meglio comprendere l’origine e la magia che sta alla base dell’immagine fotografica. Bravo Teofilo , complimenti vivissimi

  3. Una storia affascinante, come tutte le storie dove la protagonista è la capacità dell’uomo di mettere le intuizioni al servizio del desiderio di espressione!
    Da allora le cose sono cambiate, la tecnologia è corsa in nostro aiuto ma, fatemelo dire, quanta emozione vedere un’immagine stenopeica, piena di difetti ma così vicina all’idea ed alla percezione visiva degli artisti che, loro malgrado, sono stati “fotografi”!
    Bellissimo articolo, profondo l’accostamento “arte”- “fotografia” che ritrovo spesso come momento di ragionamento e arricchimento.

  4. Molto interessante… l’apertura verso il mondo della pittura dei nostri grandi Maestri, mi ha affascinato. Tante informazioni , un approfondimento sull’argomento realizzato benissimo da Celani e da me molto apprezzato.. Lugo

  5. La storia dell’antenata della macchina fotografica è sempre molto interessante e la figura n.6 che sembra un armadio dove l’artista entrava per riprodurre il soggetto ci suggerisce chiaramente il modo di operare ma mi fa anche fantasticare sul coinvolgimento quasi fisico dell’artista nella sua ricerca meticolosa per ottenere risultati di estrema raffinatezza

  6. Il fascino della “Camera Obscura” è profondo. Ce lo sentiamo venire da dentro. E’ la magia della luce che ci avvolge.
    Ma quanto sono interessanti e utili questi approfondimenti!
    Grazie per la capacità di aiutarci con spiegazioni e accostamenti profondi e stimolanti a conoscere meglio.
    Non si può prescindere dalle origini, da quello che è stato per capire appieno l’oggi e dove vogliamo o stiamo andando.

  7. Un ringraziamento affettuoso a tutti coloro che hanno voluto condividere il frutto di questa ricerca.
    Un ringraziamento speciale a Silvano per averla stimolata e per aver garantito a tutti noi la sua presenza costante, anche nei giorni dello smarrimento e del dolore.

  8. Dai disegni delle camere sembra che il pittore ricalchi in qualche modo l’immagine riprodotta attraverso lo spessore della carta e non direttamente come immagine reale. Forse che gli specchi riflettori abbiano una inclinazione diversa l’uno dall’altro dei 45 gradi ? Altrimenti abvrebbero dovuto utilizzare carta sottilissima impossibile per quel tempo e tele fini ancora più difficili da trovare. Le inclinazioni degli specchi quale inclinazione potevano avere?
    Dario Frattini

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