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Il buio intorno – di Paolo Raimondi

Il buio intorno
Di Paolo Raimondi

Le poche immagini rappresentano la sintesi di alcune centinaia di scatti (senza flash) per testimoniare alcuni ambienti di un carcere in disuso. Sulle pareti si possono scorgere alcuni pensieri o “ricordi”, lasciati come testimonianza “graffitara” ai posteri. Si può immaginare il lugubre, “sofferente” ambiente dove la luce penetra limitata da strette feritoie, illuminando solo piccole parti dei luoghi. Luce che acceca guardando all’esterno ma che rende buio tutto ciò che è d’intorno, così come l’animo di coloro che vi sono stati rinchiusi.

 

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17 commenti

  1. “Il buio intorno” di Paolo Raimondi è un’opera narrativa tematica che ripropone riflessioni che hanno appassionato tanti fotografi attorno ai segni del passato che si trovano visitando i luoghi abbandonati. Il carcere abbandonato è un tema di grande impatto emozionale per la repulsione istintiva che proviamo verso la reclusione e per il dolore che immaginiamo sia stato patito tra le sue mura. Il fotografo che indaga un penitenziario dismesso si trova di fronte: al vuoto, al disordine, all’assenza dei reclusi e delle guardie carcerarie. Restano testimoni di ciò che è stato i “segni” di quella realtà ormai lontana: gli stanzoni dei servizi, le celle, gli oggetti, le tracce. Uno scenario con una tale vacanza identitaria, il fotografo lo può interpretare nei più svariati modi: dal reportage di documentazione alla narrazione dell’emozione soggettiva provata in quel luogo. Paolo Raimondi sceglie il tutto a fuoco, il grandangolo e nella rappresentazione si dimostra sensibile alla “soglia”, alla “cornice” e al “contro luce”. Ne esce una serie di testi visivi che descrivono il luogo ed evocano le voci e i “sospiri” di chi vi è passato.

  2. echi e risonanze di luoghi dismessi ,inutilizzati, visibili solo attraverso una ricerca o progetto individuale.Come questo immagini di Paolo che sottolineano appunto l’abbandono del manicomio (qui il tema potrebbe aprirsi a diatribe, a pareri controversi ma non è questo il luogo appunto )
    Mi piace il b/n lo spiraglio di luce che cade sugli oggetti rimasti disordiantamente, i muri scrostati, gli scritti schizzofrenici sui muri unici segni di testimonianza del manicomio. Peccato, questi luoghi trascurati che potrebbero diventare opportunità di crescita socio-culturali , laboratori creativi,investimento di un piu’ alto senso civile. Ho sentito una volta per televisione che la cultura non sfama ……….

  3. Un lavoro di grande intensità emotiva, svolto con un uso sapiente del grandangolare e della luce, fredda e incisiva come una lama di coltello che sembra avere inciso direttamente sui muri quelle scritte piene di solitudine e disperazione. Complimenti davvero all’autore per uno dei migliori lavori visti fino ad ora sull’agorà.
    Pregherei l’autore, se gli è possibile, di lasciare un commento sul mio progetto “COLLEZIONI PRIVATE”
    http://www.fiaf.net/agoradicult/2012/12/11/collezione-privata-di-massimo-pascutti/

  4. Uno spazio concentrazionario ha un sinistro fascino, che qui non appare. Semmai parrebbe un reportage di landcsape archeology, insomma fotografie per quelle riviste di architetture che ne trattano.
    Siché l’autore non si è deciso ed è rimasto sulla soglia, in tutti i sensi. L’uso del tutto fuoco ne conforta l’assunto, di chi entrato in un luogo visitandolo da turista resta, sempre e comunque al dato sensoriale di primo acchito. Non si percepisce, oltre questo quello che l’autore intendesse pur nell’uso del bianconero, qui svilito a manierismo di genere.

  5. A parte l’estetica del dissenso che anima spesso i pareri non favorevoli verso un’opera scivolando malamente nel dispregio, il giudizio di valore spesso viene anteposto all’atto della lettura di un’opera bloccandone in tal modo lo studio. Di fronte a un’opera bisogna invece sempre bloccare il meccanismo di giudizio che nasce in noi spontaneamente al primo sguardo e lasciare così alla nostra mente la serenità di valutare innanzitutto se l’opera è coerente nella tematica e nella poetica. Se l’opera è coerente, allora l’opera c’è!
    Potrà essere un’opera Documentaria, Narrativa tematica, Narrativa artistica, Creativa o Concettuale. Potrà in ognuno di questi ambiti essere ben fatta o imperfetta, prevedibile o geniale, e chi sa spiegare questo dimostra la propria capacità critica. Il fatto poi che ci piaccia o no è un fattore legato alla soggettività, perché c’è chi ama l’estetica, chi la conoscenza, chi la logica, chi la fantasia, ecc.; ma l’autore ha una propia soggettività ed è con quella che inevitabilmente realizza la propria opera. La soggettività dell’autore è un terreno dove il giudizio di valore non può entrare, perché non si giudica l’indentità artistica di una persona. A volte le nostre soggettività si incontrano e a volte no, ciò non è un dramma perché tranquillamente si entra nell’ambito normale del legittimo e personalissimo: “mi piace” o “non mi piace”.

  6. C’è chi trovandosi dietro una finestra con i vetri appannati apre la finestra per fotografare la realtà, c’è, invece, chi fotografa la realtà attraverso il vetro appannato. Nel primo caso si mostra nitidamente la realtà dalla quale ognuno può trarre emozioni non artefatte, nel secondo caso si mostra l’artefatta realtà, magari mossa, sfuocata, illeggibile, granosa, spacciandola spesso come opera d’arte. Io, al contrario di A..ltri, faccio parte sicuramente di quelli che aprono la finestra, dove occorre una certa sensibilità per significare la realtà, e non di quelli che fantasiosamente mistificano la realtà. Premesso ciò debbo ringraziare Annunziata che (ancora una volta) ha confermato di essere un Maestro della fotografia perché ha espresso un giudizio azzeccato. Infatti:
    1- è vero, nel lavoro commissionatomi non dovevo dare un fascino alle immagini, ma evidenziare lo stato di abbandono e degrado del monumento, cioè testimoniare gli ambienti (è scritto nella premessa);
    2- è vero, le foto erano per una rivista, appunto, di scene archeologiche “American Journal of Archaeology”;
    3- è vero, sono rimasto sulla soglia proprio come fa un turista perché entrando avrei ridotto il campo osservazionale dell’ambiente;
    4- è vero, il B&W doveva essere svilito per ridurre la gamma dei segni;
    5- è vero non dovevo assolutamente stimolare alcun fascino sinistro onde evitare che il lettore della rivista voltasse pagina prima di aver osservato le immagini: però il fascino concentrazionario!?* (che c’azzecca! Altra epoca, altra architettura. O no);
    6- ho lasciato all’immaginazione (come è scritto nella presentazione) del lettore il senso intimistico.
    In altre parole nel lavoro,la struttura espressiva doveva essere documentaristica; la sociologia visuale doveva essere limitata al reale e non suscitare emozioni o interpretazioni psico-sociologiche (né nevrasteniche); mi premeva evidenziare solo il valore denotativo rimanendo più asettico possibile; lasciando il connotativo al lettore. Inoltre, lo scopo era valorizzare l’antonimia della luce nell’ambiente lasciando al lettore di giungere all’iperonimia; le immagini non dovevano esprimere un pensiero, un sentimento o una percezione, né caratteri polisemici; in pratica l’immagine doveva essere il Koerper e non il Leib. E a me interessava una vasta profondità di campo e non una profondità di sentimento. Nel commento di Annunziata che si sovrappone perfettamente con le mie intenzioni, vedo un bel 10 per le mie foto. Grazie Annunziata.

  7. Rimango un po’ disorientato da questo progetto: se non deve suscitare emozioni o interpretazioni, se non deve esprimere un pensiero, un sentimento, una percezione, se – in virtù della sua sola profondità di campo – vuole solo “documentare”, allora mi manca il testo di accompagnamento al quale è stato sicuramente affiancato nella rivista che lo ha commissionato. E quindi mi chiedo quale riscontro effettivo possa aspettarsi in questa Agorà…
    Ma soprattutto la sua “asetticità”, che emerge anche nello scritto esplicativo dell’autore, molto autoreferente, non mi lascia intravvedere il “cuore del fotoamatore” che, anche nei lavori su commissione, dovrebbe guidare le scelte espressive.

  8. Ciao Walter, conosco molto bene i tuoi progetti, le tue immagini creative e le apprezzo molto.Nel tuo sito si può imparare. Sei un vero Maestro della fotografia, sei un “signore” nell’esprimere garbatamente i tuoi commenti. Però, perdonami se oso tanto, non sei riuscito a cogliere l’ironia della mia replica. Se rileggi attentamente uno dei commenti,ne scoprirai la ragione.Non sono per l’anarchia dell’agorismo ma per il libero e civile scambio così come commenta il Direttore nella sua replica sovrastante.

    1. …perdonami tu, se ancora ora fatico a cogliere il confine tra ironia e realtà. Forse diventa pericoloso il “giocare” con una una terminologia (per me, per la mia ignoranza) esasperatamente ricercata e – forse – di difficile giustificazione.
      Resta comunque il desiderio di poterci incontrare di persona in qualche occasione fotografica, e continuare il dialogo… Ciao!

  9. Caro Walter, ti ho letto. Allora, penso proprio che la mia ironia sia stata troppo ermetica. Nel mio post del giorno 2 ho ironizzato sul lapidario giudizio (giusto? Non lo so, ma senza alternativa per la crescita culturale) del Sig. Annunziata ed ho significato il mio messaggio con una lettura che “soddisfasse” “confermasse” “rispecchiasse” il suo giudizio. Di questa lettura ho dato una esplicazione che capisco anche io e una esplicazione terminologicamente esasperata (come tu rilevi) per i “cerebrali” della fotografia. Nella piazza di Agorà (nell’antichità) ci si poteva incontrare per ascoltare i “capi” e allora la piazza diveniva un centro di comando e di censura (e non va bene), oppure luogo di incontro dove tutti i soggetti condividevano le informazioni per una “crescita” (e va bene). In merito al tuo invito, su “contatti” del tuo sito, ti ho scritto una lunga lettera. Spero di avere risposta. Con stima infinita.

  10. …non voglio “rubare” spazio e tempo, ma mi sembra giusto (e bello) confermarti pubblicamente (siamo in piazza…) la mia approvazione alla tua replica e al tuo pensiero.
    Ci siamo mossi entrambi – in maniera diversa – con lo stesso scopo.
    Posso rileggere serenamente la tua presentazione iniziale, e con altrettanta serenità leggere le tue immagini, secondo l’invito che mi hai rivolto.
    Mi sembrano immagini “oneste” che documentano ciò che hai visto e lo ripropongono attraverso un buon bianco/nero che interpreta bene il tuo pensiero e ne dà una prima chiave di lettura.
    Ciascuno poi entrerà nei diversi ambienti secondo la propria sensibilità e/o – perché no? – curiosità.
    A ritrovarci in questa stessa piazza!

  11. Paolo Raimondi parla di “realtà” partendo da un assioma: il principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente ed incontrovertibile.
    Ma esiste la “realtà” oggettiva? Pirandello lo nega: “Ciascuno a suo modo”, “Così è se vi pare”.
    La fotografia deve essere lo specchio della realtà, oppure lo strumento, il mezzo “iconico” per comunicare la “propria” visione della realtà, generata e filtrata dalla propria sensibilità, dalle proprie aspirazioni e dal proprio vissuto?
    A mio avviso non si tratta di “vedere” la realtà da una finestra chiusa o aperta, quanto di avere la capacità di raccontare la soggettività delle proprie emozioni, grandi o piccole che siano. Anche perché si può vedere la “propria” realtà dietro una finestra chiusa ed essere orbi da una finestra aperta.
    La fotografia e l’arte, da sempre, variano dal racconto scientifico della sola estetica e formale alla espressione artistica delle emozioni, turbamenti, visioni.
    L’importante è che ciascuno segua, a suo modo, secondo le proprie capacità ed aspirazioni, il percorso artistico della fotografia.
    Antonino Tutolo

  12. Ciao Antonino,
    perdonami, ma un orbo non potrebbe fotografare. A parte la battuta che vuol essere solo spiritosa (tengo a precisarlo per non essere equivocato), sono in parte d’accordo con te. Però, se non c’è una realtà che dice vero ciò che è vero, come possiamo trarre assunti intimistici o formali riferiti a quella realtà in quel tempo e in quello spazio? Se ho una realtà alterata, o meglio copia di una realtà, trarrò gli aspetti formali o emozionali (o altro) riferiti solo a una copia. Diversi dalla realtà “reale”. Mi spiego meglio. La realtà dipende dalla percezione della nostra corteccia che, al suo interno, elabora una visione soggettiva di quella oggettiva quindi, l’integrazione tra me che osservo e ciò che osservo evidenzia la visione del reale, che è il risultato dell’elaborazione del pensiero di colui che osserva. Quindi, è il pensiero a condizionare il tutto. Ora se la mia coscienza rimane legata al piano fisico, è chiaro che la mia percezione sarà limitata alla fisicità come l’unica realtà esistente, ma se oltre alla realtà esistente, rivolgo il mio pensiero all’interno (introspezione) allora, solo allora, posso accedere a livelli superiori, quelli che (giustamente) tu indichi come emozioni (e altro). Ecco perché penso (e non è un’assioma ma una mia personale intepretazione) che bisogna fotografare la realtà così com’è (io ho scritto finestra aperta) e rivolgere lo sguardo all’interno per coglierne gli aspetti coscienziali, altrimenti gli stati intimistici-emozionali sarebbero riferiti alla copia. Le mie foto (scadenti o di pregio), sono la realtà e lascio all’osservatore procedere all’integrazione di cui sopra. E sono d’accordo con te quando scrivi che la fotografia ha un vasto campo d’interpretazione e che ognuno la esprime a seconda delle proprie capacità, perchè, in una foto, banale che sia, c’è sempre un grande impegno di colui che l’ha fatta. E, certamente, non l’ha fatta volontariamente per essere “brutta”. Che ne pensi?
    Un cordiale saluto

  13. > Paolo Raimondi
    “..altrimenti gli stati intimistici-emozionali sarebbero riferiti alla copia
    Purtroppo, e dal punto di vista artistico è invece costruttivo, noi vediamo solo la copia.
    La nostra “realtà” non è figlia del pensiero, ma di percezioni spesso inconsapevoli e talvolta ancestrali.
    Il nostro vissuto, i nostri bisogni, paure, delusioni, talvolta perfino inconfessabili a noi stessi (perchè ci fanno fanno male), ci spingono a recepire una realtà virata, celata alla coscienza.
    Per questo alcune nostre percezioni e reazioni ci risultano talvolta incomprensibili, condizionate da feromoni che neppure sappiamo di avere.
    Da qui le simpatie e le antipatie, la propensione verso modi di vivere e persone che neppure conosciamo. “Sarà la prima che incontri per strada…”
    Ecco, per inafferabilità del reale io intendo l’impossibilità di prendere decisioni coscienti in merito alla valutazine del reale.
    Poi c’é quella necessità interiore verso l’arte, cioè la necessità di percepire ed attribuire significati a qualcosa che sarebbe il reale, il nostro reale, ma che non sappiamo valutare scientemente con razionalità, tanto è labile ed inconsapevole è il flusso della nostra percezione.
    L’uomo ha necessità di attribuire significati e dare valutazioni a quelle ombre ed a quelle luci che albergano, allo stato latente ed inafferrabile ai più, nella nostra mente.
    E’ questo il mondo dell’arte: irrazionale eppure soggettivamente indifferibile e condizionante, incomunicabile ed incomprensibile se non a chi ha la stessa sensibilità, e lo stesso vissuto…
    Grazie per la discussione
    Antonino Tutolo

  14. Ciao Antonino,
    mi piace agorà perché permette lo scambio di idee con veri cultori della fotografia (è bene che tu sappia che io sono solo un dilettante) che migliora certamente la cultura fotografica fuori la cerchia del fotoclub. Ora, senza cadere in un dibattito neuro-fisiologico, il pensiero, la mente è il prodotto dell’attività cerebrale. La coscienza è la consapevolezza. Ma se la “realtà” è celata alla coscienza (per qualsiasi motivo) non c’è il pericolo che si possa agire sotto il “livello di coscienza”, di non essere in grado di riconoscere la “realtà”, quindi, associare ad essa delle emozioni alterate? Scusami, ma tu, quando fotografi, non fotografi il mondo circostante? Ovviamente in rapporto alla tua espressione culturale? Che poi non sia in grado di prendere decisioni coscienti in merito alla valutazione del reale è altra cosa. Il reale però c’è. Quindi è l’interpretazione che cambia. Non so cos’altro aggiungere! Infine, sono perfettamente d’accordo con te sul concetto …il mondo dell’arte….
    Grazie anche a te per la discussione con la quale ho fatto miei alcuni punti di vista.

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