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Back to ‘50s – di Andrea Moneti

Back to ‘50s.

Gli anni 50 sono un periodo d’oro per gli USA. La fine della seconda guerra mondiale che decretò il predominio degli Stati Uniti a livello mondiale e il conseguente boom economico dal 1945 al 1964 fu la spinta di una imponente crescita demografica, la nascita di una intera generazione di cosiddetti “baby boomers”.

Nel nostro immaginario collettivo conosciamo bene questa generazione americana negli echi dei films hollywoodiani, nelle musiche, i divi, le grandi automobili, e per un modo di vivere della gioventù forse più innocente e spensierato, ancora lontano dagli estremismi dei successivi anni.

Risuonano gli echi del rock and roll di Elvis Presley e del boogie-woogie, le movenze sensuali di Marylin Monroe, le immense “parade” piene di coriandoli, bandiere e i primi drive-in.

Probabilmente conosciamo meno le contraddizioni e i mille contrasti di una giovane democrazia nel periodo che intercorre tra gli incubi della guerra fredda e della folle guerra nel Vietnam, tra dichiarazioni di libertà e crescita di una egemonia globale, tra convenzioni manichee e aneliti di poesia, libertà e trasgressione della beat generation.

Ho ritrovato queste atmosfere in un locale nella periferia fiorentina. Entrando ci si immerge in un luogo nel quale le luci al neon, i dischi in vinile, le ubique bandiere orgogliosamente esposte, denotazione e connotazione dell’identità nazionale, i gagliardetti delle squadre di baseball, le prime pubblicità con le pin-up, l’abbigliamento dei camerieri, le gigantesche auto, tutto contribuisce alla verosimiglianza con le icone e gli stereotipi dei nostri ricordi.

Il pensiero torna quindi a un passato certamente non del tutto vero e molto idealizzato, come spesso capita di quando si pensa a tempi trascorsi della nostra infanzia, e si risveglia una piccola dose di nostalgia per una atmosfera di libertà e di spensieratezza.

 
Andrea Moneti
6 Febbraio 2014
 

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3 commenti

  1. “Back to ’50s” di Andrea Moneti è un’opera animata da un’idea narrativa tematica per l’interpretazione soggettiva data di questo locale pubblico ispirato agli anni ’50 in USA. Come già accennato dall’autore è l’immaginario collettivo (generato dal cinema, la musica, la letteratura e la fotografia) che dà senso a questo locale che ancor prima di voler essere un bar, chiede di venir goduto nella perpetuazione del sogno americano che in esso si cerca di mantenere acceso con la rappresentazione dei miti dell’epoca. Solo un’immagine mostra il pubblico in silhouette con il personale in costume dell’epoca, evidentemente si è voluto rappresentare l’illusione del flashback di un ritorno al passato. Tutta la sequenza fotografica coglie con una staticità monumentale i valori simbolici delle icone epocali che non sono mai riprese ambientate nello scenario del locale ma sempre con scorci che ne aumentano il valore simbolico sottolineando quell’evidenza con la quale si impongono al pubblico. L’opera fornisce elementi per affascinare chi è sensibile a questi miti e comunque ci stimola a ritornare con un processo di postmemory in quei particolari stati d’animo dell’essere, anche se oggi inevitabilmente promuovono in noi nuovi umori. Complimenti all’autore.

  2. Guardando le immagini si ha la sensazione di immergersi nei favolosi Fifties. All’autore non è sfuggito nessun elemento e ogni dettaglio è un punto chiave che illustra quegli anni…Un’epoca spensierata e di boom economico, dove i ragazzi sfoggiavano capigliature imbrillantinate come i loro idoli, si esibivano in nuovi balli, rock’n’roll e twist, indossando blue-jeans e giubbotti di pelle, e circolavano per le strade con grandi automobili decappottabili. Viene da chiedere, adesso i nostri ragazzi come vivono la loro gioventù? Esiste ancora la spensieratezza?

  3. In questo lavoro molto ben realizzato come composizione e resa cromatica, credo manchi qualche scatto in più di vissuto.
    Sicuramente le riprese dei singoli elementi possono essere punti di richiamo a memorie vissute, se non altro attraverso i film, ma credo che qualche scatto con una “velata” presenza umana che interagisse con l’ambiente o gli oggetti avrebbe reso un po’ più di atmosfera. Facile a dirsi, ma a farlo…

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