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La non realtà – di Cristina Zapparoli

La non realtà – di Cristina Zapparoli

Opera presentata al Face to Face tenuto al Circolo 4 Ville nel novembre 2013.

La fotografia non può che essere un’ interpretazione della realtà, sempre.
Inquadro, scelgo cosa inquadrare e nel contempo scelgo cosa non inquadrare.
Il tempo di esposizione dilatato o bloccato, l’esposizione in fase di ripresa o postproduzione/sviluppo scura o chiara ai limiti della percezione.
Tutto è relativo alle intenzioni più o meno consapevoli dell’autore.
Che dire poi della doppia esposizione o sovrapposizione d’immagine, rimane realtà poiché sempre tratta dal reale ma viene manipolata e distorta.
Quindi che dire? Traccia? Sì realtà? Non so.
 

 

 

 

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8 commenti

  1. “La non realtà” è stato il tema di un’attività Face to Face organizzata dal Circolo 4 Ville di Villanova (MO). Cristina Zapparoli l’ha affrontato con una riflessione visiva compiuta sul campo, con la macchina fotografica al collo. Ha scattato tre immagini di un paesaggio lagunare e poi ne ha composta una quarta, unendo la prima con la terza con Photshop, che evidentemente è la rappresentazione di una non realtà. Mi piace il “non so” finale che lascia a ognuno do noi uno spazio per la riflessione soggettiva.

  2. Nell’arte Medioevale e fino al 1300 non esistono esempi di paesaggi autonomi da una narrazione ,è con Giotto che si inizia una rappresentazione del paesaggio, e solo con il Rinascimento che il paesaggio e la natura cominciano ad essere osservati e studiati dai pittori con un’esattezza scientifica.
    E’ questo il periodo della scoperta della prospettiva, insieme di norme e regole matematiche utili a riprodurre una visione dello spazio con il senso della profondità e della illusione della terza dimensione .
    I suggestivi paesaggi di Leonardo i sui studi sulle atmosfere sui fenomeni naturali si rende conto che la visione della lontananza risulta sfumata per la presenza dell’aria che si frappone tra l’osservatore e l’oggetto (ecco da qui prospettiva aerea )
    Ma solo nel settecento gli artisti renderanno il paesaggio protagonista come unica rappresentazione senza la presenza della figura umana .
    Il vedutismo il successo dei dipinti di paesaggio dipende in larga misura dalla richiesta dei viaggiatori stranieri, che erano soliti visitare l’Italia per completare la
    formazione di gentiluomini ed intellettuali; erano proprio da loro richieste immagini che riproducessero le tappe dei loro viaggi come una sorta di souvenir.
    Gli artisti si avvalgono di “macchinari” come la camera ottica, o camera oscura,
    Il paesaggio era così rappresentato con realtà e precisione, ma poteva anche essere
    sottoposto alla “revisione” dell’artista, che componeva la sua ideale visione:
    Cosi anche nell’arte fotografica il paesaggio viene esplorato con un proprio sentire , si investe di una propria identità nella misura in cui l’occhio del fotografo si fa interprete.
    Giacomelli fotografava i paesaggi rendendoli profondi nell’anima sottolineando i solchi prodotti dall’uomo.
    Luigi Ghirri creava paesaggi mentali
    Mimmo Jodice dà voce ad una iconografia vedutistica , una elaborazione intima, silente.
    Dopo questo lunga riflessione ne deduco ,ma non ne ho la certezza assoluta, che tutto è reale ma nulla è reale . Complimenti a Cristina per i suoi b/n e l’ ottima fotografia .

  3. L’esposizione multipla è testimonianza della tensione creativa di un autore che – attraverso la disposizione di segni e volumi in parte ricercata e in parte casuale – interpreta il momento vissuto non accontentandosi del reale.
    Proprio questa nostra “necessità” di lasciare un segno personale, di condividere il nostro sentimento, ci porta a sperimentare ogni possibile metodo di intervento che riesca a visualizzare il nostro pensiero.
    Personalmente non avverto quindi la necessità di indagare sul metodo e sul perché di un’azione fotografica: mi piace leggerne e ascoltarne la proposta.
    In queste immagini posso trovare un’indagine sul rapporto uomo/natura: a fronte della grandezza e forza di quest’ultima, l’uomo si può sentire annullato, ma di fronte alla sua ritrovata bellezza prevale il desiderio di condivisione, di partecipazione attiva, di comunione.
    Un piccolo post-it: nell’ottobre 2012 ho pubblicato proprio qui in Agorà un mio contributo relativo alle esposizioni multiple. Se utile, lo potete trovare a questo indirizzo:
    https://fiaf.net/agoradicult/2012/10/09/valter-turcato-guardare-per-trasparenze/

  4. Pregevole il progetto di Cristina che, di un paesaggio già da se, quasi irreale, con una
    elaborazione delicata e misurata, ne ricompone uno a mio avviso forse più reale di
    quello iniziale. Realtà che si tramuta in non realtà, o la presupposta non realtà che
    assume il ruolo di verità? Chi lo sa. Ma non è importante, perché la forza della fotografia
    ci lascia liberi di decidere quali delle due preferire.
    Brava l’autrice a porci questo quesito.
    Notevoli anche le stampe in bianco e nero che so Cristina, effettua personalmente.
    Marco

  5. Quella fotografica è una realta su un piano a due dimensioni, invece di 4 (altezza, larghezza, profondità, tempo).
    Inoltre è una realtà in bianco e nero, invece che a colori.
    Sarebbe quanto meno una realtà incompleta; diciamo rateale.
    Quindi una non-realtà.

  6. Sono affascinata dalle esposizioni multiple, sia quelle fatte in ripresa che quelle interpretate in post produzione, dalla capacità di vedere quello che non c’è e di realizzare un’immagine che induca l’osservatore ad uno studio più attento e ad una ricerca più profonda ed intima.
    Le immagini di Cristina, che già prese singolarmente suscitano delle emozioni, fuse insieme accompagnano l’osservatore in un viaggio in un “luogo non-luogo” dove poter godere della rumorosa pace della laguna.
    Grazie anche a Walter per aver riproposto il suo interessante post sulle multi esposizioni.
    Barbara

  7. Mi piace pensare all’autrice mentre ai bordi della laguna scatta foto ad un paesaggio dove l’acqua sembra fondersi col cielo, solo quel poco che emerge ci fa distinguere la linea di separazione; è un fotografare lento, come lento e appena percettibile è il movimento dell’acqua.Più oltre il silenzio viene violato da quello stormo di uccelli che portano una insolita animazione, come un brusco risveglio che fa capire che in quel luogo la calma è solo apparente. Con i mezzi tecnici a sua disposizione Cristina ha voluto dare più valore al cielo, da due realtà ne ha costruita una nuova.Ed io guardando non mi sento di dire che non è realtà.

  8. La prima fotografia mi ricorda un luogo noto a vicino, le valli di Comacchio, sono quasi certo che i “casoni” da pesca sono quelli visibili dall’argine della cittadina. Negli interventi alcuni fanno riferimento a un paesaggio lagunare, forse la differenza è solo lessicale perché le ragioni della loro creazione possono essere entrambe dovute a percorsi dell’acqua dei fiumi, ma mi piace di più valli forse per partigianeria. Le fotografie in questo lavoro prese singolarmente sono come parole sequenziali di un discorso, da sole possono assumere molti significati fotografici, in fila una dopo l’altra come le parole separate solo degli spazi vuoti diventano narrativa figurata. Se sono sovrapposte l’una sull’altra, si uniscono valli e lagune, vicinanze e lontananze, vuoti d’orizzonti piatti e pieni di volatili mai sazi. Gli uccelli stanziali preferiscono i pali, gli altri le loro ali.Da narrativa si passa alla poesia ma poi fa rima anche con la fotografia? Per la sensibile e brava autrice sicuramente.

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