Libere riflessioni

“EQUIVALENZE” di MINOR WHITE _ Prima parte – a cura di Michele Di Donato

 

Riconosciuto come uno dei fotografi più significativi del dopoguerra, Minor White (1908-1976) ha lavorato come artista, scrittore ed educatore, e la sua fotografia è stata influente in tutto il mondo. Nel 1946, White incontrò Alfred Stieglitz e abbracciò il suo concetto di equivalenza: una fotografia può essere un equivalente o una metafora di uno stato interiore. White ha esteso questo concetto e si è avvicinato a questa forma d’arte come disciplina spirituale sia per il fotografo che per lo spettatore attivo. Anche il suo interesse per le filosofie e le psicologie come lo Zen, Gerdjieff e la Gestalt furono incorporati nel suo lavoro e nei suoi insegnamenti.

Ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della cultura fotografica come scrittore, curatore, editore, educatore, cultore della fotografia come arte raffinata e, per alcuni, come guru spirituale.

Minor White aveva un modo peculiare di fare fotografia; la maggior parte di noi conosce il potere documentaristico della fotografia, cioè la sua capacità di registrare ciò che è davanti alla macchina fotografica con immediatezza e chiarezza. White, pur essendo consapevole di questo potere della fotografia è più preoccupato dalla sua forza espressiva non letterale.

 

 

L’interesse di White, quindi, è focalizzato su ciò che può essere trasmesso o evocato nell’esperienza dello spettatore. Per questo motivo, l’approccio di White alla fotografia è unico. Ciò è dovuto anche al suo background di poeta, a cui deve il suo uso lirico sia delle parole che delle fotografie, e alle molte influenze che sono evidenti nei suoi scritti, quali teatro, psicologia, cattolicesimo, buddismo e taoismo.

Guardando le fotografie di White, alcuni spettatori potrebbero essere sconcertati o perplessi riguardo al significato di ciò che vedono, mentre altri potrebbero focalizzare la propria attenzione sugli elementi estetici dell’immagine, come le sue qualità di illuminazione e composizione. Eppure, nelle fotografie di White c’è molto di più rispetto alla superficie dell’immagine, indipendentemente dal soggetto o dall’estetica visiva della stessa.

Nelle fotografie di White, gli spettatori possono incontrare qualcosa che trascende la ragione, il linguaggio e, appunto, la fotografia stessa.

Qualsiasi spettatore può sperimentare tali qualità intangibili o invisibili in qualsiasi fotografia, non solo in quelle di White. Tuttavia è indubbio che la probabilità di fare tali esperienze è più forte con alcune fotografie che con altre; e molte delle fotografie di White possiedono un potente potenziale evocativo che permette, agli spettatori, di avvicinarsi all’invisibile.

 

 

Minor White è stato fondamentale per la storia della fotografia non solo per il potenziale di esperienze di invisibilità delle sue fotografie, ma anche perché gran parte di ciò che ha scritto era incentrato sulla sua fede trascendendo gli aspetti visibili della fotografia ed educando sia i fotografi che spettatori in modi di avvicinarsi all’invisibilità. In uno degli usi più provocatori di White del termine “invisibile” nei suoi scritti propone: “La funzione del lavoro della macchina fotografica, quando trattata come un tesoro, è invocare l’invisibile con il visibile”. White si riferisce spesso alla fotografia come “camera work” per distinguere il suo approccio da quelli più convenzionali. Il saggio di White nel quale dipana la sua Teoria dell’Equivalenza si intitola: “Equivalence: The Perennial Trend” e fu pubblicato per la prima volta nel 1963 nel Photographic Journal of American Society.

In questo saggio White riconosce Stieglitz come il padre dell’Equivalenza, teoria risalente ai primi anni ’20.

 

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button