Cultura fotografica

L’INQUADRATURA: IL CONFINE DELLA FOTOGRAFIA, di Massimo Agus

 

Ogni fotografia ha dei margini, la realtà no. Questi margini separano quello che si trova nell’immagine da quello che ne viene escluso. Funzionano perciò come dei confini. Il fotografo si trova davanti il disordine e la complessità della realtà e deve scegliere come delimitarla dentro precisi bordi. Il significato e la qualità di questi margini, che sono il mezzo che usiamo per il taglio e l’inquadratura dell’immagine, sono uno degli aspetti base a cui, più di ogni altro, è legata la fotografia, uno dei suoi problemi fondamentali.

 

André Kertész, Billboard, 1962

 

In questo articolo propongo una riflessione delle idee espresse sull’inquadratura da tre grandi autori nei seguenti libri: 

John Szarkowski, The Photographer’s Eye, The Museum of Modern Art, 1966 (L’occhio del fotografo, 5 Continents, 2007).

Stephen Shore, The Nature of Photographs, Phaidon, 2007 (Lezione di fotografia, Phaidon, 2009).

Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, Quodlibet, 2010

 

Robert Frank, US 90 Texas, 1955

 

«L’essenza della maestria del fotografo è la citazione fuori contesto. Il problema centrale è semplicemente uno: che cosa includere, che cosa escludere? La linea di confine decisiva fra il dentro e il fuori è il bordo dell’immagine. Il taglio della fotografia definisce il contenuto, isola accostamenti inaspettati. Delimitando due fatti crea una relazione tra essi. Il taglio della fotografia seziona forme familiari, mostrandone frammenti che non sono familiari. Il taglio dell’immagine crea le forme che configurano gli oggetti. Attraverso una cornice immaginaria, il fotografo ordina i significati e le forme del mondo. Da questa cornice comincia la geometria visiva dell’immagine.» John Szarkowski

 

Henri Cartier-Bresson, Arena di Valencia, 1933

 

John Szarkowski afferma che i bordi di una fotografia delimitano ciò che il fotografo ritiene più importante, ma il soggetto ripreso è qualcosa di diverso perché si estende nelle quattro direzioni. Se con l’inquadratura delimita due figure, isolandole dal resto dello spazio in cui si trovano, crea una relazione tra quelle figure che prima non esisteva nella realtà, attribuendo loro un significato specifico. Dunque il gesto centrale della fotografia, quello di scegliere ed eliminare qualcosa, obbliga il fotografo a concentrarsi sull’importanza dei bordi dell’immagine, sulla linea che separa l’interno dall’esterno, e sulle forme che di conseguenza ne derivano e si creano. La comprensione dei significati che i bordi dell’inquadratura creano, nella relazione tra ciò che è incluso e ciò che è escluso nell’immagine, è dunque una delle qualità più importanti che il fotografo deve sviluppare.

 

Helen Levitt, New York, 1945 ca.

 

«Una fotografia ha dei margini, il mondo reale non li ha. I margini separano quello che si trova nell’immagine da quello che ne viene escluso. L’inquadratura racchiude il contenuto della fotografia in un unico colpo d’occhio. Gli oggetti, le persone, gli eventi o le forme che colpiscono l’attenzione del fotografo nel momento in cui sta scegliendo l’inquadratura vengono poi messi in risalto dall’inquadratura stessa, che echeggia intorno a essi e, a sua volta, concentra su di essi l’attenzione dell’osservatore. Così come la visione monoculare crea giustapposizioni di linee e forme all’interno dell’immagine, i margini creano relazioni fra queste linee, queste forme e l’inquadratura stessa. Le relazioni create dai margini sono sia visive sia ‘di contenuto’. In alcune immagini l’inquadratura agisce passivamente, combacia con la fine dell’immagine: la struttura della fotografia parte dalla zona centrale e si fa largo verso i margini. Per altre fotografie l’inquadratura è attiva: la struttura dell’immagine inizia dai suoi margini e si sviluppa verso l’interno.» Stephen Shore

 

William Eggleston, Senza titolo, 1970 ca.

 

Stephen Shore sostiene che le relazioni create dai margini fanno parte del contenuto dell’immagine.  Secondo lui le immagini esistono sia su un piano descrittivo e sia su un piano mentale, che può coincidere con il piano descrittivo, ma che non lo riflette mai completamente. Il piano mentale elabora, ridefinisce e arricchisce le nostre percezioni basate sul piano descrittivo, fornendo all’immagine un contesto che noi costruiamo a partire dalla fotografia stessa. Ma anche se il piano mentale può essere separato da quello descrittivo, esso si basa comunque principalmente sulle decisioni visive e formali prese in quest’ultimo livello, e la scelta dell’inquadratura (cosa includere esattamente nell’immagine) è uno degli elementi fondamentali. 

 

Stephen Shore, Strada di El Paso, El Paso, Texas, 1975

 

«La parola soglia viene utilizzata anche in senso metaforico, per indicare un confine tra l’interno, quello che pensiamo, quello che vediamo, quello che possiamo vedere, quello che dobbiamo vedere e quello che invece vediamo nella realtà e che determina un’osservazione comune, cioè tra il nostro interno e l’osservazione del mondo. Questo punto di equilibrio tra mondo interno e mondo esterno in fotografia io penso di averlo identificato con l’inquadratura. Ci troviamo di fronte a un problema fondamentale, a una delle basi della fotografia. Il rapporto tra quello che devo rappresentare e quello che voglio lasciare fuori della rappresentazione. Cioè sapere esattamente che cosa voglio rappresentare, e che cosa voglio comunicare con la mia immagine. Nel momento in cui io scatto, mi trovo sulla soglia, sono sul punto di avvertire la possibilità di filtrare il mio interno con l’esterno. Devo fare una valutazione esatta, comunque un calcolo che so essere molto importante, che riguarda quello che deve essere tralasciato e quello che deve essere compreso.» Luigi Ghirri

 

Luigi Ghirri, La Certosa, Parma, 1985

 

Luigi Ghirri introduce il concetto di soglia, e così per lui l’inquadratura diventa il limite e il confine tra l’esterno e l’interno, tra il visibile e l’invisibile, tra l’io e il mondo: lo spazio visivo dove questi due aspetti si possono incontrare. Inoltre parla di “inquadrature naturali”. Sono delle inquadrature che già esistono nella realtà, e creano dei confini naturali per il nostro sguardo sul mondo: porte, finestre, cancelli, alberi, ecc. Spazi delimitati dai quali il nostro vedere viene guidato, orientato e circoscritto, che funzionano come un’apertura che ci invita a guardare sul mondo in un certo modo. Sono percorsi già segnati che possono diventare punti di attraversamento tra un interno e un esterno, soglie per andare verso qualcosa, che invitano a ordinare lo sguardo in una certa direzione, in relazione con le inquadrature mentali e visive messe in atto quando si fotografa. 

 

Luigi Ghirri, Formigine, Modena, 1985

 

Massimo Agus, Docente FIAF

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