Cultura fotografica

LA FOTOGRAFIA, UNA RASOIATA SUL REALE, di Fulvio Merlak

 

Era il 398 e Aurelio Agostino d’Ippona, conosciuto come Sant’Agostino, rivolgendosi a Dio, nelle sue “Confessioni” scrisse: «Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene; ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so […]».

 

“Lo scorrere del tempo”, fotografia di Nancie Rowan

 

Tutta la nostra esistenza è scandita dallo scorrere del tempo, è segnata dalla mutabilità delle cose, dal passare delle stagioni. Eppure sembra impossibile assegnargli una definizione unica e condivisa. Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche lo interpretava con una concezione di carattere ciclico, secondo la quale tutti gli istanti sono destinati a replicarsi in un tempo circolare, in quanto «Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato». Viceversa il fisico (pure lui tedesco) Albert Einstein illustrava il concetto stesso del tempo come una lusinga: «Le persone come noi che credono nella fisica, sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’ostinata persistente illusione». In altre parole, secondo il pensiero di Einstein, il tempo è relativo, non è assoluto; è un’illusione arbitraria della nostra percezione.

Appare evidente che quella del tempo è una questione che, a tutt’oggi, si rivela come irrisolta. Noi conduciamo le nostre esistenze scrutando il tempo, innegabile protagonista delle nostre vite, dal momento che regola le nostre giornate, le nostre preferenze, le nostre emozioni. Lo scrittore, poeta e saggista Jorge Luis Borges reputava il tempo «[…] un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica […]». Nel 1947, nella “Nueva refutación del tiempo”, affermava «Negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. Il nostro destino (a differenza dell’inferno di Swedenborg e dell’inferno della mitologia tibetana) non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché è irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma sono io quel fiume; è una tigre che mi divora, ma sono io quella tigre; è un fuoco che mi consuma, ma sono io quel fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges».

 

“Nostalgia”, fotografia di Brenda Butler, 2021

 

Orbene, la fotografia ha, senza ombra di dubbio, un rapporto privilegiato con il tempo e, differentemente da ciò che succede per altri mezzi di riproduzione visiva della realtà, essa si fa carico della registrazione dell’impronta fisica del suo referente ma, nel contempo, anche della dimensione temporale nella quale la riproduzione ha avuto atto. È per questo che la fotografia è in grado di isolare e preservare un istante sottraendolo allo scorrere del tempo. Stando al pensiero del saggista francese Roland Barthes, il noema della fotografia (ossia la figura retorica che evidenzia un concetto) si esplicita con «è stato». E, del resto, un’immagine fotografica non possiede né un prima, né un dopo; essa rappresenta esclusivamente il momento della sua realizzazione. Va da sé che la sua coniugazione verbale è sempre orientata al passato. La natura della fotografia, la sua essenza, è quella di ratificare ciò che viene ritratto, dove viene ritratto e quando viene ritratto: è il suo “hic et nunc”, “qui e ora”. Si fotografa al presente, ma nel suo paradigma non esiste il futuro. La sua dimensione temporale attiene sempre al passato, e ciò conferisce al soggetto rappresentato un valore evocativo che suscita inevitabilmente un’alterazione emotiva, la quale, spesso, sfocia in una sensazione nostalgica. Come ha sottolineato la scrittrice statunitense Susan Sontag «Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona o di un’altra cosa. Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo». Già… il tempo, l’inafferrabile, inarrestabile incisività del tempo, che ci rammenta, nel continuo susseguirsi degli eventi, la condizione di precarietà dell’essere umano. E proprio nella rievocazione indotta dalla fotografia, nella sua rilettura, si avvia, tutte le volte in modo difforme, un processo d’interpretazione e di definizione del soggetto ritratto. Perché la rilettura di un’immagine fotografica, pur non disconoscendo l’obiettività di quanto rappresentato, genera un meccanismo d’interpretazione e di rievocazione che dipende in larga misura dal continuo divenire dell’osservatore, ossia di chi opera la rivisitazione, e dai differenti contesti nei quali l’immagine viene esaminata. «Poiché ogni fotografia – sosteneva la Sontag – è soltanto un frammento, il suo peso morale ed emotivo dipende da dove viene inserita. Una fotografia, insomma, cambia a seconda del contesto nel quale noi la vediamo. […] Vale per ogni fotografia ciò che Wittgenstein diceva delle parole: che il significato è l’uso».

 

“Ragazzo con orologio”, fotografia di Piergiorgio Branzi, 1955

 

Il semiologo belga Philippe Dubois ne “L’atto fotografico” ha approfondito l’indagine sulla fotografia, valutata a livello sia temporale che spaziale, come una “rasoiata sul reale”. Temporalmente l’immagine, in quanto atto fotografico, s’impadronisce di un solo istante. Ma la sua esistenza è solo agli inizi, perché è in quel preciso momento che la fotografia intraprende il suo percorso vitale, collegando il referente con il ricevente e avviando quel processo che il critico cinematografico francese André Bazin ha definito come «qualcosa di irrazionale che conquista la nostra fiducia».

Fulvio MERLAK, Presidente d’Onore della FIAF

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2 commenti

  1. Analisi snella ed efficace sull’eterna ricerca del significato intrinseco dell’immagine fotografica, con le parole dei grandi. Una interessante e profonda riflessione di un grande Merlak.

  2. Grazie a Vincenzo Gerbasi per l’attenzione all’interessante articolo di Fulvio Merlak: un dotto excursus che ci offre interpretazioni profonde e autorevoli riguardo a una delle tematiche più cruciali nella fotografia.

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