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Maurizio Tieghi – 2° conversazione

“BLOW UP” DI ANTONIONI E LA FOTOGRAFIA

2a conversazione

Ambiguità, astrazioni, polisignificanza e concettualità

 

 Trattasi di una sintesi della conversazione che intende analizzarealcuni aspetti concettuali del film, consolidare nella memoria il legame tra fotografi dell’epoca e le loro opere, riportare le note scritte per la prefazione dal relatore Roberto Roda, iniziamo da una di queste: “riflettere sulla natura e della fotografia e dei suoi linguaggi non è operazione inutile, tanto più oggi, che è opportuno considerare i cambi di prospettiva introdotti dalla rivoluzione digitale. Di norma, ascriviamo alla saggistica le acute riflessioni sulla fotografia di tanti emeriti critici, storici dell’immagine e studiosi della comunicazione, dimenticando che un contributo fondamentale alla discussione è arrivato inaspettatamente da un regista cinematografico, Michelangelo Antonioni e da un film, Blow Up (1966) diventato un vero e proprio cult movie. Il film di Antonioni è infatti un capolavoro capace di farci riflettere sullo statuto dell’immagine fotografica, sulla sua ambiguità e poli-significanza”.

Il film è tratto dal racconto“Las Babas del Diablo”dello scrittore argentino  Julio Cortazar, che praticava con passione anche la fotografia, anche se il regista ferrarese ha apportato sostanziali modifiche alla trama originaria.

Il protagonista del film, il fotografo Thomas assiste passivo alla tumultuosa vita della SwingingLondon di quegli anni che era la capitale mondiale, oltre che della musica, anche della moda e della fotografia.

L’omicidio che ha creduto di aver fotografato guardando gli ingrandimenti (il blow up) delle sue foto lo induce ad intervenire e prendere finalmente parte agli avvenimenti, ma è la sostanza stessa dell’immagine che una volta ingrandita che respinge il suo tentativo d’interazione.

Ci riuscirà a essere veramente coinvolto solo alla fine del film, quando assistendo alla finta partita di tennis dei mimi, lui vede la pallina e sente il suono dei colpi sulle racchette.Diventa in tal modo lui stesso parte della rappresentazione, diventa immagine. Nella scena finale dissolvendosi anche lui come tutte le altre immagini contenute nel film, il regista chiude smaterializzando tutto quanto prima ci aveva voluto far credere fosse reale.

Ma Blow Up attua anche un dialogo serrato con la fotografia e i grandi fotografi del periodo in cui è stato girato. Il film antonioniano ci parla sia dell’immagine “concerned” odi reportage sociale,fra i riferimenti evidenti quelli a John Cowan, Don McCullin, David Bailey, Bert Stern, Arthur Evans, Chris Dreja. I legami sotterranei portano anche a dover considerare i nomi di Duffy, Terence Donovan, David Hurn, John Bulmer.

Queste alcune fotografie di reportage e nomi degli autori tra quelli indicati in precedenza
..
Proseguendo con quelle di moda

Quest’altre solo apparentemente antitetiche alle prime, infatti, si gli stili si ritrovano insieme e si con(fondono) tra loro…

Anche lo stile è rivoluzionato in quel periodo, la modella diventa dinamica e atletica, in modo similare alle immagini prodotte dal grande fotografo di origine ungheresenegli anni 30-40.
.

Interessante anche il confronto fatto dal relatore tra queste fotografie prodotte da tre grandi maestri in epoche diverse ma abbastanza simili

 
Per la prima volta si assiste alla presenza nell’immagine anche del fotografo , quasi a voler riscostruire la famosa scena che nel film  Blow Up vede protagonisti Thomas e Veruska.

Il fotografo inglese di quegli anni David Bailey, qui al lavoro nel suo studio, avrebbe ispirato il personaggio di Thomas, ricevendone però una cattiva reputazione che ha finito per condizionarne la carriera


Mentre le foto nel film fatte da Thomas nella nottata trascorsaal dormitorio pubblico, il fotogramma di sinistra fa vedere  l’uscita, mostrate all’editore del suo libro quasi sicuramente appartengono a Don McCullin.


Come queste sue celebri immagini di quegli anni

 
Termina Roberto Roda “Il film del regista ferrarese può essere letto come un labirinto di microstorie sulla fotografia, alcune non palesemente dichiarate eppur abilmente suggerite attraverso un rarefatto dialogo intertestuale che investe (a volte palesemente altreindirettamente) nomi importanti dell’immagine fotografica in un momento, la metà degli anni sessanta. Rileggere Blow Upvuol dire alloradecifrare il complesso labirinto della fotografia anni ’60, in cui pure vanno collocate anche le origini della nostra più aggiornata fotografia concettuale”.

Maurizio Tieghi

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4 commenti

  1. Mentre la I° Conversazione di Roberto Roda è stata pubblicata in due Post la 2°, data la ottimale lunghezza del testo, viene pubblicata in un solo Post per non perdere la bellissima rivisitazione di un’epoca che la ricca iconografia consente. Buona lettura.

  2. Interessantissimo, uno spaccato dei fotografi del periodo con uno stile molto simile, anche se diverso, che ancora entusiasma! Il film mito ha portato sullo schermo e poi nelle nostre case una ventata di fantasia che vive come immagine reale. Complimenti per la completezza dell’informazione e la qualità della scelta delle immagini. Lugo

  3. A questo punto, scatenata la curiosità, non devo fare altro che rivedermi il film, l’ultima volta risale forse al periodo scolastico!
    Bella ed interessante la visione d’insieme che è stata creata dal relatore, in questo modo l’approccio che si concede al lettore è esaustivo e rivela i necessari suggerimenti di approfondimento.
    E’ un ottimo metodo educativo/culturale, utile tassello alla nostra formazione intellettuale.
    Un’ultima osservazione divertita, io all’epoca del film ero poco più che una bambina, mi ricordo però l’atmosfera e rivedere “certe immagini” mi ha aiutato a risentire quel vento di rivoluzione generazionale di quegli anni!

  4. Ho visto il film e ricordo di essere rimasta colpita soprattutto da un fatto: che il tenebroso, scostante dongiovanni fotografo, alla fine non sembra prendersela troppo per un mancato intervento attivo nella vicenda; chiamare la polizia per esempio, invece di cercare l’attenzione in luoghi e tra persone perse nel loro mondo; ciò che gli interessa sono suoi ingrandimenti e quanto questi riescono a “vedere” e quanto ciò che riescono a vedere sia lì, nella vita reale. Tutto questo mi fa un po’ pensare, ovviamente per motivi diversi, ad un certo tipo di fotografia odierna, in cui ci si preoccupa dell’immagine senza porsi problemi morali ed etici. Lo scatto prima di tutto ed avanti a tutto.
    Complimenti a Maurizio che sta offrendo uno spaccato della fotografia – e della società di quegli anni – decisamente interessante e ricco di spunti di riflessione.

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