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"Una, nessuna, centomila" da ITAca – Storie d'Italia di Francesca Codogno

Una, nessuna, centomila

Un viaggio tra immagini al femminile dove l’obiettivo è puntato sull’essere donna-manichino, interprete silente di una condizione umana tesa a dare una definizione di sè.

L’universo femminile scandagliato in profondità per portare a galla le molteplici sfumature dell’io più nascosto.

La donna, appunto perchè tale, risulta maggiormente vulnerabile agli occhi di chi la guarda e per questo facilmente inquadrabile in schemi stereotipati.

L’essere femmina, e non persona, viene vista come condizione di inferiorità atta a leggittimare qualsiasi tipo di violenza, fisica o psicologica che sia.

Anime al femminile pregne di dubbi sul ruolo da tenere in questo mondo che le vuole in perenne conflitto tra l’essere e l’apparire, in costante bilico tra quello che sono e quello che vorrebbero essere, in contrapposizione infine con quello che gli altri vedono o vogliono vedere.

Manichini: fotocopie di donne che aspirano ad essere pezzi unici; bisogna guardare oltre alla superficialità di questi corpi inanimati per arrivare al cuore dell’essere persona.

La donna come un manichino, involucro di plastica plasmabile a piacere, infinito nella sua rappresentazione fisica ma im…trabile nell’animo, coperto da quel costume di scena indossato ogni giorno in questo palcoscenico di teatro chiamato vita.

Francesca Codogno

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10 commenti

  1. “Una, nessuna, centomila” rimanda, posto al femminile, al celebre libro di Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila” che affronta il tema dell’identità dell’essere. Titolo quindi molto appropriato per l’opera di Francesca Codogno che con forte capacità d’analisi fotografica affronta il tema dell’identità stereotipata della donna ridotta a oggetto, più o meno di lusso, delle società occidentali contemporanee. Le immagini leggono la realtà delle proposte commerciali oltre il mito, promosso dalla moda. Esse attraverso il frammento e la significante posta in relazione di elementi fortemente simbolici riescono a rappresentare con rara lucidtà le condizioni psicologiche vissute dalle donne nella nostra aggressiva modernità.

  2. Un portfolio interessante e che porta a riflettere: non solo la donna viene mercificata ovunque, ma esposta continuamente come oggetto del desiderio. I manichini, come ce li mostra la bravissima Francesca, inquietano e invogliano a dire “basta!” a questa aggressività verso le donne, mascherata attraverso manichini belli fin che si voglia, ma sempre e solo rivolta a generare consumismo e purtroppo, fin troppo facile voyeurismo. Cordiali saluti, Jeannette

  3. Conosco Francesca e mi è capitato di vederla per le vie della città ferma davanti alle vetrine, insinuandomi il pensiero “la tipica donna che quarda le novità della moda”. In realtà anche questo pensiero “era parte” del suo progetto fotografico, che mirava a raccogliere tasselli di un preconcetto diffuso per visualizzarlo in modo sintetico ma articolato ed esticamente piacevole.
    Brava Francesca

  4. Molto profonda e realistica la riflessione di Francesca, ma ahimè credo che anche i maschi non siano immuni da questo vortice di “apparenza” assoggettato al danaro che inghiotte la dignità e il rispetto per il genere umano. Molto bella la presentazione con cui Francesca ci presenta il suo lavoro e veramente significativa la traduzione del concetto in immagini.
    Giancarla Lorenzini

  5. Questione spinosa e quindi da prendere con le molle anche in fotografia la condizione della donna, tema comunque assai caro alle fotografe Fiaf com’è dagli ultimi post, tratti da ITAca, tutti al femminile inseriti sul blog. Mi riferisco alle donne sindacaliste immusonite, alle borghesi beate e infine alla loro rappresentazione da vetrina come nel presente caso; ma anche ai molti commenti delle navigatrici del sito. Ovviamente non entro in questioni sociologiche, consapevole di aver fatto approssimazioni stereotipate supponendo di poter suddividere in categorie definiti il variegato mondo al femminile, mi interessa invece una visione più “fotografica” della questione. Ricordo che negli anni novanta la presenza del così detto sesso debole nel fotoclub cui appartengo era del 10%, ora dopo vent’anni è superiore al 60%. Le motivazioni di questa crescita vertiginosa sono sicuramente molteplici, penso che la spinta più significativa sia comunque la semplificazione nel produrre foto portata dall’avvento del digitale, altre invece giustamente lo considereranno frutto dell’emancipazione. Rimane comunque una cosa bellissima. Nel fotoclub a cui appartengo negli scorsi anni abbiamo organizzato manifestazioni dedicate alle donne fotografe, in quella situazione abbiamo allestito mostre delle socie a tema libero. A mio parere in quell’esposizioni d’immagini se si ometteva d’indicare il nome delle autrici non era possibile, salvo rare eccezioni, stabilire il sesso di chi le aveva prodotte. Questa è una cosa positiva o negativa? Un poco mi sorprendo nel ritrovare sul blog sotto forma di portfolio, non tematiche ancora care a una consistente fetta di autrici, ma le modalità in cui vengono fotografate. Per quanto riguarda questo lavoro le immagini sono specchio sicuramente del testo prodotto dalla brava autrice, ma il linguaggio fotografico è scontato. Troppo giocato solo sulla pura estetica del prodotto esposto, in fondo le vetrine sono perfetti e assai gradevoli set fotografici. Serviva più cattiveria e distacco emotivo dai costumi(ni) mostrati. Inoltre sarebbe stato di maggior interesse fare una ricerca fotografica sul tipo di manichino usato in funzione del target cui la marce è destinata.

  6. Trasmettere emozioni forti, raccontare una storia, mandare un messaggio, utilizzando “oggetti” di uso comune : questo è il vero talento. Complimenti, davvero, bellissimo lavoro.
    Adriano Trevet

  7. Ci sono la donna oggetto, l’uomo oggetto, il bambino oggetto, ecc.
    Mai nella storia, salvo casi veramente sporadici, c’erano state donne giudice, medico, soldato, ministro, ecc.
    Il problema piuttosto è nella mercificazione che pochi gruppi di grande potere economico fanno di ogni cosa; non solo della donna “velina” o escort o “oggetto”.
    La fotografia, grazie agli interessi commerciali, sta avendo la sua massima espansione da un punto di vista numerico; spesso a discapito della qualità. Ma penso che tra tante menti in funzione uscirà anche qualcosa di buono per il futuro della fotografia.
    Le donne fotografo ci sono sempre state, ed alcune veramente grandi: hanno scritto perfino trattati di fotografia.
    In queste foto, che nell’insieme sono validissime, non vedo il pirandelliano “uno, nessuno, centomila”. Quanto piuttosto la “donna oggetto” della moda; del consumo finalizzato all’apparire (quindi, pirandellianamente, solo “nessuno”, in quanto oggetto delle scelte e delle finalità di pochi) e non all’essere (uno, nessuno, centomila), che presuppone una mente pensante, individuale.

  8. Brava Francesca , un ottimo lavoro, ma che, a mio parere, avrebbe avuto bisogno di più “cattiveria”: la mercificazione della donna, purtroppo dato di fatto della nostra società, appare solo in alcune immagini e non in altre , che risultano solo documentarie ma non scavano in profondità e non ti colpiscono allo stomaco come invece dovrebbero fare per essere veramente efficaci. Ritengo che le immagini più efficaci per portare avanti un discorso come intendi tu nella tua presentazione, sono, partendo dall’alto,la seconda della prima fila, le due della seconda fila, la prima della terza fila, le due della quinta fila, la prima della sesta fila e le due della decima fila. Prova a pensare il tuo lavoro nell’ottica delle immagini che ti ho segnalato e se vuoi ne parliamo. Comunque complimenti vivissimi!!

  9. Trovo interessante la tematica nel pensiero che può averne una donna. Questo diretto confrontarsi con canoni stabiliti dai modelli imposti attraverso la comunicazione e gli standard della società di massa mi pare riesca a provocare un distacco utile, una presa di distanza.
    Non tutti i dittici del progetto mi paiono completamente risolti. Trovo più riusciti quelli in cui l’autrice coglie quel tanto di artificioso e materiale che c’è nel simulacro. Una concretezza che aiuta a disvelarne il meccanismo fascinatorio.

  10. Trovo questo lavoro estremamente interessante, sia per l’abbinamento delle immagini che per i vari significati che riesce a trasmettere.
    Il manichino “incarna” perfettamente il pensiero attuale che da più importanza alla forma rispetto al contenuto.
    Il manichino nudo (come l’uomo) in attesa di omologarsi agli altri.
    Il dramma di corpi apparentemente mutilati e senza volto in contrapposizione a sensualità, giovinezza e bellezza, che sembrano acquistabili in un qualsiasi negozio e a disposizione di tutti…
    Complimenti !!

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