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Attesa – di Serena Vasta, Paola Garofalo e Grazia Musumeci

In un piovoso weekend di pioggia battente, quasi per caso, io, Paola Garofalo e Grazia Musumeci ci siamo ritrovate nella sala d’attesa del reparto Maternità di un grande ospedale di Catania, tra scritte divertenti, disegnini e parenti ansiosi di vedere i nipotini, è venuto fuori questo lavoro su tutti i modi di aspettare: L’Attesa. La sala di attesa è un luogo magico e carico di emozioni, uno dei pochi posti al mondo in cui in un minuto dura un’eternità e un’ora si scioglie in un attimo, in un sorriso rassicurante, in un pianto squillante. A Catania i muri sono usati come tele in cui imprimere emozioni, stati d’animo, paure e stanchezza, ore e ore di attese in cui i parenti, non abbastanza vicini e non troppo lontani, aspettano e sperano che tutto vada bene e sono impazienti di conoscere il nuovo piccolino di casa. La simpatica spontaneità siciliana emerge anche tra i muri di un ospedale, tra le pareti rosa e azzurre compaiono scritte esilaranti come “Lasciate ogni speranza o voi che aspettate”, “E’ nato il mio 26esimo nipote”, “Nasci bello, che io nipoti brutti non ne voglio” e poi c’è anche chi vuole la rivincita dato che la sua nascita non è stata impressa su nessun muro: “E’ nato Dario… 42 anni fa”. L’amore e il calore della famiglia si percepiscono chiaramente in questa voglia di conoscere il nuovo arrivato, nell’aspettarlo, nelle vignette e nel bizzarro albero genealogico in cui tutti si stringono intorno al nuovo arrivato. In questo clima festoso c’è anche chi in ospedale ci va per abortire e anche in questi casi non mancano i messaggi a questi bambini mai nati “che si incontreranno in un’altra era”, anche in questo caso il legame è forte e sempre indissolubile.

Serena Vasta







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9 commenti

  1. L’importanza della cultura fotografica la si vede in opere come queste che non hanno abizioni salonistiche ma sono fatte giuste per un blog, col loro messaggio effimero che vivrà il tempo tra un imbiancatura e l’altra dei muri del Reparto Maternità di un grande ospedale di Catania. Una cultura, quella di Serena, Paola e Grazia, che nasce dalla grande tradizione fotografica del Circolo “Le Gru” di Valverde. Anche per narrare il quotidiano più immediato richiede il sapere rappresentare le atmosfere ambientali e articolare col giusto ritmo i personaggi e i messaggi scritti sui muri. Con le situazioni e i segni ripresi dalle loro foto, le giovani autrici ci comunicano elementi di conoscenza della umanità popolare catanese che forse potremmo immaginare ma il vederle ci pone sempre a contatto con le sorprendenti rivelazioni che il reale sempre riserva al fotografo attento.

  2. Bellissimo ed emozionante lavoro delle fotografe de Le Gru, che mostra un mondo a me, (fotografo del nord abitante al nord),completamente sconosciuto ; un mondo pieno di passione, di affetto e anche di piccoli, grandi drammi. Bella è stata la scelta di intervallare le fotografie fatte alle scritte con i ritratti delle persone in attesa, in ansia o piene di gioia per l’attesa finalmente finita. Sono la vori questi che riconciliano con la fotografia, troppo spesso ermetica e arrotolata su se stessa. Ancora tanti complimenti.

  3. Vagare per l’ospedale in mezzo a queste scritte è stato davvero divertente, c’era l’imbarazzo della scelta, ovviamente. Uno spaccato della nostra zona che, secondo noi, era da raccontare e da condividere.
    grazie a tutti.

  4. L’attesa della nascita, la gioia o la dura decisione di abortire, un girotondo di voci messe sui muri, davvero una ricerca scaturita da un’idea che comunica bene il messaggio a chi osserva le foto.Brave! Lugo

  5. Le tre autrici con questo lavoro ci hanno saputo immergere nell’atmosfera di gioia, sorpresa , speranza mista ad un poco di ansia che è tipica di un reparto di maternità.
    La scelta di farlo sia attraverso quei muri “parlanti” che nei momenti di intimità vissuti dai vari protagonisti ci fanno sentire il reparto dell’ospedale come un luogo di casa.
    Un racconto dove il calore, la spontaneità e la voglia di condivisione del popolo siculo emergono in tutta la loro forza.
    Complimenti.
    Orietta Bay

  6. Emergo solo oggi da un periodo di attese ospedaliere e, per combinazione ma non per caso, trovo la pubblicazione di questo bel lavoro, intenso, curioso ma anche discreto e rispettoso, senza volontà alcuna di giudizio.
    Gli ospedali sono luoghi nonluoghi, atemporali, quando si entra la vita “normale” sembra sospendersi e con te, che sei ospite, vive la stessa esperienza tutta la corte familiare che condivide spesso le attese da spettatore silenzioso.
    In questa esistenza sospesa si svolgono grandi tragedie, decisioni drammatiche, rassegnati sviluppi!
    Io personalmente, nonostante la grande fatica psicologica, ritengo che certe esperienze ci facciano entrare in contatto con la nostra parte più bella, più umana, aperta al dolore ma anche alle grandi emozioni vissute per le guarigioni e le nascite.
    I messaggi fissati su questi muri, così ben rappresentati nel lavoro fotografico delle autrici, non sono altro che il desiderio di dare voce e testimonianza a tutte quelle sensazioni forti, dolorose ma anche piene di speranza, che siamo abituati nel quotidiano a tenere nascosti ma che, inevitabilmente, escono quando una nuova vita si affaccia alla vita e, guarda caso, “viene alla luce”.
    E se di luce si tratta non si poteva scegliere modo migliore per darne espressione.

  7. Sono d’accordo con Serena: “Uno spaccato da raccontare e da condividere”, che non poteva non piacermi visto che anch’io sono incuriosita da un po’ di tempo dai messaggi che trovo sui muri (“Te lo dico sui muri”, pubblicato sul blog di marchefotografia).A volte sembra di leggere un frammento di una pagina di un libro che cela in se’ tutta la bellezza di una storia di vita vissuta .Sono restata un po’ sorpresa, questo sì, di trovare tutte quelle scritte in una sala d’attesa di un ospedale:forse in quest’era dove diventa sempre più difficile comunicare (a dispetto di mezzi tecnologici a disposizione) e dove le distanze fra le persone diventano sempre più marcate, il senso di solitudine sempre più presente, è un grido di aiuto per riappropriarci di rapporti più diretti e umani?

  8. Si parte da un corridoio distorto per entrare in un altro lungo condotto, che potrebbe stare ad indicare metaforicamente il faticoso percorso del nascituro per giungere alla vita. Poi solo immagini in campo ristretto, particolari di e/o persone normali in quelle situazioni, fotografate in modo del tutto normale, quindi le autrici non si dimostrano meravigliate di quello che stanno vedendo e noi come loro non troviamo particolare stupore. Poi la fotografia si sposta su di un campo che poco le appartiene, la parola, per farci leggere delle frasi, anche queste normali per il contesto. Ora, se il nascituro che viene letteralmente alla luce della vita, si trovasse veramente in un ambiente luminoso, candido, cangiante, bianco al 255, sarebbe sicuramente meglio per lui. In fotografia si poteva sovraesporre per dare questo significato alle immagini, per le pareti del pubblico ospedale basterebbe un poco di calce bianca.

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