ArchivioEventi di studio della fotografia

Garry Winogrand – Seconda parte, di Olga Micol

GARRY WINOGRAND – Seconda parte, di Olga Micol

 Garry Winogrand credeva che per descrivere uno stato d’animo, in fotografia, bisognava cogliere l’attimo, come aveva fatto Henri Cartier-Bresson, anche senza una precedente progettualità.

Prima di sviluppare gli scatti si dovrebbe aspettare un anno o due, perché l’emotività immediata, non aiuta a fare scelte migliori, il tempo invece, fa dimenticare questi momenti particolari, così si sarà più obiettivi quando si riguarderanno le foto, senza l’emozione di chi le ha appena scattate.

Fotografava sempre guardando nel mirino e sorridendo alla gente. Lo scopo era quello di comunicare, di stabilire un contatto veloce ma personale con la gente, camminando al loro fianco. A differenza di Henri Cartier-Bresson, che ha cercato di essere invisibile, Winogrand invece voleva sempre far parte dell’azione che fotografava, immerso tra la folla.

Ai giovani ha raccomandato di leggere libri, d’arte, musica, pittura, scultura e tutte le cose al di fuori della fotografia di strada insieme alla lettura delle foto dei grandi maestri americani Robert Frank, American Images di Walker Evans, il lavoro di Robert Adams e le fotografie di Lee Friedlander, Paul Strand, e Henri Cartier-Bresson. “Questo aiuterà a imparare a guardare e ottenere così una nuova visione fotografica”.

Anche Sebastião Salgado fotoreporter, uno dei fotografi più influenti che ha documentato la fotografia sociale, ha iniziato la sua carriera come economista, studiando il lavoro. Ben presto però ha scelto di abbandonare l’economia (troppo focalizzata sulla teoria) per perseguire la fotografia documentaria, denunciando le pessime condizioni di lavoro delle persone in tutto il mondo. Salgado ha preso la sua esperienza di outsider come economista, e la ha applicata alla fotografia, ottenendo uno splendido risultato.

Winogrand ha passato la vita a fotografare per strada con migliaia di scatti fotografici, non è riuscito però, a catalogarli, gli ha mancato il tempo e la costanza per farlo, questo gli ha comportato molta difficoltà nel trovare gli scatti fatti.

La maggior parte del suo archivio è al Center for Creative Photography di Tucson, ma ci sono ancora oggi, altre fotografie e provini a contatto dislocati in altri luoghi, quindi non si può sapere il numero esatto del suo immenso archivio. Si può dedurre che possano esserci circa 25.000 rotoli, di cui forse non recensiti 6.500.

Dietro le quinte del potere : fino a poco tempo fa si conosceva una sola foto di John F. Kennedy che, durante la Democratic National Convention di Los Angeles, accettava la sua nomina e chiedeva aiuto al suo partito, era stata pubblicata, tutte le altre circa 5000 state scoperte da Leo Rubinfien a Tucson.

La mostra con il catalogo comprende tre sezioni: Down from the Bronx tra gli anni ‘50 e ‘70, A student in America realizzata nel corso di una serie di viaggi attraverso il paese e Boom and Bust tra i primi anni 70 e il 1984 l’anno della sua scomparsa.

la prima dove racconta il suo quartiere di origine in particolare la Manhattan di Midtown, la 59 strada e Central Park, dove il traffico era assordante e congestionato come in nessuna altra parte della città e tra gli ingorghi pedonale dei marciapiedi e degli incroci ai semafori la concentrazione di cittadini è elevata anche oggi come negli anni cinquanta.

Ha qui rappresentato il bel mondo dell’epoca, i caffè e i locali notturni, le belle donne i loro vestiti più eleganti cosi come i ritrovi affollati nell‘intervallo del pranzo ma

Ma anche la realtà degli emarginati e la vita degli homeless.

Nella seconda parte incominciò a viaggiare e a fotografare la sua America, la più vera, catturando la magnifica vastità del paesaggio del West, così come la diversa realtà delle varie città: Huston, Dallas, Las Vegas e Los Angeles. Immagini che esprimono la profonda malinconia del momento con tutte le loro incongruenze.

Dagli anni ’70 in poi, con gli intensificarsi dei combattimenti in Vietnam, la fine della guerra e con lo scandalo Watergate, Winogrand decide di ritornare a lavorare in California, ma le immagini di questo periodo sono molto più cupe e tristi, anche l’atmosfera è diversa.

La mostra comprende anche una serie di video con le sue interviste che fanno apprezzare la sua spiccata personalità che lo ha portato a catturare la vita e a viverla.

 
Olga Micol
 
“La fotografia non è cosa si fotografa, ma ciò che appare al fotografo”
(Garry Winogrand)
 
 
 

Articoli correlati

4 commenti

  1. Se vi sembreranno poche le immagini poste a illustrazione della brillante recensione di Olga Micol vorrà dire che sarete invogliati a cercarle su internet e in qualche libro che vi capiterà tra le mani. Il fascino delle immagini realizzate da Garry Winogrand sono quelle dell’immagine tecnica fotografica realizzata con grande sensibilità simbolica e queste 4 immagini sul Presidente J.F. Kennedy ne sono una prova. La prefocalizzazione per esperienza è un elemento fondamentale per realizzare questo genere di fotografia, perché non sappiamo dove l’autofocus mira, dato che sono immagini scattate nella gran maggioranza dei casi senza portare la fotocamera all’occhio. Ciò che emerge sorprendente è la prepotente bellezza che ha la realtà umana fermata nell’istante, rivelata dall’espressione dei volti, dai tagli improbabili, dalla curiosa relazione tra gli elementi simbolici. Come sempre ciò che definisce il senso delle fotografie è la scelta della sequenza e dato il grande archivio esistente immagino che ci sarà ancora un gran da fare per scoprire le intime pulsioni esistenziali del grandissimo Garry Winogrand.

  2. grazie per il commento di Walter. La strett photografy ha veramente un fascino nascosto, anche se oggi la fotografia di strada ha moltissimi problemi. E’ sempre più difficile fotografare uomini, donne e soprattutto bambini ,anche se si usa una compattina o il cellulare, quella foto si può fare, ma non si possono inserire in internet senza un loro permesso scritto. Sei tranquillo, solo se vai in posti “fuori del mondo” dove le persone purtroppo sono povere, meglio ancora nomadi senza dimora..non hanno certo l’internet per potersi rivedere!
    Devo confessare che le mie foto più belle, genuine e veramente “speciali” sono state quelle fatte nel 2006, a un gruppo di nomadi del Ladakh che vivono a 5000 metri di altezza, dove pur non avendo niente, erano sempre sorridenti e nel loro piccolo mondo, “felici” se così si possono definire. Per fotografarli, sono ritornata ben tre volte a cercarli, portando loro le foto scattate precedentemente.

  3. Winogrand è stato uno dei testimoni dell’America anni ’60 e ’70, magari non il più’ incisivo ma probabilmente il più prolifico e il più “fotoamatore” tra tutti i colleghi professionisti, perché fotografava soprattutto per diletto e instancabile passione la vita dell’America dell’epoca, anche lontano dai riflettori e le vicende di cronaca, il mondo che lo circondava veniva impresso sulla pellicola come una “necessità”.
    Un’esigenza la sua che precorse i tempi saltando pie pari la barriera dei limiti imposti dal mezzo che ha dell’incredibile se consideriamo la lentezza operativa di una leica M in rapporto con la grande quantità di foto che Winogrand ebbe modo di scattare in simbiosi con il comune passante.
    Le sue foto risultano preziose per documentare un’epoca importante dell’America d’allora, ricca di contrasti e di opportunità, un’epoca che sotto certi versi stiamo rivivendo con le tecnologie digitali che hanno aperto un nuovo arco temporale nella storia della fotografia, che solo adesso incominciamo a comprendere e decifrare.
    Complimenti ad Olga Micol per l’interessante articolo che sarà prezioso per chi vorrà studiare le foto di Winogrand, ora anche lui nella cerchia di autori le cui fotografie dovrebbero servire come riferimento per acquisire una “nuova visione fotografica”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Back to top button