“Sleep Of No Dreaming” di Fabio Moscatelli

“Sleep Of No Dreaming”- di Fabio Moscatelli

La Sontag ci ha scritto un libro, “Davanti al dolore degli altri”, prendendo spunto dalla guerra e dai suoi orrori. Altri ancora, dopo di lei, hanno scritto e commentato foto di guerra e di catastrofi naturali, al punto che la fotografia della sofferenza sembra aver instaurato con queste un rapporto esclusivo; l’una evoca le altre, quasi fossero sinonimi. Eppure, di battaglie se ne combattono quotidianamente migliaia, silenziose e invisibili, senza che nessuno se ne occupi. Piccole e grandi storie di resistenza, tenaci ed eroiche quanto certe storie di guerra, che si combattono magari sul nostro stesso pianerottolo, scivolando tra la nostra indifferenza, e la nostra fretta.
Ed è di queste storie invisibili, di questo rimosso della nostra società che ha scelto di occuparsi Fabio Moscatelli, 36 anni, romano, finalista del Leica Award 2013, vincitore del concorso National Geographic nella categoria “ritratti”, e appena selezionato dal prestigioso blog LensCulture.
“Sleep Of No Dreaming”, titolo che l’Autore ha preso in prestito da un brano dei Porcupine Tree, è un reportage realizzato in una struttura romana che da qualche anno accoglie ragazzi e ragazze in stato vegetativo in seguito a traumi neurologici, causati da incidenti stradali.
Si chiama Casa Iride, al confine tra i quartieri Don Bosco e Torre Maura; dall’aprile 2014, Moscatelli ha trascorso in questa “casa” sei lunghi mesi per realizzare il suo reportage, un tempo che già da solo dice molto sull’approccio, e sulla sua idea di fotografia.
Una fotografia che nel frasario della critica si collocherebbe in quel genere definito concerned, rivolto alla dimensione etica ed umanista della fotografia, ma è una definizione che ancora sta stretta a “Sleep Of No Dreaming”: sei mesi sono un’esperienza di vita senza dubbio importante, durante i quali si impara a conoscere la sofferenza dal di dentro, a prendere confidenza con la fatica quotidiana del sopravvivere, ecco perché quella di Moscatelli è una fotografia dell’empatia, più che del dolore. Solo attraverso la voglia di comprendere realmente, e la consapevolezza profonda della necessità e della funzione del proprio sguardo, si può trovare il modo di restituire, attraverso le immagini, identità e dignità a chi è indifeso, evitando di cadere in un facile iconismo della sofferenza.
Anche in questo senso la fotografia di Moscatelli è una fotografia del limite, quello delle sue scelte, e degli interrogativi che pone a tutti noi. Da parte sua, pur senza ricorrere ad un’estetizzazione dal rischio edulcorante, Moscatelli non rinuncia alla messa in forma, intessendo un delicato registro narrativo personale. Così, la metafora di una linea spezzata da una crepa ci introduce in questo luogo dal quale il mondo esterno appare ormai velato, confuso, come la visione attraverso una tenda, e dove i segni di una speranza fatta innanzi tutto di accettazione, si mischiano a quelli di un’altra forma di normalità del quotidiano. Moscatelli ci mostra volti, storie personali affidate a piccoli oggetti come delle fototessere, e attraverso loro, quello che abbiamo paura di sapere, di guardare in faccia: la precarietà delle nostre esistenze, che un giorno qualsiasi, in maniera inaspettata, possono essere stravolte.
Ed è solo da questa profonda empatia, che possono prendere vita immagini di grande forza evocativa come quella di una stanza in penombra, dove ci sembra di vedere le ombre allungarsi, camminare sul muro nel farsi sera, quando il tempo diventa più denso e interminabile, e soli, nel letto, si è forse consapevoli di se. Ma c’è un’altra solitudine, in queste immagini così perturbanti di Moscatelli, che è quella di chi assiste quotidianamente queste persone. Genitori, fidanzati, amici, avvolti nel buio dell’indifferenza, seduti su degli scalini, la testa fra le mani, malati anche loro. Perché anche il senso di abbandono produce sofferenza.
Racconta Fabio di essere entrato nella stanza che ospita Francesco, da 8 anni in stato vegetativo, e la mamma Ivana gli dice che stanno parlando con gli occhi.
Poi chiede al figlio, “vuoi bene a mamma? Se sì, strizza forte gli occhi”.
“E la risposta è un brivido sulla mia pelle…”

Attilio Lauria

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