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Di cuori, di mani, di fede – di Renza Grossi

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 Uomini, ragazzi e bambini. Una sola vocazione, quella di mantenere viva una tradizione lontana ma che ancora oggi sa creare coesione tra le persone, sa creare comunità.
E’ stato un privilegio poter “abitare” anche solo per poche ore un luogo così affascinante, sentir battere all’unisono così tanti cuori, poter vedere le mani che sorreggono con forza una fede fatta di coerenza e stabilità.
E’ stato un privilegio poter essere accompagnata negli spazi intimi della Confraternita da Viola e Lorenzo, che con gli occhi dell’infanzia raccontano il mistero e la grazia.
La mia piccola storia fotografica vorrebbe narrare con delicatezza questi incontri, fatti di mani, volti, spazi e oggetti, che con la loro semplicità e passione mantengono in vita la memoria del passato.
 
Opera prima classificata ex equo al 8° PhotoHappening – Set Simposio 2018 di Sestri Levante (Ge)
 

Di cuori, di mani, di fede

Confraternita dei disciplinati di Santa Caterina V. M., Sestri Levante

 di Renza Grossi

 
 
 

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4 commenti

  1. “Di Cuori, di mani, di fede”, di Renza Grossi, è un’opera animata a un’idea narrativa artistica per aver rappresentato le profondità insondabili del mistero che accende il sentimento religioso dei portatori dei Crocefissi.
    Le immagini ci parlano attraverso i simboli e le loro risonanze imprevedibili delle ombre e lo sfavillio. I portatori compaiono in uno spazio senza tempo… e ci pongono a contatto con gli Archetipi della Fede… e in queste sostanze il tempo non c’è.
    L’immaginario di Renza Grossi ha trovato il suo bianco, sul qual scrivere con forza seducente le sue scoperte e comporre le forme del vuoto incorniciato nella Sacrestia. Il tutto in poche ore.
    Evidentemente l’urgenza fa emergere il talento.
    Complimenti a Renza Grossi che riesce sempre a sorprenderci con la sua visione dell’indicibile.

  2. Mi ha subito appassionato, questo lavoro di Renza Grossi. Dal primo momento, e ho avuto bisogno di qualche giorno per riflettere e riordinare i pensieri, prima di scriverne.
    Perché in un primo momento l’utilizzo della dominante “bianco” (quasi in antitesi a lavori simili di altri fotografi che invece prediligono il tono drammatico, il contrasto rude e, talvolta, il mosso) non ha potuto che richiamare nella mia mente il “Moby Dick” di Melville e il suo simbolismo del bianco come incarnazione del Male. Questa prima impressione apriva in me una forte contraddizione: come raccontare un luogo di religiosità e “Bene” e “amore” mettendolo in relazione con “Moby Dick”, un romanzo in qualche modo demoniaco? Eppure il forte contrasto tra i due concetti ha stuzzicato la mia razionalità ateistica.
    D’altro canto però, le parole stesse dell’autrice quando spiega che “semplicità e passione mantengono in vita la memoria del passato” in questa Confraternita mi hanno guidato a trovare altri pensieri, stavolta presi a prestito da una raccolta di racconti di Tabucchi (sempre la letteratura, guarda un po’…). Così sono giunto alla conclusione che il lavoro di Renza mi sia piaciuto perché il suo linguaggio e lo stile col quale lo ha coniugato rendono quasi fantasmi questi luoghi e questi oggetti, “ciò che in un altro tempo fu vero davvero” (Tabucchi, appunto). Molto sappiamo di come la fede religiosa in Italia sia sempre meno presente nella vita delle persone; spesso si parla anche di vera e propria “crisi delle vocazioni” eppure luoghi come questi sembrano continuare a custodire non più simboli astratti ma un vero profondo senso per i pochi che ancora vi si dedicano. Renza ha saputo rendere i singoli gesti, il (con)tatto, il senso del toccare come appropriarsi profondamente di qualcosa.
    Dal punto di vista della composizione formale e del linguaggio strettamente fotografico, trovo che il dittico centrale attorno al quale tutti gli altri ruotano sia quello della sedia e dell’armadio in cui bianco e ombra si espongono allo sguardo in maniera speculare come una cerniera, un raccordo con tutte le altre immagini.
    Per chiudere, basta andare appena oltre la lettura dei segni iconici (la “realtà” sintattica che vediamo) per trovare già da subito la sensibilità dell’autrice che con la sua scelta linguistica ha denotato immediatamente il suo lavoro: dalla partecipazione dei gesti (sia quelli umani che quelli appunto delle “cose”) si capisce senza filtro quali siano i rapporti simbolici dei confratelli (per quanto bambini) con la loro fede. Un gran lavoro, a mio avviso, una sensibilità non comune.

  3. E’ straordinaria la capacità di Renza Grossi( ma non è certo una sorpresa ), di saper sviluppare in così poco tempo e in poche sintetiche immagini, delle sensazioni che ci portano ad identificare una “storia” che si dipana sotto i nostri occhi.
    I tagli compositivi particolarmente riusciti, l’uso sapiente della luce e la suggestione del mosso, ci conducono per mano alla scoperta di antiche tradizioni e di un percorso di fede, in modo mai banale.
    Grazie a Renza per questo bellissimo lavoro e vivissimi complimenti.

  4. Per una come me che, fotograficamente parlando, non non si sofferma troppo sui dettagli ma è istintivamente portata ad abbracciare il contesto, a collegare i fili, a scoprire il non detto, l’opera di Renza Grossi in un primo momento è sembrata fredda e cruda, talmente definita da smorzare la mia curiosità di approfondire. Lo confesso.
    Poi, però, per un’egoistica esigenza di comprensione, ho riaperto la pagina e ho spento nella mia testa quella luce bianca che mi abbagliava, e finalmente ho guardato ciò che si celava dietro.
    Premetto che non sono cattolica, appartengo alla schiera di quanti credono senza avere un Dio preciso, personalmente mi affido alla natura più che ai santi, e questo mi offre il vantaggio di avvicinarmi senza preconcetti a qualunque fede religiosa.
    Nell’opera di Renza ho visto, prepotente, la relazione materialistica tra l’uomo e la fede. Renza ha sottolineato benissimo quanto di materico esiste nella fede cattolica: legno, pizzi, broccati, stucchi, marmo, paglia, carta. Sembra quasi di poterli toccare e sentirne il profumo. Hanno un valore simbolico, d’accordo, ma sono lato materiale della fede. E le mani il trait d’union della relazione.
    Immediatamente dopo ho sentito il mistero. La scelta del mosso, delle ombre, di certi spazi appena accennati, di porte aperte ma non troppo, di spiragli di luce, tutto ciò ci lascia immaginare un luogo “altro” meno definito. Dal primo piano dell’evidenza da toccare si passa al secondo piano del mistero da esplorare, meno legato all’estetica e, di conseguenza, al bianco.
    Secondo me questa è una di quelle storie che andrebbero continuate, che non si esauriscono mai perché possono continuamente arricchirsi e anche trascendere dal contesto del momento e vivere di luce propria. Complimenti!

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