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La street non è un genere ma un’attitudine

Il nostro percorso di avvicinamento al Forum di Bibbiena prosegue con l’intervista al Collettivo EyeGoBananas, che ringrazio per la disponibilità.

Attilio Lauria

 

Quali sono le motivazioni per cui avete deciso di fondare un collettivo e come si è formato? Quali sono i vantaggi e le difficoltà di un collettivo? Pensate che internet abbia favorito la formazione dei collettivi? Che abbia cambiato la fotografia?

Il mondo dei social media ha aperto porte e regalato nuove possibilità a tantissimi fotografi. Il rovescio della medaglia è che si è venuto a creare anche un meccanismo di “buonismo digitale”, tutt’altro che disinteressato, che ha elevato la regola del like-for-like alla normalità. Questo ha portato ad un abbassamento della qualità media e ad un appiattimento della creatività, tutto in funzione della ricerca di consenso. Ovviamente fra i prodotti di scarto di questo processo ci sono anche un milione di falsi esperti e di rinomati signori-nessuno che si ergono a padri dei vari generi fotografici, spesso supportati da una fan-base nutrita a suon di post personali, che nulla hanno a che fare con la fotografia. Esistono ancora figure autorevoli e competenti, ma in un paradigma come questo è diventato ancora più difficile avvicinarle perché i veri professionisti si guardano bene dal mischiarsi con dinamiche di questo tipo.

Per noi nel 2015 era impellente trovare sincerità totale e disinteressata: per questo abbiamo creato EyeGoBananas, il cui unico scopo, almeno inizialmente, era quello di creare un luogo sicuro dove discutere dei propri scatti e dei propri progetti. Tutti noi avevamo (e abbiamo) la certezza che un: “Fa schifo!” possa aiutare molto di più rispetto ad una critica velata. Con questo spirito Riccardo Cattaneo e Davide Albani hanno inizialmente reclutato Giacomo Vesprini e Matteo Zannoni. Il gruppo si è poi modificato nel tempo ma è con l’ingresso di Giorgio Scalici l’anno successivo che trova una sua dimensione stabile.

Un collettivo è utile? Dipende certamente dallo scopo finale. Per noi era la crescita e lo scambio e possiamo dire senza dubbio che sia stato fondamentale. Certo che se il collettivo viene visto solo come un facilitatore, un mezzo per darsi forza e per vendere qualcosa alla gente (come molto spesso accade) a quel punto dipende più dalla capacità imprenditoriale dei singoli che non dal valore fotografico che il collettivo stesso riesce a esprimere.

Visto il gran numero di proposte fotografiche in giro per il web è evidente che un collettivo possa aiutare a ottenere una legittimazione, a farsi conoscere e apprezzare, ed è per questo che negli ultimi anni abbiamo visto nascere collettivi ad una velocità incredibile. Questo però non è un male, anzi: se l’obiettivo del gruppo è e rimane “la fotografia” e non il business, ben vengano i collettivi.

 

Come si diventa membri del collettivo, qual è il processo di selezione?  I membri del collettivo si incontrano regolarmente faccia a faccia o solo on-line?

Da noi non si entra e non abbiamo un processo di selezione perché siamo noi che girando per il web notiamo persone di cui discutiamo. Ovviamente non ci dispiace ricevere immagini da persone che si propongono, ma tendenzialmente siamo noi a “scovare” i fotografi. Il problema viene dopo perché il nostro gruppo è molto affiatato: siamo diventati amici prima che compagni di collettivo e questo, siamo consapevoli, non crea una condizione facile per un/a eventuale nuovo/a arrivato/a. Scambio, pareri e chiacchiere avvengono tramite una chat, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Tutto inizia al mattino con il buongiorno e finisce la sera con la buonanotte.

 

Quale consiglio vi sentireste di dare a coloro che intendono costituire un proprio collettivo?

Un consiglio per chi vuole fondare un collettivo? Cercate compagni che stimate e del cui parere avete fiducia. Ah, e prima di organizzare workshop assicuratevi di fare fotografie decenti.

 

Negli ultimi anni l’attenzione verso la fotografia di strada è cresciuta molto, quale pensate ne sia la ragione?

La fotografia di strada deve il suo successo alla sua componente fortemente democratica. Chiunque può scendere in strada e mettersi alla prova. I confini fumosi e incerti del genere amplificano l’illusione che sia effettivamente alla portata di tutti. Se a questo mix si aggiunge che poi basta tessere una bella rete di like e commenti sui social per ricevere gratificazione è evidente come questo meccanismo si alimenti e crei dei mostri. In questo territorio nebbioso è facile imbattersi anche in chi sfrutta questa illusione con corsi ed altri espedienti. La verità è che la street photography è un genere che deve prima di tutto generare immagini intelligenti ed emotive, adattandosi alla quotidianità, ma raccontandola allo stesso tempo. Tutto questo non si può spiegare se non con esempi, utilizzando immagini di grandissimi fotografi del passato e del presente, che nel 90% dei casi non si sognerebbero mai di definirsi street photographer. La curiosità è la chiave, lo studio delle immagini l’unica via. Sarebbe bello se ci fosse un “corso” che insegnasse a fare meravigliose fotografie, magari della durata di un weekend, magari ad un costo contenuto. La verità è che il massimo che un corso del genere ti può dare sono regolette per creare immagini già viste utilizzando una manciata dei migliaia di cliché che si trovano in giro di questi tempi: cartelloni con giustapposizioni, persone senza testa, riflessi su vetrine e, per i più audaci, sottoesposizioni e luci radenti alla Webb. Studiando le immagini dei grandissimi fotografi invece ti crei un bagaglio di esempi visuali che, anche inconsciamente, prima o poi potresti richiamare alla mente in una particolare situazione, senza però cercarne la copia carbone, ma da usare come base per interpretare la realtà in modo personale. E’ una cosa semplice e veloce? Assolutamente no! Questo ti garantisce di portare a casa belle foto ad ogni uscita? Men che meno! Per questo Bresson parlava delle famose 10000 fotografie da buttare prima di iniziare a fare qualcosa di buono; per questo Webb dice che il 99% delle foto che fai per strada saranno da cestinare.

 

Quando possiamo parlare di buona street photography, come si identifica la qualità in questo particolare genere di fotografia? Forma e contenuto: come si conciliano nella street? devono per forza conciliarsi?

Come detto la foto deve essere intelligente ed emotiva, ma allo stesso tempo deve sfruttare la luce e composizione per amplificare e accrescere il potere comunicativo dell’immagine stessa. L’estetica per noi è un mezzo, tanto quanto la fotografia stessa, per rendere più forte il messaggio che questa deve necessariamente portare con sé. Una foto svuotata di un contenuto è un esercizio estetico che, per quanto ben realizzato, lascia il tempo che trova. La fotografia di strada ha come proposito collaterale anche quello di rappresentare la contemporaneità in modo da creare una istantanea dei nostri tempi.

 

L’uso degli smartphone nella street è sempre più comune, voi come vi ponete rispetto all’attrezzatura da usare? Usate (o avete provato ad usare) uno smartphone?

Smartphone, mirrorless, telemetro, reflex sono solo strumenti. Vanno scelti semplicemente quelli più adatti al proprio linguaggio e alla situazione. Lo strumento cambia il proprio approccio alla scena e questo è evidente, così come influenza il modo in cui chi ci circonda percepisce la nostra presenza e questo va tenuto in considerazione, ma nulla è precluso.

 

Avete elaborato una vostra ‘definizione’ di street?

Per noi non è un genere ma un’attitudine, senza confini definiti se non relativi all’approccio che chi fotografa ha nei confronti della realtà che intende rappresentare. Una foto di famiglia può essere street, così come la foto ad un battesimo.

 

In che modo influisce la privacy sulla street? al di là della legge, qual è l’etica del collettivo?

A noi la legge sulla privacy interessa poco perché cerchiamo sempre di metterci in una condizione in cui i nostri soggetti non possano sentirsi mortificati dalle foto che facciamo.

 

Tre libri di street che consigliereste

Qualche esempio di volumi da avere? Magnum Contact Sheets, The Last Resort di Martin Parr, Suffering the light di Alex Webb, ma anche il volume Harry Gruyaert con copertina rossa o Zona di Carl De Keyzer. Il problema è sceglierne solo tre.

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