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Ray-Ban Stories: vedere è fotografare?

Non so a voi, cari maschietti sixteen che intercettate questo post, ma a me fanno venire in mente la promessa miracolosa degli “occhiali a raggi X” di poter sbirciare sotto i vestiti delle compagne di classe, piazzata strategicamente sulle pagine del Monello & affini.
Reminiscenze giovanili a parte, questi Ray-Ban Stories presentati a inizio settembre sembrerebbero mirare alla nuova frontiera del business/gadget tecnologico, quella degli occhiali intelligenti; ci aveva provato qualche anno fa Google con i suoi Google Glass, ma evidentemente i tempi non erano maturi, nonostante l’intuizione fosse buona. Il mercato che verrà è quello della realtà aumentata, AR, sul quale stanno lavorando Snapchat con gli Spectacles, Apple e la stessa Google, che ci riprova acquistando la startup di occhiali AR North. Ma almeno per ora, questi Ray-Ban Stories sembrano decisamente lontani dall’Augmented Reality, visto che – come circoscrive il nome stesso – l’obiettivo dichiarato è quello più accessibile di realizzare foto e filmati da postare immediatamente su Instagram e social affini: “Siamo felici di annunciare il lancio dei Ray-Ban Stories, gli smart glasses che offrono la possibilità di catturare foto e video in modo autentico, eccetera eccetera”. È quanto recita il comunicato stampa, che poi c’informa che con questi occhiali si può anche ascoltare musica e rispondere alle telefonate, ma io mi fermerei a quell’ “autentico”. Non sta a me discutere se si sentisse il bisogno o meno di questo nuovo device, e probabilmente l’interrogativo necessita di una risposta economica tipo l’importante è creare una domanda; quello che mi stona invece è proprio quel termine, “autentico”. Un termine che sembra rimandare ad un concetto potenzialmente diseducativo (e dajie ‘co sta fissa della formazione!), ovvero che tra il fotografare e il vedere non ci sia alcuna mediazione. Un paio di occhiali che realizza il desiderio di fissare tutto ciò che si vede, senza perdere l’attimo decisivo, rischia di sdoganare la credenza che la fotografia restituisca la realtà nello stesso modo in cui è vista dall’occhio, e che si possa fare a meno della fatica della codifica, o comunque si voglia definire il suo essere un atto culturale. Vedere, guardare, forse fotografare, potrebbe parafrasare qualcuno, e in quel forse c’è uno degli esercizi più consigliati nei corsi di fotografia, allenarsi a guardare simulando un mirino, ma senza fotocamera, senza scattare nulla. L’opposto del messaggio veicolato da questi occhiali, azzerare quei pochi gradi di separazione rimasti fra vivere e fotografare.

Attilio Lauria

 

 

 

 

 

 

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