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INTERVISTA A LORENZO GRIFANTINI

ISTINTO - PROGETTUALITA' - UMANITA'- COLORE

Intervista a Lorenzo Grifantini a cura di Carmine De Paola

  • Ciao Lorenzo e benvenuto. Parto subito con una domanda diretta: Chi è Lorenzo al di fuori dei ruoli professionali?

Un giovane uomo inquieto. È un’inquietudine buona, una spinta interiore che mi porta a cercare significati, a osservare, a non restare fermo.

  • Quando pensi alla parola “fotografia”, qual è la prima immagine che ti viene in mente e perché proprio quella?

La prima immagine che mi viene in mente è un viaggio quando avevo vent’anni. Ero con gli amici di sempre: a un certo punto affitto una moto e mi allontano per un paio di giorni senza dire nulla. Avevo solo bisogno di perdermi un po’. Oggi la fotografia penso sia ancora il riflesso di quella esperienza: è la mia libertà di assentarmi dalle responsabilità, di allontanarmi da tutto ciò che è previsto o richiesto. Quando fotografo sono padrone di me stesso. senza mediazioni se non quella del mezzo fotografico.

  • Ti capita mai di riconoscere nelle tue immagini un approccio “progettuale”, quasi che ogni foto fosse una piccola architettura visiva?

Sì, mi capita. Ma più che nelle singole immagini, riconosco quell’approccio quando riguardo i progetti nel loro insieme. A fine anno rivedo sempre i lavori aperti: inserisco nuove foto, cambio le sequenze, elimino ciò che non funziona. In questo processo mi accorgo di quanto ogni progetto abbia un’architettura propria, e di come la fotografia singola sia solo un elemento di qualcosa di più ampio.

In If the Streets Could Speak, ad esempio, le foto isolate sono interessanti, ma è la sequenza che costruisce davvero il senso: pattern, colori, relazioni tra soggetti e spazio urbano.

Lo stesso vale per Life Is a Long Quiet River: i ritratti hanno una forza autonoma, ma è la serie a definire il linguaggio dei gesti e l’uso della luce.
Per me l’architettura visiva non nasce dallo scatto singolo, ma dal modo in cui le immagini dialogano tra loro.

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  • L’architettura educa all’ordine, alla proporzione, alla previsione. La fotografia spesso premia l’imprevisto. Come convivono in te queste due logiche?

Convivono proprio perché sono agli opposti. L’architettura mi ha insegnato ordine e responsabilità: è un lavoro in cui ogni scelta ha conseguenze concrete.

La fotografia è lo spazio in cui posso sottrarmi a quella logica e in cui rispondo solo a me stesso. Posso fidarmi dell’istinto, lasciare che l’imprevisto entri nell’immagine. Per il mio carattere inquieto è un equilibrio necessario.

  • C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la fotografia non sarebbe stata soltanto un interesse laterale, ma un linguaggio centrale nella tua vita?

Non c’è stato un momento preciso. Per anni la fotografia è rimasta sullo sfondo, poi lentamente, strada facendo, ha iniziato a occupare sempre più spazio, il tutto  in maniera naturale.

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Lavori molto in strada, tra persone, situazioni imprevedibili, contesti rapidi: che cosa cerchi davvero quando cammini con la macchina in mano?

Cerco le persone e il modo in cui le loro vite si intrecciano con il contesto urbano o naturale che stanno attraversando.
In particolare, alcune persone hanno qualcosa che attira il mio  sguardo: una presenza, un’aura, una specie di ‘luccicanza’ che non dipende da identità, genere o provenienza. È un’energia sottile, ma riconoscibile, e quando la vedo cerco di avvicinarmi fotograficamente a quel momento. Life Is a Long Quiet River nasce proprio da questo: dalla ricerca di quei gesti, quelle presenze e quella luce interiore che alcune persone portano con sé,

  • Hai vissuto la Londra dei grandi flussi, dei contrasti, dei microcosmi culturali. Quale progetto fotografico è nato direttamente da questa complessità sociale?

Il progetto che nasce direttamente dalla complessità sociale di Londra è W10. L’ho fotografato nell’arco di vari anni ed è stato il mio primo vero progetto.
È nato dall’esigenza di documentare un quartiere che ho molto amato mentre stava cambiando in modo radicale: da zona considerata ‘difficile’, abitata da comunità nordafricane e caraibiche, a un’area sempre più segnata da nuovi sviluppi immobiliari e dalla pressione della middle class. Questo cambiamento ha trasformato anche Portobello Road: da mercato identitario e comunitario è diventato progressivamente un luogo orientato ai turisti. Qualcosa della vecchia comunità resiste ancora, ma sono sacche sempre più piccole e che verranno spazzate via con il tempo. Con W10 ho cercato di lasciare una traccia di ciò che il quartiere era prima che cambiasse. Se un giorno qualcuno vorrà capire com’era quella Londra, spero che queste immagini possano servirgli.

A man walking in Soho, London, United Kingdom. Soho is the historic Chinese neighborhood in the West End, home to a vibrant Chinese community where Londoners can enjoy authentic oriental cuisine.
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  • La tua è una fotografia che osserva, decodifica e racconta. Come definiresti il tuo modo di guardare: più istintivo, più analitico, o un equilibrio tra i due?

Sono istintivo. Mi affido alla sensazione immediata, a quello che succede davanti a me.
Ammiro molto chi lavora in modo analitico, ma non è il mio modo di guardare: la mia fotografia nasce da ciò che riconosco in un attimo.

  • Nei tuoi progetti ricorrono temi come la vita urbana. C’è un filo invisibile che unisce tutti i tuoi lavori?

Il filo invisibile che unisce i miei progetti è il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui si muove. Che si tratti di una grande città come Londra o Roma, o di un contesto naturale come una spiaggia, per me sono sempre scenari in cui le persone devono adattarsi. Mi interessa osservare proprio questo: i piccoli meccanismi di adattamento, l’abbigliamento, il linguaggio del corpo, il modo in cui ciascuno occupa lo spazio o ne viene influenzato. Alla fine, ogni mio progetto racconta una forma di relazione tra individuo e contesto, e come quella relazione modella il comportamento umano.

  • Hai lavorato in più Paesi, osservando comunità diverse. Che cosa cambia nel tuo modo di fotografare quando attraversi un confine culturale?

Il mio modo di fotografare cambia molto a seconda del luogo. Attraversare culture differenti significa confrontarsi con sensibilità, regole non scritte e abitudini diverse, e tutto questo modifica il mio approccio.
Ci sono Paesi in cui la presenza della macchina fotografica è percepita con maggiore diffidenza, per motivi culturali, religiosi o sociali, e lì devo muovermi con più cautela, ascoltare di più, essere meno invadente. In altri contesti, come certe città asiatiche o metropoli come Londra, la gente è abituata al flusso costante di immagini e si sente meno osservata. In un ambiente urbano l’attenzione è spesso dispersa, mentre in un contesto rurale lo sguardo dell’altro pesa di più. Tutto questo influisce direttamente sul mio modo di avvicinarmi alle persone e di costruire le immagini. Una regola che provo a rispettare è quella di non fotografare il primo giorno. Lo uso per orientarmi: studiare la geografia del posto, il percorso del sole, osservare le persone. È il mio modo per adattare il mio ritmo al ritmo del luogo prima di iniziare a raccontarlo.

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  • Ci sono luoghi che ti mettono immediatamente in condizione di fotografare e altri che invece ti respingono. Qual è la differenza per te?

Nessun luogo mi respinge davvero, ma alcuni mi annoiano. Per me è una questione di energia: cerco il contrasto, la folla, le emozioni forti, rabbia, allegria, tensione, e non tutti i luoghi le esprimono allo stesso modo.
Berlino, ad esempio, è una città interessantissima da un punto di vista culturale, ma dal punto di vista fotografico la percepisco come troppo vuota e austera per il mio modo di lavorare. Non è un giudizio assoluto: semplicemente non risuona con i miei parametri e con il tipo di relazione che cerco nelle immagini. Al contrario, ci sono luoghi in cui mi basta mettere piede per sentire che posso fotografare: è una questione di ritmo, di densità umana, di contraddizioni che si rendono visibili.

  • Ogni fotografo convive con lo scarto tra ciò che immagina e ciò che ottiene. Che ruolo hanno nel tuo lavoro lo sbaglio, la deviazione, l’imprevisto?

lo sbaglio, la deviazione, l’imprevisto sono il sale e la benzina per la mia fotografia. Non lavoro per confermare un’idea: lavoro per farmi sorprendere!

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