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Michele Montano – Le fotografie di Van Gogh e le Affinità Emotive II° parte

Le fotografie di Van Gogh e le Affinità Emotive II° parte

Non avendo a disposizione “i potenti e tecnologici” mezzi per la produzione di luce da studio personaggi come Rembrandt immaginano finestre e lumi, creando profondità, tridimensionalità altrimenti inestitenti sulle tele che, per quanto si sforzino i moderni a dimostrare il contrario, sono bidimesionali.

Paradossalmente queste ombre sapientemente “formate” oggi combattono un battaglia impari con potenti software che, nel rincorrere la perfezione pubblicitaria, vogliono visi lisci, talmente lisci che perdono quella tridimensionalità apparendo spesso come figure aliene. In questa, come in tutte le lotte, sono partigiano… sto con Rembrandt. Questa è “Fanciulla alla finestra”

 

Per questa foto suggerisco di ascoltare “Occhi di ragazza” di Dalla

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13 commenti

  1. ho ascoltato la canzone come da suggerimento anche perché la ricordavo nella versione di Morandi, la musica è di Dalla ma il testo, a cui forse fa riferimento l’autore della foto, è stato scritto dalla coppia Bardotti - Baldazzi. Se la suggestione emotiva deve essere data dalla somma tra parole, musica e fotografia allora credo che si debba entrare nel campo scivoloso degli audiovisivi fotografici. Mi piace pensare che sono di fronte ad una suggestiva immagine fotografica, muta come un pesce, è un grande pregio che accresce di molto l’empatia tra il sottoscritto e la bella riproduzione. Per esempio si ci fosse anche il sonoro e la bella ragazza avesse la voce stridula quale sarebbe il risultato? Qui viene in soccorso ancora il mondo nazional popolare della canzonetta, il grandissimo Giulio Rapetti non ha scritto forse che “un’emozione non ha voce”.

  2. Anche io come Montano sto con Rembrandt.
    Mi mancano in quelle immagini patinate, lisce, della pubblicità, la forza delle rughe, del vissuto e dei disegni di luce.
    E, improvviso, un pensiero.
    Ieri ho visitato la mostra di Steve McCurry “Viaggio intorno all’uomo” al Palazzo Ducale di Genova; ecco io fotograficamente sto con Lui e con i suoi ritratti…c’era naturalmente anche quello di Sharbat Gula del 1984 e della stessa nel 2002.
    Orietta Bay

  3. Ritorno su questa inserzione del blog perché il mio intervento precedente era quasi esclusivamente basato sulla musica leggera (più emozionanti i testi di Mogol o quelli di Bardotti) tralasciando invece il nocciolo dell’interessantissima questione: se stare con la luce di un dipinto di Rembrandt oppure una con quella di una fotografia digitale. Confronto improponibile almeno per due semplici ragioni. Siamo su un blog di fotografia e quindi è meglio la fotografia digitale (scusa Orietta) senza alcun dubbio, ma la cosa più carina e che diventa un paradosso è dato dal fatto che stiamo comunque discutendo e paragonando due fotografie! A tal riguardo consiglierei la lettura del libro di Andro Gilardi “Meglio ladro che fotografo” dove in modo eccellente viene descritta anche questa situazione, il nostro contatto diretto con la grande pittura è quasi sempre di tipo fotografico, vediamo riproduzioni di quadri dei grandi maestri (come in questo specifico caso) ma la qualità di quello che stiamo guardando è dovuta soprattutto alla professionalità del fotografo. Io ieri ho visto la mostra restrospettiva di Edward Weston a Modena, recentemente ho avuto modo di vedere anche una tra le tante con le foto di Steve McCurry, non sto ne con l’uno ne con l’altro. Sono due epoche e modalità di fare fotografia diverse, come differenti sono le finalità. Sarei invece tentato di fare un raffronto tra la “luce” presente nei pittori fiamminghi con quella visibile nelle opere di video arte di Bil Viola, che riesce a mio parere riesce superarli, anche se ovviamente si utilizzano materiali diversi, ma il riferimento serve anche per affermare che la fotografia ora è comunque digitale, domani sarà sempre digitale e anche tridimensionale.

  4. Anche io sto con Rembrandt ma anche con Bill Viola.Sto con Rembrandt che ci fa percepire tutta l’umanità dei suoi soggetti e con Bill Viola che ritrae la tragicità e genera forte empatia. L’immagine patinata è “altro”da questo. Digitale, analogico , pittura ,scultura … oggi forse tutto può convivere e l’opera d’arte la si riconosce al di là del mezzo che l’ha prodotta

  5. Spero non vi dispiaccia il fatto che Bill Viola non mi piace.
    Sarò antico o romantico ma preferisco la liturgia dello scatto, il momento qui ed ora che solo una fotografia rende a sintesi estrema. Gli accostamenti che propongo non sono studiati ma casuali nel senso che trovo in ciò che mi circonda riferimenti a cose gradevoli già viste, la faciulla alla finestra è uno scatto furtivo ad uno stand del photoshow di qualche anno fa, ho visto Rembrandt in quel momento e ho preso luce come diceva qualcuno tempo fa. Uno scatto secco. Concordo sulla subalternità del mezzo ma fino ad un certo punto. Il mezzo è messaggio di per se e può presupporre, anche inconsciamente, un aproccio diverso. La libertà di azione data dal digitale è anche una condanna a poter far tutto e allora mi chiedo: se si può fare tutto che senso ha farlo? I fantastici effetti spaciali messi sulle fotografie oggi sono affascinati ma sono, spesso, una maschera, una cornice che accorre in soccorso ad una diffusa banalità. L’istante qui è ora al contrario non può essere mai banale, presuppone un’osservazione attenta (per catturarlo) e non da “laboratorio post”. Potremmo coniare un nuovo nome che meglio descriva quell’artificio visivo che unisce fotografia e “effetti grafici” ma sicuramente il termine fotografia non è la sintesi giusta. Mi piacerebbe approfondire il tema della tridimensionalità ma ho paura. Ho paura che sulla scia dell’effetto 3D ci si debba infilare in una rincorsa alle novità teconologiche che purtroppo non portano sempre progresso. Se per godere del 3D devo mettere un paio di occhiali o innestarmi un chip in testa non lo vedo molto il progresso anzi vedo una schiavitù. La stampa di una fotografia per fortuna non cede ancora il passo ad un ologramma che appunto è un ologramma e non una foto. Poi l’inatteso boom delle lomo, holga e via dicendo ha costretto il mercato a riportare un po di pellicole in giro, segno che la precedente forzatura al digitale era dettata dalle case produttrici di apparecchi fotografici e non dalle reali esigenze dei consumatori. Non riesco ancora a considerare photoshop come il pennello di Rembrandt perchè? semplice il primo esegue a comando, il secondo si emoziona. Qualcuno di voi riesce ad emozionarsi con un mouse nelle mani?

  6. Io sto con il fotoritocco, il collage, il fotomontaggio. io sono per il ragionarci su, sul creare qualcosa di unico, personale che cavalchi la realtà. Amo l’interpretazione più che la rappresentazione e quindi accetto ogni intervento, post o pre che sia, che aiuti a veicolare meglio un messaggio attraverso un mezzo visivo. Mal sopporto invece lo scatto secco, come lo chiami tu, quando questo diventa la scusa per dire che l’attimo rubato, l’istantanea, è migliore dell’attimo pensato, riflettuto, studiato a tavolino. Non lo è a priori.
    Patrizia Puccini

  7. Ritorno su quest’inserzione nel blog parlando di “Lanterne rosse” è un film del 1991 diretto da Zhāng Yìmóu basato sul romanzo “Mogli e concubine” di Su Tong recentissimo premio nobel per la letteratura, di stupefacente forma visiva, il riferimento mi serve per raccontare un episodio contenuto nel romanzo e nel film da porre come esempio anche per la discussione in corso. Una bella concubina prima dell’incontro amoroso con il suo padrone veniva sistematicamente battuta da un’inserviente, tramite due bacchette, sotto i piedi nudi. Col passare del tempo questo rito preparatorio, che gli era stato imposto fin dalla giovane età, gli procurava un piacere intenso quanto è più dell’atto amoroso. Ora mi è noto dai loro commenti, anche sul blog di Foto.it per esempio, che molti fotoamatori amano il rito per eseguire la fotografia più dello stessa immagine ottenuta, quindi la loro soddisfazione è dovuta ad una serie ripetitiva di gesti, situazioni, odori, forniti dai suoi sensi, come in un mantra. Allo stesso modo, immagino, del fumatore di pipa che più del fumo trova giovamento nel predisporsi a fumare. La Fotografia è un’altra cosa e non c’entra se viene eseguita in digitale o in analogico, prima veniva fatta in diverso modo, dopo lo sarà in modalità del tutto diverse da ora. Il critico deve partire dal punto di arrivo del fotografo, quindi dall’immagine prodotta, non è obbligatorio che debba compierne il percorso a ritroso per comprenderne i significati, anche se questi devono comunque farne parte. Il fotoamatore inevitabilmente nella lettura delle fotografie invece ritorna inevitabilmente sui suoi passi, questo è un grande limite.

  8. A scanso di equivoci vorrei precisare che non ne faccio una questione di qualità ma di opportunità. Credo semplicemente che lo scatto secco sia più emotivo e soddisfacente se si riesce a comunicare l’idea che si ha senza artifici. E’una sfida molto più stimolante cercare, attendere, trovare la luce giusta che crearla in laboratorio proprio perchè con la postproduzione oggi si può fare tutto e lo sappiano in partenza. I limiti della pellicola la rendevano unica romantica emotiva tutto qui. Questo non significa disprezzare il collage ma semplicemente considerare il collage un collage ed una fotografia una fotografia. Mi spiego meglio il collage può usare la tecnica fotografica ma non è una fotografia perchè ha un registro “linguistico” diverso così come la poesia e l’articolo di giornale utilizzano lo stesso sistema di segni ma il risultato in termini di linguaggio è molto ma molto diverso.
    Approfitto per ringraziarvi degli interventi molto stimolanti.

  9. un critico, a mio avviso, parte certamente dal punto di arrivo del fotografo, non come una tabula rasa ma con il proprio background e per non rimanere sulla superficie è obbligato ad approfondire la storia dalla quale viene il punto di arrivo del fotografo. E obbligato perchè solo così può capire a fondo le motivazioni, le intenzioni e confrontarle con le proprie, da ciò nasce una sintesi che in questo caso chiamiamo critica. La serie ripetitiva dei gesti esiste e non potrebbe essere diversamente, parte della realizzazione fotografica è assolutamente meccanica: l’otturatore si apre ad ogni pressione del dito (se tutto va bene). La liturgia non è in questo atto assolutamente meccanico in se ma nel qui ed ora che non sarà mai il qui ed ora di un secondo fa. Questo non significa che non si ragiona quando si fa uno scatto secco al contrario si ha la capacità si previsione/previsualizzazione, un processo cognitivo sensoriale molto più complesso e repentino. Questo si ha per dote o si tende ad acquisire con la pratica. Nella post produzione (senza generalizzare) basta essere un buon esecutore del manuale del programma.

  10. Che uno scatto secco sia più emotivo e che sia più stimolante attendere la luce giusta invece di crearla in laboratorio è una considerazione molto soggettiva e pericolosa che non c’entra niente con il risultato.
    Capisco che parlare di fotomontaggio sia provocatorio, ma vedo che produce i suoi soliti effetti: si comincia con il marcare più nettamente i confini dei registi linguistici e poi inizia lo strazio della guerra dei generi.
    E stando lì al freddo ed al gelo della trincea che ci siamo scavati, pensando di essere al sicuro tra le nostre certezze, si scopre che si potrebbe finire per affermare che l’uso del flash, di un pannello riflettente,di un qualsiasi mezzo che alteri il rito classico dell’attesa della luce giusta sia una categoria a parte, una non-fotografia.
    E si esce dalla trincea solo per finire al manicomio.
    Anche in lanterne rosse la quarta signora ne esce pazza.
    Patrizia Puccini

  11. Bene almeno non vi sono indifferente, dopo i consigli per colmare la mia presunta ignoranza musicale, le recenzioni cinematorgrafiche e l’ultima ed interesante analisi sulla mia presunta pazzia, cosa ne pensate della foto, dell’approccio utilizzato in questo percorso?

  12. Bel modo di tirar fuori la zampa dalla trincea. 😀
    sull’approccio.
    Come trarre ispirazione dalla pittura per far ritratti fotografici.
    Penso che qualsiasi strada si percorra vada bene se il risultato c’è. E’ un buon ritratto, ma, a mio avviso, il tuo approccio, il tuo percorso tracciato a parole, non si legge dal risultato, da questo singolo scatto, almeno.
    Questo perchè la ricerca di certe luci nei ritratti fotografici sono oramai strade ampiamente percorse e fanno parte della cultura visiva odierna. Cultura visiva che è soprattutto fotografica; siamo immersi in un mondo pubblicitario; gli occhi di tutti noi ( e nel noi comprendo anche chi non si sente nè fotografo nè fotoamatore) si scontrano più con immagine fotografiche che con immagini pittoriche. Voglio dire… Ci sono alcuni artisti, tipo Robin Eley che fanno pitture ad olio che sembrano fotografie!
    Che pazzia è questa?
    E così anche la tua affermazione “queste ombre sapientemente “formate” oggi combattono una battaglia impari con potenti software” fa a farsi friggere. C’è pure chi imita il software a colpi di pennello.
    Patrizia Puccini

  13. Gentile Patrizia, posso capire che tra la pubblicazione della prima e la seconda parte del percorso (non è ancora finito) che sto presentando sono passati 4/5 mesi (non per volere mio) e quindi magari si è perso di vista il progetto che vengo a ricordare: Le fotografie di Van Gogh e le Affinità Emotive. Nella prima parte è spiegato il lavoro.
    Quanto alle metafore di guerra tipo trincea o altro essendo un convinto nonviolento non le condivido ma per curiosità le dirò che le trincee particolarmente nella prima guerra mondiale erano la terra di nessuno, quello spazio dentro il quale sicuramente si presentavano nevrosi e claustrofobie ma anche miti e fantasie, idee proprie non inflazionate da pensieri altrui che al massimo erano un rumore di fondo per una intima esperienza sensoriale.
    Tornado poi all’artista citato credo sia simpaticamente in ritardo rispetto alla corrente iperrealista o paradossalmente sia un romanico proprio come me.
    Il concetto di imitare il software non l’ho inteso ma sono in attesa di ulteriori delucidazioni, se poi riuscisse a farlo senza nominare autori, che magari non conosco, per me sarebbe ancora più facile: come spiegarlo ad un bambino di 6 anni che non conosce “i nomi dell’arte” ma apprezza l’armonia delle forme.

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