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Il dagherrotipo (2° parte) di Enrico Maddalena

Il dagherrotipo.

2° parte

 

Non ho sperimentato questo metodo, soprattutto perché non mi andava di espormi ai vapori di mercurio, nocivi alla salute (l’idrargirismo, termine medico per indicare l’avvelenamento da mercurio dovuto ad una esposizione cronica a questa sostanza, afflisse non pochi dagherrotipisti). Avrei potuto lavorare “sotto cappa” se avessi avuto l’accesso a qualche laboratorio chimico.

All’inizio i tempi di posa, all’aperto ed in piena luce, andavano dai venti ai trenta minuti ed i soggetti fotografabili erano i monumenti ed i paesaggi. Solo l’aumento della sensibilità delle lastre, che venivano ricoperte una seconda volta con alogeni diversi dallo iodio, e l’invenzione da parte di Petzval nel 1841 di un obiettivo (il primo calcolato matematicamente) con luminosità pari ad f/3,6, portò i tempi di posa a circa un minuto rendendo possibile il ritratto. Gli obiettivi acromatici di Chevalier avevano apertura massima di f/16. Le macchine non avevano otturatore perché era sufficiente togliere e rimettere il tappo all’obiettivo. I lunghi tempi di posa (infinitamente inferiori però a quelli richiesti dalla pittura), spiegano le espressioni serie ed accigliate dei personaggi che si affacciano dalle custodie di quei preziosi ed unici esemplari (per sua natura infatti il dagherrotipo non poteva essere tirato in più copie).

Abbiamo detto che con il dagherrotipo nasce la Fotografia, un’arte visuale come il disegno e la pittura. Quali le differenze? Chi usa la matita o il pennello produce una immagine che si sviluppa in un tempo lungo e gradualmente sulla superficie della carta o della tela. Lo scatto dell’otturatore invece produce in un breve istante una immagine contemporaneamente su tutta la superficie fotosensibile. Ma cosa forse più importante è che il pittore porta sulla tela tutto e solo ciò che è stato in grado di vedere. Il fotografo invece, osservando la foto, può accorgersi di una miriade di cose che non aveva notato all’atto della ripresa.

Fotografia e pittura entrano subito in competizione. Chi ha studiato biologia, sa che due specie possono occupare lo stesso habitat solo se occupano nicchie ecologiche diverse, altrimenti entrano in competizione ed una di esse soccombe (Principio di esclusione per competizione di Gause).

Con il Pittorialismo, la fotografia invadeva la “nicchia ecologica” occupata da secoli dalla pittura. Non poteva che uscirne sconfitta. Doveva trovare i suoi spazi, doveva scoprire la sua intima natura. La peculiarità della fotografia è quella di descrivere con minuzia il soggetto, illudendoci di trovarci di fronte al referente. La sua forza è nella sua capacità di documentare (di fronte ad un ritratto pittorico e ad un ritratto fotografico, nel primo troviamo somiglianza, nel secondo spesso identità e la foto ci sembra una finestra aperta su un frammento di spazio e di tempo). Nasce così la Straight photography.

Ma anche la pittura, fino ad allora in cerca del realismo, è costretta a imboccare nuove vie. Non sto qui ad approfondire l’analisi perché uscirei dai binari dell’esame dell’evoluzione tecnica che mi sono posto.

L’intrusione dell’una nei territori dell’altra è un fatto frequente. Nell’Iperrealismo è la pittura ad invadere il territorio della fotografia.

Oggi, con la diffusione dei programmi di fotoritocco e con l’enorme potenza degli stessi, in molte occasioni il confine fra fotografia e pittura appare davvero sfumato.La complessità tecnologica degli strumenti fotografici in confronto alla relativa semplicità di quelli grafico-pittorici, porta spesso a far dimenticare che si tratta in entrambi i casi di strumenti.

Quando mostro i miei disegni a matita o i miei acquerelli, mi sento dire: belli, bravo. Nessuno mi chiede con che pennello o con che matita li ho realizzati. Sui forum del web ci si sente spesso chiedere, di fronte ad una bella fotografia: “Bella, con che obiettivo? Con che macchina l’hai fatta? Mi fornisci i dati exif?”.


DIDASCALIE ALLE IMMAGINI:
1)  Per il Pittorialismo, “Fading Away”, 1858, di Henry Peach Robinson
 2) La pagina di un catalogo di attrezzature fotografiche degli inizi del Novecento che reclamizzava dei poggiatesta per mantenere i soggetti fermi durante esposizioni non proprio istantanee.
3) Per la fotografia diretta. “Blind” di Paul Strand
4) Per l’iperrealismo, un dipinto di Alfredo Rodriguez:
5) La complessità dell’attrezzatura fotografica di fronte alla semplicità dell’occorrente per disegnare.
6) Nel disegnare questa sedia, ho riportato su carta solo quello che ho saputo vedere.
 
 
 
 

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Un commento

  1. Ringrazio Enrico Maddalena per aver riaperto la riflessione sui linguaggi della rappresentazione visiva con questa conclusione del post sul “Dagherrotipo” sulla diversa dinamica tecnica tra fotografia e disegno o pittura. Ciò che mi colpisce è che mentre le attrezzature fotografiche inevitabilmente hanno una vita, e pertanto invecchiano, la matita e la carta restano sempre quelle. Mentre la fotografia appare sempre in divenire con gli sviluppi tecnologici, il disegno trova il suo divenire solo nella mente del pittore. Ieri ero a far visita a Stanislao Farri (88 anni) nella sua casa laboratorio con camera oscura, bromografo, stampe fresche di prova da discutere e stampe finali da godere. Vedevo tutto il suo lavoro ordinato sulla carta e pensavo al mio piccolo archivio fotografico metà sula carta e metà in cartelle sul computer. Per il fotografo d’oggi abituato alla rapidità tecnica, occorre molta sensibilità estetica e conoscenza tecnica per apprezzare a pieno una stampa fotografica chimica ai sali d’argento.

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