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La meraviglia del visibile – di Ombretta Favino

La meraviglia del visibile – di Ombretta Favino

Opera che rientra nel progetto del Dipartimento Cultura FIAF dedicato alla conoscenza della fotografia Regionale italiana. Con questa opera la Regione Puglia inizia il proprio percorso su Agorà Di Cult.

Ombretta Favino si cimenta nella rappresentazione del suo visibile in un percorso attraverso il paesaggio, quasi sempre orizzontale, lontano dalla Fotografia degli anni ’80, che pure cercava un rapporto nuovo e dialettico nell’analisi delle mutazioni del territorio, e ci propone reali fantasie di un mondo vagamente onirico, psicanalitico, fantasmatico e visibilmente sonoro.

Distante tuttavia dal puro esercizio scolastico sull’uso sapiente del digitale, l’autrice va oltre lo sguardo intimistico e contemplativo del viandante Petrarca e come R. Misrach “non riesce e non può sottrarsi alla meraviglia del visibile, traboccante di una stupefacente policromia”. (1)

“Secondo M. Merleau-Ponty, in Cézanne, il colore non è più circoscrivibile ai contorni di un disegno, di una forma preordinata. È esso stesso disegno, forma, struttura”. (2)

Ombretta Favino, che ha romanticamente interpretato Parigi utilizzando i codici del bianco nero, ne “Il visibile e l’immagine” esplora le infinite sfumature di cromie che diventano struttura delle sue immagini, senza lasciarsi sedurre dall’invadenza del fotoritocco digitale; al contrario, con la sua visione, vuole preservare dalla contaminazione delle tecnologie contemporanee uno spazio bellissimo dove approdare e farsi incantare dalle magie cromatiche, o impaurire dal rumore di soffici passi sulla neve o dal soffio leggero di svolazzanti Elfi.

“L’informatizzazione dello spazio ne minaccia oggi l’esistenza, non tanto perché comporta la crisi della visibilità, ma perché la diffusione del computer tende a ridurre il mondo intero a sterminato campo della predicibilità”. (3)

La Favino ha la capacità di guardare un paesaggio e contemporaneamente di inventarlo con la macchina fotografica, mettendo a frutto un’immaginazione che, come scriveva Baudelaire, “scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo regole di cui non si può trovare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo”. (4)

Ed è proprio la sperimentazione dell’imprevedibile, di un’estetica fuzzy, che affascina la bionda fotografa pugliese.

È il mezzo fotografico a “liberare” l’autrice dalla compressione del quotidiano verso paesaggi sperimentali, definiti nell’ambiguità del movimento e dalla “profondità” del bidimensionale.

È la fenomenologia di un mondo sempre al di là del precisamente percettibile l’icona del suo sogno segreto, o di un inconscio appena tradito dalla rivelazione impudica dell’intimo.

Ombretta è una fotografa che vuole, nell’architettura del suo stilema, definire una sintassi solida e di riferimento. Insomma, un’artista da seguire con attenzione nelle sue evoluzioni in itinere.

Bari, marzo 2013

Pio Meledandri

Direttore Museo della Fotografia del Politecnico di Bari
 
 
(1) Francesco Zanot, Il momento anticipato, Ultreya 2005
(2) Vittore Fossati e Giorgio Missori, Viaggio in un paesaggio terrestre, Diabasis 2007
(3) Franco Farinelli, L’arguzia del paesaggio, in AA. VV., Il disegno del paesaggio italiano, numero monografico di «Casabella», 575-576, gennaio-febbraio 1991
(4) Charles Baudelaire, Salon del 1859, in Opere, a cura di Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano, Mondadori 1996

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3 commenti

  1. L’opera “La meraviglia del visibile” di Ombretta Favino è animata da un’idea narrativa artistica, per le sintesi estetiche che sono il segno della riflessione da lei compiuta sul paesaggio. La generazione dell’immagine con il mosso fotografico è oggi uno dei principali stilemi impiegati per esercitare la fotografia emozionale. Dalla fotodinamica dei fratelli Bragaglia, che ha dato un contributo essenziale al movimento artistico futurista, al panning dei nostri tempi i fotografi sono sempre stati attratti dalla trasformazione dell’immagine del reale che si ottiene col semplice scattare muovendo la macchina fotografica. Come in tanti altri effetti fotografici anche il mosso è nato come linguaggio nel momento in cui si è saputo leggere le possibilità espressive di un errore fotografico. Ciò che avviene col mosso è la perdita dei contorni formali e la mescolazione dei colori. L’immagine che si ottiene perde la capacità di rappresentare il soggetto perché non c’è più la riconoscibilità ma ne diventa segno del soggetto in quanto ci dice più di quanto ci mostra, dal momento che può essere un messaggio estetico. Questa fotografia emozionale di paesaggio esercitata da Ombretta Favino ci parla più del mondo interiore dell’autrice che dell’ambiente naturale che è stato da lei ripreso.

  2. Ombretta Favino ci da una lettura personale del paesaggio con il mosso creativo, mezzo tecnico ed espressivo saggiamente usato e piegato al suo volere per ottenere immagini pittoriche ed accattivanti al limite dell’informale. Bellissime le cromie anche se nell’insieme il lavoro risulta leggermente ripetitivo e l’ideazione in se non del tutto nuova. Complimenti comunque all’autrice per il gusto pittorico e il colpo d’occhio.

  3. Sicuramente suggestiva la “macchia di colore” di questa tavolozza, ancora una volta testimonianza dell’entusiasmo fotografico che in questa esperienza trova una sua fase comune a tanti autori. Ed è bello e importante sperimentarla.
    Una buona ricerca, presentata però con alcune immagini tra loro molto simili che non aggiungono valore al portfolio, ma anzi portano ad un calo della curiosità e dell’attenzione, anche se ne ribadiscono un sano desiderio di condivisione e una motivazione a tratti “giocosa”, che non necessita del sostegno di molte parole.

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