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Linea di confine – di Elisabetta Prandi

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Ho risalito una cima del mio Appennino sul confine Tosco-Emiliano a circa 1500 mt s.l.m, spinta dalla curiosità di esplorare una ex base NATO costruita per scopi di difesa durante la Guerra Fredda. Oggi è in totale stato di abbandono ma, prima dell’ordine di chiusura, è rimasta segreta e funzionante fino alla metà degli anni ’90.
Solo ora e solo qui, realizzo che quella guerra combattuta senza armi è transitata più vicino di quanto pensassi e che la minaccia di distruzione con bombe nucleari, era realtà e non fantascienza.
Mi ritrovo a percorrere la linea di confine fra l’equilibrio e la follia, fra il passato e il presente, fra la paura e la speranza. Invasa da due mondi mai troppo distanti fra di loro.
Elisabetta Prandi
 
 

LINEA DI CONFINE

 di Elisabetta Prandi

 
 

 
Note
Il portfolio è accompagnato dal sonoro di una stazione radar tipo Troposcatter, la tecnologia utilizzata in questa Base che permetteva alle onde radio di scavalcare l’orizzonte fino alla stazione ricevente. Erano 49 le stazioni Nato, lo loro linea di comunicazioni segretissime percorreva parallelamente la Cortina di Ferro.

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8 commenti

  1. Veramente un ottimo lavoro ! C’è la ricerca della notizia, la documentazione fotografica è ottima, veramente un bel lavoro autoriale ! Complimenti Elisabetta !!

  2. Occhi e cuore…. complimenti
    Non è possibile lasciare commenti anonimi, attendiamo la comunicazione del nome altrimenti verrà cancellato.

  3. Il tema del confine è affascinante. Delimita non solo zone intese come spazio ma anche come tempo. Definisce l’area tra due terre anche come esperienze vissute all’interno di quei territori. Osservare e capire il confine significa anche riconoscere le differenze ed accettare che esista altro oltre quel che noi conosciamo. Complimenti all’autrice per aver condiviso il suo sentire nell’attraversare luoghi della memoria.

  4. “Linea di confine”, di Elisabetta Prandi, è un’opera animata da un’idea narrativa artistica perché la realtà è intesa come materia grezza per un’interpretazione strettamente soggettiva da parte dell’autrice.
    Lo sfuocato riduce a sfondo connotativo lo scenario ambientale.
    La denotazione energica della soglia, con primi piani selettivi di frammenti (sineddoche) sempre ben a fuoco e ingigantiti (iperbole).
    La scelta fortemente espressiva di un B/N che presenta parti significanti (punctum) tinte con colori tenui che metaforicamente trasmettono il senso di un realismo residuale (sinestesia), ci rappresentano la condizione del soggetto sospeso tra vivido realismo materico e morte funzionale.
    La rappresentazione libera da ogni necessità documentaria si risolve nel senso di una lenta sparizione e riappropriazione della natura di questo sito militare.
    Complimenti a Elisabetta Prandi per aver mostrato un’altra efficace interpretazione del medesimo soggetto già qui pubblicata con l’opera di Valentina Lucchinelli “Codici segreti” (https://fiaf.net/agoradicult/2019/10/10/codici-segreti-di-valentina-lucchinelli/). Bravissime entrambe nelle rispettive visioni autoritali.

  5. Innanzi a me la scelta compiuta di “entrare” in una base Nato abbandonata, dove nulla di cruento è mai accaduto, lontano da ogni paura, dolore o sgomento ma che comunque è elemento fondamentale quanto sconosciuto ai più, di un ingranaggio chiamato guerra; questa scelta, così come è stata realizzata, diviene ai miei occhi un pretesto per “entrare” in ciò che guerra può significare.
    In questa sequenza di fotografie, è spesso un orizzonte inclinato, ed incrinato aggiungo, quello che si presenta ai nostri occhi; tale è quello che si percepisce quando si perde l’equilibrio camminando sul filo della vita.
    L’incipit è un sereno sentiero nel verde che sembra puntare verso il cielo. Subito però incombenti sull’osservatore, a dichiarazione di un punto di vista, un radar sul suo traliccio ed un filo spinato che taglia il cielo.
    In molte foto, in evidenza indubbi simboli di dolore, immolazione e perdita di libertà in senso lato, di limite invalicabile, come pure di vita che comunque fiorisce.
    Tutte le foto provocano in me una personale visione metaforica ma nette e forti mi appaiono alcune: strisce di luce che sbriciolano il buio di un tunnel mi fanno tornare in mente tutte quelle azioni che, nei tempi di follia, hanno restituito umanità a chi da quella follia era investito; ancora, irrimediabilmente trafitta e lineata, prende per me forma la visione di chi, in tempi di guerra, ha cercato di guardare oltre quei terribili accadimenti; è una superficie vorticante poi, quella che sovrasta e sembra schiacciare una “terra” imbullonata da “esseri” inchiodati e ciecamente in fila a perdita d’occhio quasi oltre ogni possibile orizzonte.
    Nell’ultima parte del lavoro però, il cielo non è più occultato, né sfocato né in frantumi, e in fine, ci si trova di fronte a quello che sembra un percorso possibile verso un cielo aperto denso di nuvole sì, ma come tali impermanenti.
    Allora, avanza in me la possibilità di poter divenire, come quei radar, “recettori” ma per scavalcare un infausto orizzonte e costruirne uno diverso da quello che dovette apparire in quel tempo agli occhi di molti, non di tutti certamente.
    Scelgo quindi, da e di questo lavoro, di mantenere presente sempre, il pensiero che è comunque possibile una rinascita qualunque possa essere il momento di umana follia che si manifesta.
    I miei complimenti ad Elisabetta Prandi per questo attento e bel lavoro sicuramente “vivo” in quanto e-vocativo.
    Eletta Massimino

  6. Non è facile entrare in questi luoghi, e non lasciarsi catturare dal luogo stesso portando a casa fotografie come documento di un luogo proibito e abbandonato, Elisabetta ci riesce cerca qualcosa in più, si fa catturare dai ricordi e ci riporta alle tensioni di quel periodo, dove come descrive, la guerra non era poi molto lontana, una linea di confine tra quello che è stato, quello che è, ma anche quello che poteva essere. Complimenti Elisabetta un lavoro fuori dal comune, di un luogo ormai diventato comune.
    Cesare Petrolini

  7. “Linea di confine” è un lavoro che trovo molto comunicativo. Il portfolio celebra contemporaneamente due aspetti: l’uno, evidente, di una linea di confine tra il pericolo passato rappresentato dai resti corrosi dal tempo, abilmente sfocati, e la rinascita nel presente simboleggiata dalla natura, ben nitida in primo piano, che inesorabilmente si riprende i suoi spazi; l’altro, più nascosto, della fine di un medium di comunicazione, in quanto superato da nuovi sistemi altrettanto segreti e ben più sofisticati.
    Complimenti a Elisabetta per un lavoro dai contenuti profondi.
    Vincenzo Gerbasi

  8. È stato un onore per me essere pubblicata e poter leggere i vostri commenti.
    Ognuno di voi ha fatto emergere parte di ciò che è stato il mio sentire e in alcuni casi, mi ha restituito le parole che mancavano.
    Grata di capire dai vostri riscontri che le foto parlano, perché ho volutamente lasciato la libertà interpretativa ed evocativa anche all’osservatore.
    Ringrazio pertanto chi ha reso possibile questo punto d’incontro fra di noi.
    Elisabetta Prandi

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