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L’INFRA-ORDINARIO – TRACCIA OPERATIVA

L’INFRA-ORDINARIO
Spazi identitari e Geografie di relazioni

Soglie del vedere quotidiano
Un laboratorio per imparare a guardare ciò che abbiamo smesso di vedere

 

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DA DOVE PARTIAMO

Quando è stata l’ultima volta che avete fotografato qualcosa che vedete ogni giorno?

Non qualcosa che vi ha colpito improvvisamente.
Non un paesaggio spettacolare, un evento, una situazione eccezionale.

Qualcosa che era già lì.

Un oggetto che usate ogni giorno.
Un gesto che ripetete senza pensarci.
Un angolo della vostra casa.
Una strada che percorrete da anni.
Una traccia lasciata da qualcuno.
Una superficie consumata dal tempo.

Quante cose attraversiamo ogni giorno senza realmente vederle?

Siamo immersi in un flusso continuo di immagini e, paradossalmente, proprio ciò che ci è più vicino rischia di diventare invisibile.

L’Infraordinario nasce da questa contraddizione.

È un invito a fermarsi.
A rallentare.
A sostare davanti a ciò che normalmente attraversiamo distrattamente.

Non per cercare qualcosa di straordinario nel quotidiano, ma per scoprire quanto di inatteso possa esistere dentro ciò che consideriamo normale.

 


INTERROGARE L’ABITUALE

Il punto di partenza è Georges Perec e il suo invito, semplice e radicale:

Interrogate l’abituale.

Perec ci chiede di rivolgere lo sguardo verso ciò che normalmente non consideriamo degno di attenzione: il quotidiano, l’ovvio, il comune, il rumore di fondo della nostra esistenza.

Ci siamo abituati.

E proprio l’abitudine è il problema.

Ciò che vediamo ogni giorno finisce per non essere più visto.
Ciò che tocchiamo continuamente smette di sorprenderci.
Ciò che conosciamo troppo bene diventa trasparente.

L’abitudine non è soltanto una consuetudine: può diventare una forma di anestesia.

E allora la domanda diventa:

dove si trova la nostra vita mentre smettiamo di guardarla?

Nei nostri spazi.
Nei nostri oggetti.
Nei nostri corpi.
Nei nostri gesti.
Nei nostri ritmi.
Nelle cose che lasciamo dietro di noi.

L’Infraordinario ci chiede di tornare lì.

Non più verso l’esotico, ma verso ciò che ci appartiene intimamente.


INFRAORDINARIO NON SIGNIFICA BANALE

Questa distinzione è fondamentale.

Il banale è ciò che abbiamo smesso di interrogare, l’Infraordinario, al contrario, è ciò che torna a interrogarci quando impariamo a guardarlo davvero.

Non dobbiamo quindi cercare il “bello” nascosto nelle cose comuni.

Non dobbiamo trasformare ogni oggetto quotidiano in qualcosa di spettacolare e nemmeno costruire artificialmente l’eccezione.

La sfida è più difficile:

dare dignità fotografica a ciò che non la reclama.

L’Infraordinario non è ciò che resta quando l’eccezionale scompare.

È ciò che c’era da sempre e che, finalmente, abbiamo imparato a vedere.

 


CAMBIARE LA DOMANDA

Forse siamo abituati a cominciare un progetto fotografico chiedendoci:

Che cosa voglio fotografare?

Questa volta proviamo a partire da un’altra domanda:

Che cosa sto guardando senza vedere?

È uno spostamento apparentemente piccolo, ma radicale.

Non si tratta più di andare alla ricerca dell’immagine.

Si tratta di educare lo sguardo alla presenza.

Fotografare l’Infraordinario significa accettare che il progetto possa nascere da qualcosa di estremamente vicino, apparentemente insignificante, persino invisibile.

Un dettaglio.

Una ripetizione.

Una traccia.

Un’assenza.

Un gesto.

Un ritmo.

Un luogo.

Un oggetto.

Qualcosa che ritorna.

Qualcosa che rimane.

Qualcosa che, proprio perché è sempre stato lì, non abbiamo mai veramente osservato.

 


TERRITORI DI ESPLORAZIONE

Non sono temi da scegliere necessariamente, ma possibili territori nei quali allenare lo sguardo.

Gli oggetti

Gli oggetti consumati dall’uso.
Quelli che ci accompagnano per anni.
Quelli che conservano impronte, graffi, modificazioni, riparazioni.

Cosa racconta un oggetto della persona che lo usa?

I gesti

I movimenti che ripetiamo ogni giorno senza pensarci.

Preparare il caffè.
Aprire una porta.
Apparecchiare.
Aspettare.
Lavorare.
Camminare.

Quanto della nostra identità vive nei gesti che consideriamo automatici?

Gli spazi

Le architetture anonime.
Le periferie dello sguardo.
Gli spazi di passaggio.
I luoghi che utilizziamo senza mai osservarli.

Che cosa racconta un luogo quando smettiamo di guardarlo come semplice sfondo?

Geografie di relazioni

Esistono luoghi che non sono semplicemente luoghi.

Spazi nei quali abbiamo vissuto, amato, lavorato, atteso, incontrato qualcuno. Strade che conosciamo senza più guardarle. Case che conservano presenze anche quando le persone non ci sono più. Quartieri che cambiano insieme a noi. Territori nei quali la nostra storia personale si è intrecciata con quella degli altri.

Gli spazi che abitiamo contribuiscono a costruire la nostra identità, così come noi, attraverso le nostre presenze, i nostri spostamenti e le nostre relazioni, trasformiamo continuamente i luoghi Che attraversiamo.

L’Infraordinario può allora diventare anche una ricerca sulle geografie delle relazioni: una mappa non necessariamente geografica, ma affettiva, personale, sociale.

Il territorio non è soltanto uno spazio fisico.

È uno spazio vissuto, costruito dall’incontro tra memoria, appartenenza e relazioni.

Anche in questo caso la ricerca può muoversi tanto dentro quanto fuori di noi: nei luoghi che ci hanno formato e nelle tracce che abbiamo lasciato, negli spazi condivisi e in quelli intimi, nelle distanze che separano e nelle prossimità che uniscono.

Possiamo chiederci:

  • Quali luoghi raccontano chi siamo?
  • Quali spazi sentiamo realmente nostri?
  • Quanto della nostra identità è contenuto nei luoghi che abitiamo?
  • E quanto, invece, abbiamo modificato quei luoghi attraverso il nostro passaggio?
  • Quali relazioni rendono un luogo un territorio?
  • Cosa rimane di una relazione quando la persona non è più presente, ma il luogo continua a esistere?
  • Possiamo raccontare un’appartenenza senza fotografare direttamente le persone?
  • Esiste una geografia della memoria?

In questa prospettiva, anche una strada, una stanza, una panchina, un bar, una stazione o un cortile possono diventare luoghi identitari.

Non perché possiedano un significato universale, ma perché hanno assunto un significato per qualcuno.

La fotografia può allora provare a rendere visibile questa dimensione invisibile dei luoghi: le relazioni che li attraversano, le memorie che li abitano, le assenze che li modificano, i segni che il tempo e le persone vi depositano.

Il progetto può diventare così una sorta di mappa personale: non la rappresentazione di un territorio, ma la rappresentazione delle relazioni che ci legano ad esso.

Una geografia intima dell’appartenenza.

Le tracce

Segni, impronte, residui, cancellazioni, stratificazioni.

La presenza degli altri può essere raccontata anche attraverso ciò che hanno lasciato.

È possibile fotografare qualcuno senza fotografarlo?

Il tempo

Il tempo che si deposita sulle superfici.
Sulle cose.
Sui muri.
Sugli oggetti.
Sul corpo.

Come appare il tempo quando non lo misuriamo, ma lo osserviamo?

I rituali

Le azioni che si ripetono e costruiscono le nostre giornate.

Quando un’abitudine smette di essere routine e diventa racconto?

Il corpo

Il corpo dentro gli spazi quotidiani.
Il corpo che attraversa, occupa, ripete.

Quanto del nostro modo di abitare il mondo è scritto nel corpo?

Il margine

Ciò che resta ai bordi dell’immagine e dell’attenzione.

Che cosa succede quando spostiamo il centro dello sguardo?

 


LE DOMANDE CHE POSSONO APRIRE UN PROGETTO

Non cerchiamo necessariamente delle risposte.

Cerchiamo domande fotografiche.

  • Che cosa vedo ogni giorno senza guardarlo?
  • Quale oggetto della mia vita racconta più di me di quanto immagino?
  • Quali gesti ripeto sempre nello stesso modo?
  • Quali tracce lascio e quali tracce lasciano gli altri?
  • Cosa raccontano i miei spazi quando io non ci sono?
  • Dove si deposita il tempo?
  • Quali sono i luoghi che attraverso senza mai osservare?
  • Che cosa accadrebbe se fotografassi la mia giornata senza cercare nulla di straordinario?
  • Posso raccontare un’abitudine senza semplicemente illustrarla?
  • Posso fotografare una presenza attraverso la sua assenza?
  • Cosa succede quando fotografo qualcosa per la decima, la ventesima, la centesima volta?
  • Quanto devo restare davanti a una cosa prima che cominci davvero a parlarmi?

E soprattutto:

Quanta parte della nostra vita attraversiamo senza realmente vederla?

 


LA FOTOGRAFIA COME ESERCIZIO DELL’ATTENZIONE

L’Infraordinario non chiede necessariamente di fotografare di più.

Chiede di guardare meglio.

È una sorta di disintossicazione visiva.

Un invito a rallentare il movimento incessante dello sguardo, a sottrarsi per un momento al flusso continuo degli stimoli e a restituire alle immagini il tempo necessario per diventare significative.

Per questo il progetto non dovrebbe nascere necessariamente da una singola fotografia.

Potrebbe nascere dalla ripetizione.

Dal ritorno nello stesso luogo.

Dalla raccolta sistematica.

Da un inventario.

Da una sequenza.

Da una serie di fotografie apparentemente simili.

Da ciò che all’inizio sembra non avere nulla da dire e che, osservato più a lungo, comincia lentamente a costruire una relazione.

Non cerchiamo l’immagine che sorprende. Cerchiamo l’immagine che resiste.

 


IL METODO

Il laboratorio è un percorso condiviso.

Ogni autore partirà dal tema comune dell’Infraordinario, ma sarà chiamato a costruire un proprio progetto fotografico, una propria ricerca, un proprio modo di raccontare.

Non sarà quindi necessario arrivare subito a un’idea precisa.

Il progetto potrà emergere progressivamente attraverso:

OSSERVARE
guardare senza cercare immediatamente una fotografia.

RACCOGLIERE
accumulare immagini, appunti, intuizioni, tracce.

RITORNARE
tornare sugli stessi luoghi, oggetti, gesti o situazioni.

INTERROGARE
chiedersi perché quella cosa continui ad attirare la nostra attenzione.

SELEZIONARE
capire quali immagini appartengono realmente alla ricerca.

METTERE IN RELAZIONE
cercare connessioni, ritmo, ricorrenze, contrasti, assenze.

COSTRUIRE
trasformare la raccolta in un racconto fotografico personale.

La metodologia condivisa non serve quindi a rendere uguali i progetti.

Al contrario. Serve a creare un terreno comune dal quale possano nascere sguardi diversi.

 


UNA SFIDA PER COMINCIARE

Per una settimana proviamo a non cercare nulla di straordinario.

Scegliamo una cosa soltanto.

Un luogo.
Un oggetto.
Un gesto.
Una traccia.
Una finestra.
Una strada.
Un angolo della casa.

E torniamo a guardarla…Ogni giorno.

Fotografiamola senza preoccuparci di ottenere subito una bella immagine.

Osserviamo cosa cambia. E soprattutto osserviamo cosa cambia in noi.

Perché forse il vero soggetto del progetto non sarà quella cosa, sarà il nostro modo di guardarla.

 


DALLO STRAORDINARIO ALL’INFRAORDINARIO

Siamo abituati a pensare che la fotografia debba cercare ciò che emerge.

L’evento.
La sorpresa.
L’eccezione.
La bellezza.
Il conflitto.
L’anomalia.

L’Infraordinario propone un percorso inverso.

Ci chiede di fermarci sul ciglio della strada e osservare un filo d’erba che si muove nel vento.

Non perché sia più importante di una montagna, ma perché quasi nessuno si accorge che esiste.

È qui che la fotografia può diventare qualcosa di più di uno strumento per registrare il mondo.

Può diventare un esercizio di presenza.

Un modo per restituire attenzione a ciò che non fa notizia.

Un modo per ascoltare il rumore di fondo della nostra esistenza.

Un modo per salvare dall’invisibilità ciò che, proprio perché quotidiano, rischia di scomparire.


PER CONCLUDERE

L’Infraordinario è un diario aperto, un atlante in divenire di fotografie, frammenti, annotazioni, domande.

È un’alleanza tra sguardo e tempo.

Non ci invita a cercare qualcosa di nuovo, ci invita a guardare come se fosse nuova la parte di mondo che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi.

Perché forse il compito della fotografia non è soltanto mostrarci ciò che non avevamo mai visto.

A volte è molto più radicale: farci vedere ciò che avevamo sempre avuto davanti.

Perché tutto è soglia, se guardi bene.

 


TROVARE LA PROPRIA CALLIGRAFIA

Ogni autore ha una propria calligrafia.

Non è necessariamente riconoscibile attraverso uno stile estetico preciso e non significa ripetere sempre le stesse soluzioni.

È piuttosto un modo personale di guardare il mondo.

Una sensibilità.

Una distanza.

Un ritmo.

Un modo di scegliere cosa includere e cosa escludere.

Per questo possiamo chiederci:

Questa fotografia potrebbe essere stata scattata da chiunque, oppure contiene qualcosa che appartiene soltanto al nostro modo di vedere?

Non cerchiamo necessariamente una fotografia spettacolare.

Cerchiamo una fotografia necessaria alla nostra storia.

La tecnica, quando è al servizio dell’idea, smette di essere esercizio e diventa linguaggio.


LA CURA DELLA SERIE

Un progetto, come sappiamo, non è necessariamente una raccolta di belle fotografie.

È una relazione fra immagini.

Una fotografia può essere molto potente da sola e perdere forza accanto alle altre.

Al contrario, un’immagine apparentemente semplice può diventare fondamentale all’interno di una sequenza.

Per questo dobbiamo prestare attenzione a:

  • scelta delle immagini;
  • numero delle fotografie;
  • ordine della sequenza;
  • ritmo;
  • alternanza fra pieni e vuoti;
  • rapporto fra immagini forti e immagini più silenziose;
  • coerenza formale;
  • eventuali ripetizioni;
  • immagine d’apertura;
  • immagine conclusiva.

La selezione è parte dell’atto fotografico.

Anche decidere quale fotografia non mostrare è una scelta d’autore.

 


NON ILLUSTRARE UN CONCETTO -COSTRUIRE UN’ESPERIENZA

Il rischio di lavorare su un tema così forte è cercare un’immagine che spieghi il concetto.

Ma una fotografia non deve necessariamente spiegare.

Può suggerire.

Può lasciare una domanda.

Può creare una sensazione.

Può generare una contraddizione.

Può persino disorientare.

L’obiettivo non è che il pubblico comprenda immediatamente ciò che l’autore voleva dire.

L’obiettivo è che qualcosa accada nello sguardo di chi osserva.

Che un’immagine continui a lavorare nella mente anche dopo essere stata superata.

 


UNA FOTOGRAFIA HA ANCHE UN CORPO

L’ESPOSIZIONE

Pensare alla fotografia significa pensare anche alla sua presenza fisica.

Quando il progetto arriverà nello spazio espositivo, le immagini non vivranno più soltanto sullo schermo.

Avranno una dimensione, una materia, una distanza dal pavimento e dalle altre fotografie.

Potranno essere grandi o piccole.

Ravvicinate o separate.

Silenziose o accompagnate da parole.

La scelta del formato, della carta, della stampa, della cornice e dell’allestimento può contribuire al significato del progetto.

Anche il modo in cui un’immagine entra nello spazio può modificare il modo in cui viene guardata.

Se contenuto e forma cominciano a diventare inseparabili, allora il progetto sta trovando la propria voce.


Se ritieni utile condividire queste riflessioni puoi scaricare il relativo pdf
Buona riflessione, ideazione, ricerca, realizzazione della tua opera.

Stefania Lasagni, Massimo Mazzoli
Team Di Cult Fiaf

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