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Il calotipo: I miei esperimenti – Prima parte, di Enrico Maddalena

Il calotipo: I miei esperimenti – Prima parte, di Enrico Maddalena

Mi reco presso il negozio che rifornisce i laboratori di analisi della mia città e chiedo dell’acido gallico.

Mi guardano stupiti non sapendo cosa fosse. Ma per fortuna c’è internet e, dopo alcuni minuti di ricerca, lo trovano e me lo ordinano. Dopo alcuni giorni mi telefonano: “Il suo acido gallico è arrivato”. Mi reco di corsa al negozio.

Riporto dal mio diario di appunti, di modo che il lettore possa rivivere i miei successi ed insuccessi, i miei entusiasmi e le mie delusioni:
4 aprile 2007. “Oggi primo giorno della vacanze pasquali. Mi sto attrezzando per il primo calotipo con sviluppo all’acido gallico. Talbot, in una lettera che scrisse alla Literary Gazette il 5 febbraio 1841 dichiara di essere riuscito a far fotografie con tempi di esposizione anche di otto secondi. A questo punto ho una buona base di partenza per il tempo di esposizione. Ho letto (o meglio ho riletto, visto che lo avevo da ragazzo) una pagina del libro: “Beaumont Newhall – L’immagine latente – ed. 1969) estremamente interessante. Vi sono delle notizie di chimica fotografica che non ho letto in nessun altro libro, nemmeno in uno molto più voluminoso dello stesso autore che ho acquistato di recente.
 

 

Quando si legge per fare, ciò che si legge ha un sapore diverso da quando si legge solo per sapere. Vi ho trovato passi di grandissimo interesse per la Storia della Fotografia che non è fatta solo di immagini e di visioni della vita che cambiano e si evolvono, pur esse importanti ed affascinanti, ma anche di più “prosaici”, ma decisamente essenziali e non meno coinvolgenti sviluppi tecnici e scientifici che spesso i libri trascurano.

Ho appena finito di preparare quattro fogli di “carta iodurata” secondo le indicazioni di Talbot:

5 aprile 2007. “Ho provato a sensibilizzare la carta secondo le istruzioni di Talbot ma, appena spennellata, la carta iodurata col gallo-nitrato d’argento, ha iniziato ad annerirsi. Dove ho sbagliato?

Non riesco a darmi una spiegazione. Nelle ricette riportate nei libri manca qualche informazione essenziale? E’ una ipotesi che tendo a scartare. Ma allora, perché? Sembrerebbe tutto molto semplice: le formule ce le ho, basta applicarle per ottenere una immagine e invece così non è. Ma sono un testardo e ne verrò fuori.

Sono andato a rileggermi il “brevetto” di Talbot riportato nel libro “L’immagine latente” e vi si parla espressamente di soluzione satura di acido gallico. Forse l’acido gallico ai tempi di Talbot non aveva il grado di purezza di quello d’oggi? Forse quello d’oggi è un prodotto di sintesi e quello di Talbot era estratto dai vegetali e quindi conteneva altre sostanze oltre al “principio attivo”? Sto facendo tante ipotesi per spiegarmi il perché di questo insuccesso e per trovare una possibile soluzione.

EUREKA! Ci sono finalmente riuscito . Oggi pomeriggio ho risensibilizzato un foglio. Ho quindi esposto con la camera oscura per un minuto.

Ho poi diluito l’acido gallico 1 a 10 e vi ho aggiunto dell’altro acido acetico (ho ancora la gola che mi pizzica…). Ho cercato di ridurre così, sui due fronti della diluizione e dell’abbassamento del pH l’azione troppo energica dell’acido gallico. La mia intuizione era giusta: con poche speranze, ho spennellato la soluzione alla luce di sicurezza e… perbacco! si stava delineando lentamente una immagine. Ma sì, distinguevo i rami dell’abete ed i piani del palazzo di fronte. Man mano che l’immagine acquistava intensità, riuscivo a distinguere anche il lampione!

L’immagine non è un gran che, ma è ugualmente un successo. Ho riprovato le emozioni che deve aver provato Talbot, al lume della candela in qualche stanza di Lacock Abbey.

Ora si tratta di continuare con le prove per perfezionare il processo, trovando le concentrazioni giuste e la giusta esposizione per poter ottenere delle buone immagini. Il ritratto non è più un problema, si può restare in posa per un minuto!”.

9 aprile 2007. “Questa mattina ho fatto due scatti. C’è da migliorare la stesa dell’emulsione che non risulta regolare specie ai bordi, ma l’immagine è nitida. I particolari sono netti, come i rametti del cotoneaster ricadenti dai vasconi sul muretto a sinistra. Si nota bene anche la cassetta della posta. Mi sono quindi lanciato in un autoritratto (le figlie stavano ancora poltrendo a letto…). Considerata l’esperienza della foto precedente che, anche se in pieno sole, ha faticato a rivelarsi, ho raddoppiato l’esposizione a due minuti. Ho sistemato una sedia in giardino; su di un’altra all’ombra ho posto la camera oscura ed ho messo a fuoco sul suo bordo anteriore. Ho poi tolto il tappo all’obiettivo e mi sono precipitato a sedermi, cercando di restare immobile per quei 120 secondi che, occhio furtivo di tanto in tanto all’orologio, scorrevano lentamente. Trascorso il tempo di posa, mi sono precipitato a chiudere l’obiettivo. Ho forse inventato l’autoscatto?

Subito a sviluppare. Mi sono reso conto che l’esposizione è ancora insufficiente, così come devo migliorare la preparazione dell’emulsione. Comunque è una data storica: il primo ritratto!

Immagini:

1: “Il mio flacone di acido gallico”

2 : “ Pennelli e soluzioni”

3 : “Il mio primo calotipo del 5 aprile”

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9 commenti

  1. Dopo i due post di storia della tecnica fotografica sul Calotipo, Enrico Maddalena ci dà un esempio di autentica passione con i suoi esperimenti volti ad applicare quei concetti prima esposti. Scrivendo “Il calotipo” nel campo di “Ricerca sul sito” vi verranno selezionati i post precedenti, in questo modo potrete ritrovare la continuità didattica sul tema ora ripreso alla nostra attenzione. Agorà Di Cult, come modello culturale, l’abbiamo associato più a Wikipedia che a Facebook, nel senso che gli argomenti postati non scadono mai, potete quindi intervenire su precedenti pubblicazioni e ciò verrà messo in evidenza nella colonna a destra dei commenti. Questo modo di rapportarsi con la cultura fotografica ha la finalità di generare profondità di analisi e in un mondo veloce come il nostro penso che Agorà Di Cult sia un angolo di umanità molto importante, costruitelo e godetevelo! Delle tecniche antiche ci è rimasto indelebile il fascino che esse danno all’immagine fotografica, tanto che cerchiamo di imitarle con la tecnica digitale.

  2. Enrico ha la capacità di farti provare l’emozione di essere insieme a lui, anzi, insieme a Talbot, mentre ripete l’esperimento.
    E riesco solo ad immaginare la gioia che si può provare davanti ad un foglio che, per la prima volta nella storia, si annerisce lentamente; quando già è stata immensa la gioia che ho provata, tanto tempo fa, nel vederlo annerire per una ormai anonima migliardesima volta.
    E ti fa sentire anche la frustrazione di non poterlo aiutare, davanti al problema dell’acido gallico, perché non sei un chimico come lui, e le poche nozioni di chimica ti sono state inserite nel cervello, tramite trapanazione cranica e pistola del silicone, da un professore che non ha saputo affascinarti alla materia, come Enrico.
    Ah, ad avere avuto un insegnante come Enrico Maddalena!

  3. Concordo! La passione è contagiosa!
    Che meraviglia l’immagine che ti compare davanti agli occhi, poca tecnologia, solo la magia delle reazioni chimiche e la tenacia nel perseverare con la sperimentazione.
    Aspetto le prossime puntate e anche l’autoritratto!

  4. la passione che trasmette il sig maddallena e decisamente importante ai fini di miglioramento della tecnica fotografica
    sto partecipando aun corso di9 fotografia, ebbene i suoi suggerimenti sono stati utilissimi al migliorarsi sempre di piu’
    Sono contento che ho avuto insegnamenti dal Sig.Maddalena, ha fatto si di rafforzare ancora piu’ la mia passione fotografica,

  5. Tutto quello che ci spiega Enrico Maddalena sulla storia delle tecniche antiche ci affascina. Lo sa rendere semplicemente emozionale. Ma con questo post fa proprio venir voglia di provare. E’ riuscito ad accendere fortemente curiosità e desiderio.
    Grazie.
    Orietta Bay

  6. Possiamo dirlo? Se c’è un genere di fotografia senza “se” e senza “ma”, questa è la fotografia nella quale vennero impresse le prime luci su un’emulsione sensibile preparata artigianalmente, e che riporta agli albori della storia della fotografia, i primi calotipi, il degherrotipo, il foro stenopeico, la camera oscura formata da oggetti solo in apparenza improvvisati, prodotti anidri, formule annotate nei taccuini. Soluzioni primitive ben lontane dagli automatismi odierni e dalla perfezione meccanica e fredda, sotto certi aspetti anonima, mercificata, standardizzata, stereotipizzata.
    Ben vengano gli esperimenti quando questi sono in grado di portare alla luce un’oggetto, ma soprattutto gettare luce sulla reale importanza dell’impronta del fotografo nel processo di studio e sviluppo dell’immagine.
    Questa è la fotografia senza “se” e senza “ma”, che non si pone dubbi sulla sua identità, e brutta, sporca e imperfetta, ma “straordinariamente” viva…..

  7. Sperimentazioni che dovrebbero essere prese in considerazione da tutti coloro che si avvicinano alla fotografia, in particolare i giovani, i quali, in molti l’hanno vista da “lontano” e la camera oscura è un luogo “oscuro”, ormai raramente frequentato.

  8. Bravo Maddalena! ho rivissuto alcuni momenti della mia gioventù quando anch’io avevo desiderato ricalcare le sperimentazioni dei nostri predecessori, specie alla ricerca di quegli effetti pittorici così ricchi di fascino. L’esposizione del neo-Talbot nel descrivere le sue fatiche mi hanno veramente coinvolto.
    Un affettuoso invito a continuare. Michele Ghigo

  9. Forse arrivo un po tardi, ma ho fatto anche io due esperimenti per ottenere un calotipo e nel primo mi è successo lo stesso identico incidente: come ho trattato l’immagine con il gallo-nitrato d’argento il foglio si è totalmente annerito.
    Dopo aver cercato su miliardi di forum e aver preso in considerazione infinite ipotesi sono giunta alla conclusione che il problema non stava tanto nell’acido ma nella carta usata: le carte oggi in commercio sono tutte “acid free”, ovvero contengono uno strato superficiale di carbonati di calcio che, reagendo con l’acido gallico portano all’annerimento completo.
    Essendo impossibile trovare carte non trattate (forse qualche laboratorio artigianale le ha, ma quando servivano a me non ho avuto il tempo di cercarle) si possono acidificare le carte normali: il processo consiste nel fare un bagno di acqua e acido acetico al 6% e immergervi i fogli per due ore. Dopo vanno immersi due ore in acqua a lavarsi e successivamente stesi ad asciugare, poi si può procedere con il procedimento calotipico, ed il risultato è assicurato.
    Qualcuno invece conosce il modo in cui l’acido gallico reagisce con gli ioni argento per ridurli, sviluppando così l’immagine latente?

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