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Giovanni Previdi – Talent Scout

 

 

 

 

 

 

TALENT SCOUT

Agorà Di Cult sarà il percorso di visibilità dei 5 Autori della Sezione Senior e 3 Autori della Sezione Giovani “Segnalati” dalla Commissione selezionatrice del Progetto FIAF “Talent Scout” 2021.

Le finalità di questo Progetto sono quelle di dare ai Presidenti di Circolo Affiliato FIAF l’occasione di far conoscere il lavoro di quei soci che, pur distinguendosi per capacità e passione, non hanno mai provato a confrontarsi con la platea nazionale della fotografia italiana. Ogni Presidente ha avuto la possibilità di proporre un socio della categoria GIOVANI (di età inferiore a 30 anni) e un socio della categoria SENIOR (di età superiore a 30 anni).

 

GIOVANNI PREVIDI, Socio (Senior) del circolo Color’s Light di Colorno, Colorno (PR)

Autore segnalato al progetto Talent Scout della FIAF.

 

Sono nato a Parma nell’anno 1965 e attualmente vivo in un paese della Provincia.
Mi sono avvicinato alla fotografia nei primi anni del 1990, scattando prevalentemente in bianco e nero e frequentando il Grandangolo, un circolo fotografico cittadino.
Nell’anno 2010 ho interrotto questa passione in quanto per lavoro mi sono trasferito in altre città.
Rientrato a Parma, negli anni scorsi ho riacquistato interesse alla fotografia grazie alla partecipazione delle serate presso il circolo Color’s Light di Colorno, di cui sono tutt’ora socio.
Ho partecipato alle mostre e progetti collettivi del Color’s Light Colorno.

Giovanni Previdi

Le Opere

Foto singole.

 

Portfolio: “Novi Beograd, l’ultima utopia socialista”

Dopo la fine della guerra, Novi Beograd si apprestò a diventare il più grande progetto urbanistico della Repubblica Popolare Jugoslava: Tito vide infatti nella costruzione della nuova città la possibilità di dare forma concreta alla sua visione politica. Il progetto fu affidato all’architetto Nikola Dobrovic e più tardi a Miloš Somborski, che sotto l’influenza del funzionalismo e del modernismo di Le Corbusier pianificarono quella che avrebbe dovuto essere il modello per tutte le città socialiste del mondo. Il cantiere fu un’opera immane che vide impiegati oltre 100 mila lavoratori provenienti da ogni parte del paese. La nuova città fu eretta secondo i principi dell’architettura socialista: l’assoluta efficienza e la rigorosa geometria. Larghe strade e grandi aree verdi dovevano favorire il benessere della comunità, mentre l’uguaglianza degli spazi abitativi doveva veicolare il mito comunista dell’uguaglianza. Gli edifici lavorativi, infine, erano un tutt’uno con l’ambiente circostante, perché ogni differenza rappresenta una debolezza né concessa né tollerata. Passeggiando attraverso le enormi strade apparentemente senza fine che collegano i circa 70 “blocchi” abitativi, tra il cemento scolorito e consunto, tra i parchi giochi vuoti, ci si sente spaesati, atterriti, minuscoli. Sembra impossibile pensare che quella inquietante distopia cyberpunk sia stata un tempo il sogno della città ideale. Eppure quella sterminata distesa di cemento si lascia osservare in silenzio, come se ogni costruzione fosse un prezioso cimelio custodito nella sala di un museo. Novi Beograd è in effetti la più vasta testimonianza dell’architettura brutalista dell’Est Europa e forse del mondo. Novi Beograd è il luogo più inquietante e al tempo stesso più affascinante che si possa immaginare. Novi Beograd assomiglia a quello che resta di un brutto sogno. Un pensiero che ti tormenta finché non chiudi gli occhi di nuovo.

Giovanni Previdi

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5 commenti

  1. Bravooooooooooooo, le foto singole rappresentano perfettamente le varie realtà. Il portfolio dà i brividi. Complimenti!!!!!!!!!!!!!!

  2. Grandi palazzoni, che in parte sembrano abbandonati, si elevano desolatamente, tutti uguali come cattedrali nel deserto. La presenza umana è sporadica e limitata a poche persone. Colpisce la piccola figura del bambino solitario sul campo da calcio. Di un impressionante surrealismo il venditore di frutta e il suonatore di fisarmonica ripresi in uno spazio urbano totalmente diverso da quelli che siamo abituati a vedere e a vivere: banchetti di vendita uno accanto all’altro, folla che si accalca tra le bancarelle, le voci, la musica, la confusione, i colori, gli odori. Qui invece non c’è nessuno o quasi. Ci si chiede chi compri quella frutta o chi ascolti quel suonatore. Figure si aggirano nei grandi spazi vuoti, piccole e insignificanti di fronte all’enormità delle strutture abitative; un’umanità sconfitta che vaga sul campo di battaglia inebetita in cerca di qualcosa che abbia un senso. Tracce incongruenti di un’umanità negata, calpestata, vilipesa. Presenze inquietanti che sembrano provenire direttamente da un passato ormai lontano.
    Non so se Giovanni ha ripreso queste immagini in un momento particolare del giorno o se questa è la situazione normale di tutte le ore del giorno. E in fondo poco importa. Quello che importa è il messaggio che esse veicolano in modo perentorio e una fredda tristezza mi prende nel guardarle. Non tanto e non solo per l’apparente abbandono degli edifici e per la solitudine che caratterizza la poca umanità presente, ma anche perché sono la dimostrazione del fallimento epocale del tentativo di trasformare in realtà concreta un’utopia politica e sociale di vasta portata che ha impregnato di sé tutta la storia degli ultimi 170 anni circa. Un’utopia che aveva riempito di speranza in un mondo migliore molti cuori perché si proponeva di realizzare l’uguaglianza tra gli uomini, fine nobile e giusto. Purtroppo la sua realizzazione pratica ha spesso generato piccoli inferni in terra che hanno vanificato l’assunto ideologico e spezzato tragicamente quella speranza. Le immagini di Giovanni ce ne danno un’inquietante testimonianza.

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