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La fotografia è analgesica?

Del rapporto fra l’11 settembre e le immagini, del suo essere stato un atto di guerra concepito in funzione mediatica si è già scritto molto in questi anni; per pura casualità qualche giorno fa mi è capitato di vedere in tivvù “1917”, il film di Sam Mendes vincitore di tre Oscar, tra cui uno per la fotografia, e due Golden Globe, un film di guerra e sulla guerra, che mi ha riportato al senso di un uso – o forse è meglio dire di una funzione – particolare delle fotografie, quelle che a volte capita di scorgere nei portafogli aperti di chi si appresta a pagare qualcosa, o sulle schermate d’apertura degli smartphone. Sono foto di figli, di mogli, fidanzati, o di persone che non ci sono più, foto cioè di persone con le quali c’è un legame familiare o comunque affettivo. Mi rendo conto che dalla guerra ad uno dei tanti insignificanti gesti della quotidianità come aprire un portafoglio o accendere uno smartphone il salto può sembrare ardito, ma nell’enfasi spesso si annida lo spunto di una riflessione. Che rivela come l’uso attualizzi la funzione: e a questo punto è necessaria un’avvertenza per chi ha intenzione di vedere il film, perché sto per spoilerarne un elemento importante della trama. La storia raccontata dal film è quella di due soldati, i caporali Schofield e Blake, ai quali viene affidata una mission impossible, durante la quale uno dei due viene ucciso, in una modalità che ricorda oltretutto quel soldato del tuo stesso identico umore ma con la divisa di un altro colore della guerra di Piero, che si volta, ti vede, ha paura e imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia. Nel breve tempo in cui Blake si sta dissanguando, chiede all’amico commilitone di prendergli nella tasca una foto della famiglia, che poi stringerà sul cuore; alla fine del film, Schofield, poggiato ad un albero in una scena che rimanda a quella iniziale, tiene fra le mani alcune foto della sua famiglia, sul retro di una delle quali si legge una frase, “come back to us”, torna da noi.

In entrambi i casi c’è una relazione in assenza che sembra conferire alla fotografia un carattere di magia, quasi avesse la capacità di trattenere con se qualcosa della persona amata, che è un po’ come dare ragione a quelle culture che ritengono che fotografare una persona equivalga a rubarne l’anima. Una magia che la Sontag definisce il lato oscuro della fotografia, residuo di un’irrazionalità primitiva che porta ad un’identificazione sacrale fra ritratto e persona amata; e proprio questa credenza di consustanzialità, che naturalmente ha accenti diversi fra il soldato del 1917 e i nostri contemporanei, come le migliaia di persone intrappolate nelle torri gemelle che hanno dedicato gli ultimi istanti della propria vita a telefonare ai propri cari o a stringere anche una semplice fototessera, fa parlare di queste foto in termini di reliquie contemporanee. E irrazionale o meno che sia questa relazione con le foto delle persone care, c’è comunque uno studio pubblicato su PLoS One, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali (consultabile qui https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0013309) che dimostra come le fotografie delle persone amate allevino il dolore; “love analgesia” la chiamano, riferendosi appunto all’effetto placebo delle fotografie per cui il guardare il ritratto della persona cara riduce significativamente la percezione di uno stimolo termico doloroso, addirittura con una efficacia pari allo stringere la mano dell’amato/a.

Oggi che i portafogli sono in via d’estinzione, le foto si sono smaterializzate e trasferite sugli smartphone in forma di file, e non solo nelle cartelle interne: sono in tanti che alla schermata di default sostituiscono una foto di famiglia, che appare ogni qualvolta vi si acceda. Ed è quella la foto ‘del cuore’, quella che il caporale Blake stringe fino alla morte e che ciascuno di noi avrebbe custodito con cura perché unica, che se si fosse rovinata o addirittura persa, si sarebbe sentito ancora più solo e smarrito.  Foto che a volte tornano a casa insieme a poche altre cose, cariche di un pathos ancora più straziante. Non sarà magia, ma anche a noi, ormai così smaliziati e culturalmente accorti, questa fisicità da accarezzare con il dito da i brividi…

Attilio Lauria

www.facebook.com/attilio.lauria/posts/10226563425620986

 

Portafoglio appartenente a Robert Joseph Gschaar, al cui interno ci sono fotografie, carte di credito, carte d’identità e altri documenti. Nato nel Bronx, Robert Joseph Gschaar, ha vissuto a Spring Valley, New York, con sua moglie Myrta. Durante il loro matrimonio di 11 anni, i due portarono ciascuno una banconota da 2$, un promemoria da parte di Robert che erano due della stessa natura. Quando Robert Gschaar ha chiesto a Myrta di sposarlo, le ha donato una banconota da 2 dollari. Entrambi erano stati precedentemente sposati e si erano impegnati a tenere una banconota da 2$ nei rispettivi portafogli come simbolo della loro seconda possibilità di felicità. L’11 settembre 2001 Robert aveva 55 anni ed era al lavoro al 92° piano della Torre Sud; telefonò a sua moglie per riferire che c’era stato un incidente al World Trade Center, rassicurandola che aveva intenzione di evacuare e che l’avrebbe chiamata quando avesse raggiunto la strada. Più di un anno dopo, il portafoglio e la fede di Robert sono stati recuperati a Ground Zero. Nel suo portafoglio c’era ancora quella banconota da 2 dollari.
https://collection.911memorial.org/Detail/objects/4497#

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