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Il dagherrotipo (1° parte) di Enrico Maddalena

Il dagherrotipo.
(1° parte )

Ricordo che, durante una conferenza FIAF alla quale partecipai come uditore, qualcuno affermò dal pubblico che la fotografia doveva la sua nascita alla incapacità nel disegno dei suoi inventori. Opinione non condivisibile visto che, se pur Niépce e Talbot non fossero buoni disegnatori, di certo lo era Daguerre che dipingeva gli scenari del suo diorama. Per il suo lavoro anche Daguerre aveva a che fare con una camera ottica, in uso presso i pittori. Tutti conosciamo la storia dell’accordo di collaborazione fra Daguerre e Niepce, il loro incontro dovuto al fatto che entrambi si servivano per le lenti delle loro camere obscure da Chevalier, un ottico di Parigi. Quello che mi interessa esaminare, è la nascita di un metodo che François Arago, deputato ed amico di Daguerre, il 19 agosto del 1939 rendeva pubblico nella famosa seduta congiunta dell’Accademia delle Scienze e delle Belle Arti (la fotografia è scienza ed arte). Quell’evento segna ufficialmente la nascita della Fotografia. La Francia di Daguerre batte sul tempo l’Inghilterra di Talbot.

Da quel giorno, il metodo di Daguerre si è diffuso in maniera esplosiva nel mondo entusiasmando molti e terrorizzando alcuni:

“… Se si permette alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa l’avrà ben presto soppiantata o corrotta completamente, grazie alla naturale alleanza che troverà nella scempiaggine della moltitudine. Bisogna dunque che essa ritorni al suo vero compito, che è d’esser la serva delle scienze e delle arti, ma la più umile serva, come la stampa e la stenografia, che non hanno né creato né sostituito la letteratura.” – Charles Baudelaire

“A partire da oggi la pittura è morta” – Paul Delaroche

“La fotografia imita tutto e non esprime nulla; essa è cieca nel mondo dello spirito” – Honoré Daumier

Ma c’era poco da agitarsi, era nata una invenzione rivoluzionaria che avrebbe cambiato il corso della Storia.

La dagherrotipia resta per circa vent’anni il metodo più utilizzato.

L’invenzione di Daguerre è un qualcosa di ben diverso dall’eliografia di Niepce. Daguerre esponeva ai vapori di iodio una lastrina di rame argentato (lo iodio reagiva con l’argento formando un composto fotosensibile, lo ioduro d’argento) e la esponeva nella camera obscura. Sviluppava poi l’immagine latente, esponendola ai vapori di mercurio. Il mercurio formava un’amalgama bianca con le parti esposte producendo una immagine direttamente positiva, impressionante per nitidezza e finezza di dettagli.

Daguerre fissava questa immagine con una soluzione concentrata di sale da cucina. In ogni caso il fissaggio non costituiva un problema perché senza di esso la luce avrebbe scurito l’argento non ridotto che, in ogni caso, era localizzato nelle parti in ombra.

Allora Niépce non ha alcun merito sull’invenzione del suo più giovane socio? Certamente le lunghe sperimentazioni che avevano quasi prosciugato i beni del vecchio ufficiale napoleonico, i numerosi dati accumulati, debbono aver facilitato la strada a Daguerre che ne era stato messo al corrente. Una per tutte: lo iodio veniva usato anche da Niépce per scurire le parti non ricoperte dal bitume di Giudea delle sue eliografie, già passate attraverso l’azione dell’olio di lavanda. Mi piace ricordare il termine con cui molti chiamavano le lucide lastrine argentate di Daguerre: “Specchi dotati di memoria”.

DIDASCALIE ALLE IMMAGINI:

1) Una foto al collodio di Beaudelaire, ad opera di Etienne Carjat. Per una specie di nemesi storica, è proprio grazie alla fotografia che si sono conservate le sembianze del grande scrittore.

2) Un dagherrotipo famoso che rappresenta Parigi, le cui strade appaiono vuote a causa del lungo tempo di posa. Solo il lustrascarpe con il cliente, fermi per un tempo sufficiente nello stesso posto, hanno impressionato la lastra. La natura referenziale delle immagini fotografiche ci fa sentire lì ed allora e ci fa riflettere sulla vita e sugli ambienti di quei tempi lontani. Una vera e propria finestra sul passato.

3) Un dagherrotipo che ritrae lo stesso Daguerre. La mano appoggiata al volto serve per tener ferma la testa durante il lungo tempo di esposizione. Era difficile sorridere in quelle condizioni e, chi ci si fosse provato, avrebbe visto il proprio sorriso mutarsi in un ghigno.

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5 commenti

  1. E’ affascinante l’approccio di Enrico Maddalena nel ripercorrere le origini della fotografia, perché riesce a coniugare la tecnica con la cultura. Anche per chi già conosce queste belle storie, i suoi post rappresentano un invito a ritornare all’emozione iniziale dell’umanità nello scoprire l’immagine tecnica. In più c’è il suo esempio di sperimentatore nel provare personalmente le difficoltà affrontate dai pionieri e nel sorprendersi di ciò che riesce a fare e della passione che cresce in lui.

  2. Sono felice di leggere quanto sta portando avanti Enrico. Proprio da circa due mesi sto costruendo delle conversazioni sulla storia della fotografia ad uso didattico e per interessare gli appossionati di fotografia in conversazioni serali.
    Aggiungo brevemente un altro passo sulle difficoltà che incontrò la fotografia appena nata.Il parallelo con il calco dal vero, prodotto da taluni scultori dell’epoca, diventa comune a partire da circa il 1840, proprio nel campo della critica d’arte, per screditare il procedimento fotografico. Diceva Gustave Planche al Salon del 1847 a proposito della Donna morsa da un serpente di Auguste Clèsinger: Il procedimento usato da Clèsinger sta alla statuaria come il dagherrotipo sta alla pittura. Ed a proposito della camera oscura, per rimanere in tema, consiglio a tutti di vedere la
    mostra del pittore olandese Jan Vermeer a Roma presso le Scuderie del Quirinale. Quadri olio su tela con inquadrature fotografiche(non ci sono prove ma molti elementi fanno pensare ad uso appropriato della camera ottica).

  3. Buongiorno,
    vorrei fare presente che la prima immagine fotografica, alla realizzazione della quale Daguerre non ha dato alcun contrbuto, risale al 1826, ed è frutto delle esclusive ricerche di Joseph Nicéphore Niépce, iniziate nel 1814.
    Per il contributo di Daguerre occorre attendere il 1829, anno del contratto tra i due. Sfortunatamente Niépce muore nel 1833, da qui Daguerre pensa bene di appropriarsi del “marchio” di invenzione (che, invece, avrebbe dovuto chiamarsi Eliografia) e, approfittando delle difficoltà economiche in cui versa il figlio di Niépce, Isidore, modifica i termini del contratto, appropriandosi di tutti i meriti della scoperta.
    Dagli scritti di Niépce è piuttosto evidente che Daguerre non vantava senz’altro le competenze chimiche che gli avrebbero permesso di giungere a un simile risultato. Certo, possedeva le competenze fisiche-ottiche, ma è ovvio che il miglioramento della camera obscura non è la sostanza dell’invenzione della fotografia.
    Invenzione, del resto, di cui Niépce aveva intuito le possibilità di sviluppo legate alla riproducibilità e diffusione, contrariamente a quanto riteneva Daguerre (che, da spregiudicato affarista, ne ha colto immediatamente l’aspetto più commerciale).
    Il resoconto della vicenda, che riporta il giusto valore al contributo di Joseph Nicéphore Niépce, è narrato dal figlio dell’inventore, Isidore in « Historique de la découverte improprement nommée daguerréotype, précédé d’une notice de son véritable inventeur Joseph-Nicéphore Niépce”, che ridefinisce il ruolo di Niépce come protagonista dell’invenzione.
    Oltre a queste ragioni, la titolarità di Daguerre dell’invenzione della fotografia è messa in discussione anche dall’operato di Hippolyte Bayard che, ben due mesi prima della famosa plenaria dell’agosto 1839, aveva esposto le sue fotografie su carta in una mostra ed era stato, quindi, prontamente scoraggiato a presentare la sua invenzione all’Accademia delle Scienze e delle Arti di Francia.
    Saluti, Muriel

  4. Grazie anche a te Muriel per l’intervento. Non sarei così ostile a Daguerre. E’ indubbio che i lavori di Niépce siano stati utili a Daguerre come è indubbio che è merito di quest’ultimo aver portato avanti la sperimentazione ed aver inventato un metodo nuovo, diverso dall’eliografia. Lo sviluppo dell’immagine latente mediante il mercurio è storicamente imputabile a Daguerre. Isidore fu ben trattato da Daguerre che lo fece subentrare nel contratto alla morte del padre di questi e provvide, grazie all’amico Arago, a far dare anche a lui un vitalizio dal governo francese. Ho già scritto di Niepce in un post precedente. Conosco l’ostilità di Isidore verso Daguerre che ritengo eccessiva. Condivido il tuo pensiero circa Bayard.

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